Brock Clarke.
.
Case di scrittori del New England: la guida del piromane.
.
Titolo originale Art Anonist's Guide to Writers'Homes in New England.
Traduzione di Daniela Fargione.
2010 Giulio Einaudi editore, Torino.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
.
Quando Sam Pulsifer diede fuoco alla casa di Emily
Dickinson non voleva certo distruggere uno dei monumenti
pi famosi del New England, n provocare la morte
di nessuno (tanto meno della coppia che proprio in quel
momento cedeva alla passione nel letto della poetessa).
Dopo dieci anni di prigione Sam pensa solo a lasciarsi
quella storia alle spalle. E forse ci riuscirebbe se, di punto
in bianco, non iniziassero a bruciare anche le case di altri
celebri autori: da Twain a Frost, da Hawthorne a Melville,
non c' grande scrittore la cui dimora non rischi di andare
letteralmente in fumo.
Ma se c' una cosa che questo romanzo tanto imprevedibile
quanto divertente ci insegna  che molto spesso sono
i libri, i buoni libri, a dare fuoco ai loro lettori.
Immagina di essere un ragazzino. Ma
non uno qualsiasi: immagina di essere il
diciottenne che ha dato fuoco alla venerata
casa di Emily Dickinson. Hai combinato
un inenarrabile casino, ed  inutile
che continui a ripetere che  stato un incidente
perch, accidentalmente, il casino
si  trasformato in tragedia nel momento
esatto in cui la guida della casa-museo
e suo marito hanno deciso di prendersi
un quarto d'ora di svago nel letto della
defunta poetessa (il momento esatto in
cui tu hai appiccato l'incendio, per intenderci).
Immagina di farti dieci anni di
prigione in compagnia di un manipolo di
analisti finanziari che passa il tempo a discutere
su come si debba scrivere il memoir
perfetto. Immagina poi di uscire
di galera (vergine com'eri entrato, per inciso),
di scoprire che i tuoi azzimati genitori
letterati si sono trasformati in una
coppia di balordi alcolizzati semi-analfabeti,
di laurearti in Scienza del packaging,
di trovare una donna che incredibilmente
ti sposa e di mettere su famiglia. Adesso
immagina che, proprio quando pensavi
di esserti lasciato tutto alle spalle, ci siano
altre case di scrittori del New England
che iniziano misteriosamente a prendere
fuoco. E considera che il New England 
pieno di case di scrittori da incendiare:
c' quella di Mark Twain, di Edward
Bellamy, di Edith Wharton, di Nathaniel
Hawthorne, di Robert Frost... c' pure
la ricostruzione del capanno di David
Thoreau. Pensa che tutto questo  solo
l'inizio.
Ora per immagina un altro libro, un
libro che spiega come funzionano le storie,
che riflette sul potere che ha la letteratura
di cambiare la vita di chi la legge,
sulla fiamma che brucia dentro a ogni
lettore quando  immerso nelle pagine di
un romanzo. Pensa a un libro che ti mette
di fronte al rapporto strano che abbiamo
con la tradizione e con le eredit, siano
esse quelle dei grandi scrittori o dei
nostri genitori. Ma dovrebbe essere anche
un libro che si chiede com' che
non usiamo parole nostre per le cose meschine
che facciamo, o da dove ci viene
la capacit di capire le persone che
odiamo, o perch ci fanno piangere le
storie vere (o se sono vere le storie che
ci fanno piangere).
Quello che adesso non riusciresti mai
a immaginare  che il primo e il secondo
libro sono in realt uno solo: Case di scrittori
del New England: la guida del piromane.
Buona lettura.


L'AUTORE.
Brock Clarke  autore di altri tre libri e docente di Scrittura creativa
all'Universit di Cincinnati. Case di scrittori del New England: la guida
del piromane  il primo romanzo che pubblica in Italia.

DUE GIUDIZI.
La guida del piromane contiene passaggi e immagini che
potrebbero stare a fianco di quelli degli scrittori le cui
case sono date alle fiamme.
New York Times Book Review.

 impossibile non appassionarsi alle disavventure di Sam
e riderne con lui. Fa appello al pazzo che  in ognuno
di noi e ci conforta facendoci capire che non siamo soli.
Chicago Tribune.


Case di scrittori del New England: la guida del piromane.

Sebbene questo romanzo sia scritto come se fosse un memoir, nessuna delle situazioni riportate corrisponde lontanamente a fatti reali. La casa della poetessa Emily Dickinson si trova sempre, con la stessa eleganza, in una graziosa strada di Amherst, in Massachusetts.
Cos come le case di Edith Wharton, Mark Twain, Robert Frost e una variet di grandi figure letterarie qui citate. Quanto ai personaggi e ai loro accadimenti, o sono frutto della fantasia dell'autore, oppure sono utilizzati in maniera fittizia.


Dopo un'ora, avvistammo in lontananza una citt
addormentata in una valle lungo un fiume serpeggiante;
e al di l di questa, su una collina, un'enorme fortezza
grigia, con torri e torrette, la prima che avessi mai
visto tranne che nei dipinti.
- Bridgeport? - domandai, indicandola con il dito.
- Camelot, - mi rispose.
Mark Twain, Un americano alla corte di Re Art.

I memoir composti dai membri dell'Associazione
Autobiografica... presentavano gi una serie di caratteristiche
comuni. Una di queste era la nostalgia, un'altra
la paranoia, una terza il trasparente desiderio, da parte
dei suoi autori, di piacere. Con ogni probabilit, credo
vivessero in base al principio che ci che erano e facevano
e volevano dovesse innanzitutto apparire bello.
Che strazio, per il mio spirito, battere a macchina queste
composizioni e darne un senso, finch non escogitai
un metodo professionale per peggiorarle; e tutti gli interessati
rimasero soddisfatti del risultato finale.
Muriel Spark, Atteggiamento sospetto.

  PARTE PRIMA.

Capitolo primo.

Io sottoscritto, Sam Pulsifer, sono colui il quale ha accidentalmente
incendiato la casa di Emily Dickinson ad
Amherst, nel Massachusetts, e ucciso in quel frangente
due persone, ragion per cui ho trascorso dieci anni in carcere
e, come mi confermano alcune lettere di studiosi di
letteratura americana, continuer a pagare un prezzo altissimo
da qui a un'eternit non troppo rosea. La storia 
ben nota da queste parti e dunque non mi ci addentrer
in questa sede. Forse basterebbe solo ricordare che sul
Mount Rushmore delle grandi tragedie raccapriccianti del
Massachusetts ci sono i Kennedy, Lizzie Borden con la sua
ascia, le streghe al rogo di Salem, e poi ci sono io.
Comunque sia, ho scontato la mia pena, e siccome il
giudice al momento della condanna si  impietosito, l'ho
scontata su a Holyoke nel carcere di minima sicurezza
dov'erano rinchiusi analisti finanziari, avvocati, operatori
di borsa, manager municipali e amministratori scolastici,
tutti colti con le mani nel sacco e in ogni aspetto diversi
da me: un diciottenne, piromane accidentale, con le mani
sporche di sangue e fuliggine e un peso sul cuore, un sacco
da imparare e neppure uno straccio di diploma in tasca.
Senza pensarci due volte, raccolsi la sfida. Ogni due settimane
frequentavo un seminario che si chiamava L'istruzione
di me stesso, nel quale appresi la pazienza, il duro
lavoro e un atteggiamento ottimista, tutte virt che ti cambiano
la vita, e mi guadagnai un diploma di scuola superiore.
Mi misi a frequentare anche un gruppo di analisti
finanziari, dei pezzi grossi di Boston, finiti al fresco per
insider trading. Una volta dentro, si erano ripromessi di
scrivere le loro felici e spregiudicate memorie, raccontando
dei loro gravi crimini e misfatti e del conquibus - parlavano
cos, loro - che erano riusciti a raggranellare fregando
per bene le pensioni ai poveri vecchi e i risparmi per
il college ai ragazzini. Era come se quei tizi sapessero tutto,
come se conoscessero l'intero vocabolario del profitto
e del progresso mondani, sicch prestai particolare attenzione
alle loro sessioni di brainstorming sul tema memoir,
ascoltai diligentemente le discussioni su quanto il
pubblico dovesse sapere o non sapere delle loro infanzie
tormentate, s da poter comprendere perch avessero bisogno
di fare cos tanti soldi e proprio in quel modo. Presi
appunti quando suddivisero il mondo tra coloro a cui
era stato sottratto qualcosa e coloro che avevano intascato,
tra chi aveva fatto del male ma con stile - con grazia e
disinvoltura - e chi era stato un casinista per tutta la vita.
- Un casinista, - dissi io.
- S, - risposero, o almeno qualcuno lo fece. - Chi fa
casini.
- Fatemi un esempio, - incalzai, e loro si misero a fissarmi
con quello sguardo d'acciaio che si ritrovavano dalla
nascita e che non avevano dovuto imparare a Choate o
ad Andover, e mi guardarono con quegli occhi finch compresi
che io stesso ne ero un esempio calzante, ed ecco allora
cosa imparai da loro: che ero un casinista. Mi rassegnai
all'idea di esserlo e rinunciai a ogni illusione di poter
diventare qualcos'altro - un analista finanziario o uno
scrittore di memoir, tanto per dirne una - e mi adeguai a
continuarla cos. La vita, cio.
Il punto  che imparai qualcosa da ciascuno di loro, persino
mentre respingevo l'immancabile inchiappettatore del
mio blocco, un gentile ma corrotto commercialista societario
della Arthur Andersen, il quale aveva appena incominciato
a indagare la sua vera natura sessuale e, con voce
rotta e dolente, diceva di volermi - o meglio, lo disse
finch non gli confessai che ero vergine, cosa peraltro vera,
anche se per qualche strana ragione il confessarglielo
fece s che non mi volesse pi, il che significava che nessuno
voleva andare a letto con un ventottenne vergine, cosa
che pensai fosse utile sapere.
Infine da un tizio di colore, un certo Terrell, imparai
a giocare a pallacanestro, una delle pi grandi gioie della
mia vita da recluso, ma che and a finire male. Terrell,
che si era girato alcuni assegni quando faceva il tesoriere
del comune di Worcester, si trov in carcere durante gli
ultimi tre dei miei dieci anni da scontare, e ogni volta che
mi batteva in una marcatura a uomo (questo non si verificava
spesso, neppure quando ero agli inizi e stavo imparando
a giocare, perch, malgrado Terrell fosse molto forte,
era anche pi basso di me e veloce quanto un idrante
antincendio; in pi aveva il doppio dei miei anni e le ginocchia
erano ormai completamente andate, tanto che
quando correva scricchiolavano come rami secchi), ogni
volta che vinceva lui, Terrell urlava: Sono un uomo fatto
e strafatto. Quella era una bella espressione, e perci
all'ultima partita, che vinsi senza difficolt, anch'io gridai:
- Sono un uomo fatto e strafatto -. Terrell pens che
lo stessi prendendo in giro, e allora cominci a darmele
sulla testa, e siccome divento passivo quando mi trovo davanti
qualcuno che  arrabbiato sul serio, me ne rimasi li
a prendermele senza neppure provare a difendermi. Mentre
i secondini lo trascinavano in cella d'isolamento, promise
che una volta fuori me le avrebbe suonate ancora,
cosa che non avrebbe dovuto dire perch, com' ovvio,
quelli gli assegnarono un periodo di isolamento pi lungo
di quanto non avrebbero fatto altrimenti. Quando Terrell usc,
io ero gi stato scarcerato e mi trovavo a casa, a
vivere con i miei genitori.
Non  che funzionasse cos bene, vivere con i miei. Intanto,
il fatto di aver dato fuoco alla casa di Emily Dickinson
gli aveva davvero spezzato un po' il cuore, perch mia
madre insegnava lettere in un liceo e mio padre faceva il
redattore per la casa editrice dell'universit locale, e per
loro le belle parole avevano un certo peso; non gli importava
niente del cinema o della Tv, ma si poteva star certi
che una bella poesia riusciva sempre a tirargli fuori qualche
lacrima o un sospiro eloquente. E poi, i loro vicini di
Amherst non erano proprio contenti che io avessi incendiato
la casa pi famosa del paese e per giunta ucciso due
suoi inquilini, e cos se la presero con i miei genitori. Nessuno
aveva difficolt a riconoscere la nostra vecchia casa
scricchiolante di Chicopee Street: era sempre quella sul
cui vialetto era stata spruzzata la scritta assassino! (che
capisco) oppure fascista! (che invece non capisco), o ancora
qualche citazione dalla stessa Dickinson che sembrava
promettere vendetta, sebbene non si intuisse mai in
cosa consisteva veramente quella vendetta, perch c'erano
sempre troppe parole e l'autore del graffito finiva per
scrivere in modo sciatto o illeggibile perch si era stancato
o magari si era emozionato troppo. Quando tornai a
casa, uscito di prigione, le cose non fecero che peggiorare.
C'era sempre qualche picchetto del comitato locale degli
artisti e qualche servizio giornalistico imbarazzante e
poco lusinghiero, e i ragazzini del quartiere, a cui non importava
un fico secco di Emily Dickinson n della sua casa,
cominciarono a tirare uova nel giardino e a ricoprire
le nostre nobili betulle di carta igienica e va da s che, per
qualche tempo, parve che ogni giorno fosse Halloween.
Finch le cose si misero maluccio sul serio: qualcuno
squarci tutti i copertoni della Volvo dei miei genitori e
una volta, in un attacco di rabbia o di dolore, qualcuno
scaravent una Birkenstock contro un bovindo di casa nostra.
Un sandalo destro da uomo, misura quarantasette.
Tutto ci ebbe luogo durante il primo mese del mio ritorno
a casa, alla fine del quale i miei suggerirono di cercarmi
un'altra sistemazione. Ricordo che era agosto, perch noi tre
eravamo seduti in veranda e le case dei vicini,
nell'interregno fra il 4 luglio e il Labor Day, avevano le
bandiere esposte e sventolanti a pi non posso mentre una
luce spettrale filtrava tra le foglie degli aceri e delle betulle
e tutto l'insieme era davvero grazioso. Potrete certo immaginare
quanto mi avesse ferito la richiesta dei miei genitori,
sebbene L'istruzione di me stesso mi avesse insegnato
che la vita dopo il carcere non sarebbe stata facile
e non avrei dovuto illudermi del contrario.
- Ma dove potrei andare? - domandai.
- Ovunque tu voglia, - rispose mia madre. All'epoca
ero convinto che fra i due fosse lei il genitore pi duro e
che avesse nutrito grandi speranze nei miei confronti, subendo
quindi una delusione ben pi pesante. Ricordo che
al processo gli occhi di mia madre rimasero asciutti quando
la giuria rifece la sua comparsa con il verdetto finale,
mentre mio padre si abbandon a un pianto sonoro, e persino
adesso era sul punto di scoppiare in lacrime. Non sopportavo
di vederli cos: una fredda come un ghiacciolo,
l'altro fradicio come una fontana. C'era stato un tempo,
quando avevo sei anni, in cui mi avevano insegnato a
pattinare su un laghetto ghiacciato, al campo da golf di
Amherst. Il ghiaccio era cos spesso, trasparente e luccicante
che i pesci e le palline da golf vaganti non potevano
che rallegrarsi di esservi rimasti intrappolati. Il sole filtrava
tra i fiocchi di neve, riscaldando un po' l'aria. Quando
finalmente riuscii a fare tutto il giro del laghetto senza mai
cadere, mia madre e mio padre applaudirono a lungo; insieme
costituivano un fronte unito di gaudente e orgoglioso
spirito genitoriale. Ma quei tempi erano ormai andati:
via, via, via per sempre.
- Forse potresti iscriverti al college, Sam, - disse mio
padre non appena si fu ripreso.
- Che bella idea, - esclam mia madre. - Saremmo lieti
di pagartelo noi.
- Va bene, - risposi io, perch li stavo guardando per
la prima volta da quando ero tornato a casa dal carcere,
anzi li stavo proprio scrutando, e mi rendevo conto di quello
che gli avevo fatto. Prima che incendiassi la casa di
Emily Dickinson, sembravano due normali cittadini americani,
in buona salute e abbastanza contenti, che se ne andavano
in vacanza, si prendevano cura del giardino e avevano
superato un paio di burrasche (quand'ero piccolo,
mio padre se ne and per tre anni, e dopo che lui ci lasci
e mia madre cominci a narrarmi delle storie stravaganti sulla
casa di Emily Dickinson, il che fa parte della storia pi
grande che sto per raccontare e che non potrei evitare di
raccontare neppure se lo volessi). Ora sembravano due
scheletri in pantaloni di velluto e mocassini. Avevano gli
occhi infossati, desiderosi di ritirarsi per sempre dentro le
orbite, in fondo al cranio. Solo qualche minuto prima avevo
raccontato loro della mia verginit e del licenzioso commercialista
della Arthur Andersen. I miei, per quanto ne
sapessi allora, erano due yankee riservati, che non provavano
gusto nel sentir parlare dei fatti altrui, ma L'istruzione
di me stesso insisteva nel considerare salubre e necessario
raccontare tutto alle persone amate. Ora me ne
pentivo. Perch feriamo cos i nostri genitori? Non c' modo
di cogliervi un senso, tranne forse quello di prepararci
a ferire i nostri figli allo stesso modo.
- Va bene, - ripetei. - Me ne andr al college -. E aggiunsi:
- Vi voglio bene.
- Oh, anche noi, - disse mio padre e ricominci a piangere.
- Te ne vogliamo davvero, - disse mia madre. E poi,
rivolgendosi a mio padre: - Bradley, smettila di piangere.
Pi tardi quella sera, quando mia madre se ne and a
dormire, mio padre entr nella mia stanza senza bussare,
si ferm al capezzale del letto, poi si chin su di me - forse
per dirmi qualcosa o solo per controllare se stessi dormendo. Non dormivo; avevo pensieri pieni di speranza per
il mio futuro, immaginavo di quando sarei andato al college e di
come mi sarei costruito una vita pulita, onesta,
indolore, e di come avrei reso orgogliosi, a quel punto, i
miei genitori. Mio padre, curvo su di me, pareva una gru
che mi avrebbe sollevato con il suo gancio o demolito con
la sua pesante palla.
- Vieni gi, - sussurr, il suo volto vicino al mio nell'oscurit.
- Voglio mostrarti una cosa.
Scesi dal letto e lo seguii al piano di sotto. Mio padre
entr nel suo studio, che - come gran parte delle altre stanze
della casa - era interamente rivestito, dal pavimento al
soffitto, di ripiani traboccanti di libri. Prese posto su una
sedia, apr l'ultimo cassetto della scrivania che gli stava accanto,
ne estrasse una scatola da scarpe Converse, quel tipo
di scatola in cui si conservano vecchie fotografie o cartoline
d'auguri natalizi, e me la consegn. Ne sollevai il
coperchio e vidi che conteneva delle buste che erano state
aperte con un tagliacarte. Le buste portavano tutte il
mio nome e ciascuna conteneva una lettera, perci le tirai
fuori e mi misi a leggerle.
Ce n'era almeno un centinaio. Alcune, come ho gi detto,
erano state scritte da studiosi di letteratura americana,
che mi condannavano all'inferno, eccetera. C'era qualcosa,
nella posta carica di odio accademico, che lasciava del
tutto indifferenti - le tristi allusioni letterarie, il registro
formale -, perci non prestai molta attenzione a quelle lettere.
Ne avevo ricevute parecchie anche da comuni ammiratori
fanatici degli incendi, che erano tutte minime variazioni
sul tema Bum, baby, bum. Neppure queste lettere
ebbero un grande effetto su di me. Sapere che il mondo
 pieno di gente strampalata non era pi sconvolgente di
sapere che il mondo  pieno di gente noiosa.
C'erano per altre lettere. Arrivavano da tutto il New
England e anche da pi lontano: Portland, Bristol, Boston,
Burlington, Derry, Chicopee, Hartford, Providence, Pittsfield...
persino da paesi e citt dello stato di New York o
della Pennsylvania. Le avevano scritte persone che abitavano
vicino a case di scrittori e che mi chiedevano di incendiarle.
Un tizio di New London, nel Connecticut, voleva
che dessi fuoco alla casa di Eugene O'Neill perch
O'Neill era un ubriacone terribile e dava cattivo esempio
alle scolaresche che andavano a visitare la sua abitazione
e che, dopo tutto, avevano bisogno di modelli pi positivi
in quel momento. Una donna di Lenox, nel Massachusetts,
mi chiedeva di incendiare la casa di Edith Wharton
perch chi andava a visitarla parcheggiava davanti alla sua
cassetta della posta e poi, a parer suo, Edith Wharton era
sempre stata fasulla e un po' una lagna. Un casaro di
Cooperstown, nello stato di New York, voleva che riempissi
di benzina la canna fumaria della casa di James Fenimore
Cooper perch non sopportava l'idea che lo scrittore arrivasse
da una famiglia tanto ricca mentre la sua era cos incredibilmente
povera. Me la sono passata molto peggio
di quanto sia mai successo a Cooper, - scriveva il tizio.
- Era una famiglia piena di soldi fino al collo, e adesso ti
chiedono dieci dollari per entrare a visitare la loro casa e
il bello  che la gente li sgancia. Non ci farebbe la cortesia
di raderla al suolo quella merda di casa? Siamo disposti
anche a pagare; vender qualche mucca se sar necessario.
Attendo con ansia una sua risposta.
Di lettere ce n'erano ancora molte e tutte chiedevano
la stessa cosa. Volevano che incendiassi le case di vari scrittori
defunti - Mark Twain, Louisa May Alcott, Robert
Lowell, Nathaniel Hawthorne. Alcuni dei corrispondenti
mi chiedevano di dar fuoco a case di scrittori che non avevo
mai neppure sentito nominare. Tutti coloro che mi scrivevano
erano persino intenzionati ad aspettare che uscissi
di prigione. E tutti erano disposti a pagarmi.
- Per! - dissi a mio padre quando terminai la lettura.
Non aveva detto una parola per tutto il tempo. Era interessante:
quando c'era mia madre in giro, mio padre sembrava
sempre debole di mente e tenero di cuore: una creatura
insignificante, non necessaria e per lo pi stupida. Ma
in quel momento, in quella stanza, con quelle lettere, appariva
saggio ai miei occhi, silenzioso e solido come un
Budda con un paio di occhiali bordati di metallo. Sentivo
quanto fosse esagerata quella situazione: in gola, sul volto
e altrove. - Perch non mi hai detto delle lettere quand'ero
in carcere?
Lui mi guard e non rispose. Si trattava per cos dire
di un test, perch questo, ovviamente, fanno i saggi: mettono
alla prova chi di saggezza  sprovvisto per far s che
ne acquisti un po'.
- Volevi proteggermi, - dissi io, e lui annu. Mi confort
il pensiero di essere riuscito a dargli la risposta esatta, e cos
continuai. - Volevi proteggermi da quella gente che mi
credeva un piromane.
Quest'ultima mio padre non poteva proprio lasciarmela
passare. Intraprese un feroce corpo a corpo con il suo
buon senso, lottando con la bocca a ogni tentativo di pronunciar
parola che subito interrompeva, e cos per una dozzina
di volte. Era come guardare Atlante che si prepara a
sollevare quell'enorme macigno su cui viviamo ora. Alla
fine sput il rospo e mi disse con tristezza, con estrema
tristezza: - Sam, tu sei un piromane.
Che colpo! Ma era vero, e io avevo bisogno di sentirmelo
dire, avevo bisogno che fosse mio padre a dirmelo,
perch noi tutti abbiamo bisogno che sia lui a dirci la verit,
cos come io stesso far un giorno con i miei figli. E
un giorno i miei figli faranno con me ci che io feci con
mio padre: la rinnegheranno, la verit.
- Non  vero, - risposi. - Sono uno studente universitario
-. Rimisi il coperchio alla scatola delle lettere, gliela
porsi, e me ne andai prima che potesse aggiungere altro.
Quando mi rimisi nel letto, mi ripromisi di non pensare
mai pi a quelle lettere. Dimentica l'intera faccenda,
ordinai a me stesso. Credetti pure di poterci riuscire. Dopo
tutto, in cosa consisteva istruirsi? Non era forse uno
svuotarsi la mente di tutto ci che non volevi ricordare e
un riempirla di cose nuove prima che quelle vecchie e indesiderate
tornassero a farsi vive?
Partii per il college due settimane dopo; passarono dieci
anni prima che rivedessi i miei genitori, dieci anni prima
che tornassi a leggere quelle lettere, dieci anni prima
che incontrassi qualcuno di coloro che le avevano scritte,
dieci anni prima che scoprissi alcune cose sui miei genitori
che non avrei mai sospettato n voluto sapere, dieci anni
prima che mi rispedissero in carcere, dieci anni prima
che accadesse tutto ci che poi accadde.
Ma sto bruciando le tappe. Il college: poich non mi
ero iscritto in tempo, andai all'unica universit disposta
ad accettarmi: Nostra Signora del Lago a Springfield, a
circa venti miglia a sud di Amherst. Era un college cattolico
che aveva appena cominciato ad accettare studenti maschi
visto che, a quanto pareva, nel mondo occidentale non
erano rimaste abbastanza donne cattoliche intenzionate a
pagare un sacco di soldi per farsi un'istruzione in un posto
senza uomini ad eccezione di Ges e di qualche suo
prete, e persino i preti che si presumeva lo gestissero vi insegnavano
di malavoglia. Un tot di suore, che non avevano
niente di meglio da fare se non distribuire la comunione
a quelle messe impopolari del primo mattino, tenevano
un paio di corsi - Religioni del mondo I e II - mentre
tutti gli altri erano affidati a docenti normali, laici, che non
erano riusciti a trovarsi un lavoro da nessun'altra parte.
Mi specializzai in Lettere, perch sapevo quanta delusione
e quanto dolore avevo causato ai miei genitori, e volevo
che fossero orgogliosi di me nonostante tutto ci che
era accaduto. Inoltre, quand'ero piccolo, mia madre mi leggeva
sempre delle storie, e poi, una volta cresciuto, mi aveva
fatto leggere tutti i libri importanti, chiedendomi di
darle resoconti dettagliati delle ragioni per cui quei libri
erano cos tremendamente importanti, sicch immaginai
di possedere quanto meno la giusta preparazione e un buon
bagaglio culturale per ottenere risultati positivi. In pi,
c'erano gli analisti finanziari con i loro memoir e i loro racconti;
non si stufavano mai di parlare di se stessi, neppure
per un attimo. Di chi altri dovremmo parlare?, pareva
dire il loro atteggiamento, e forse non avevano tutti i
torti. Forse, pensai, leggendo queste nuove storie, avrei
capito qualcosa di me stesso.
Ma non funzion. Per cose del genere non funziona
mai. Il passato non pu ripetersi, e i libri che un tempo
ritenevo cos importanti e pieni di saggezza ora mi sembravano
oltremodo banali, e mi riusciva difficile concentrarmi
su di loro. Invece di pensare a quanto fosse o non
fosse grande Gatsby, mi fissavo sulle briciole di un toast
rimaste attaccate al pizzetto del professor Melton. E poi
ci fu la volta in cui leggemmo le poesie della Dickinson e
la docente disse che avrebbe voluto portarci a vedere la
casa, senonch era stata data alle fiamme anni prima, e
mentre si sforzava di farsi tornare alla mente il nome del
piromane, io mi resi conto che non avevo pi tutta questa
voglia di raccontare la mia storia: la conoscevo fin troppo
bene. Pertanto, per interrompere ed evitare l'imbarazzante
sfilza di domande e recriminazioni che ero certo sarebbe
arrivata, finsi un attacco di tosse e corsi in bagno per
non mettere pi piede in quella classe per il resto del semestre,
e l'unico motivo per cui mi venne data una sufficienza
e non un'insufficienza in quel corso fu lo stesso per
cui mi diedero una sufficienza e non un'insufficienza anche
negli altri corsi di Lettere: la scuola non poteva permettersi
di bocciare nessuno perch aveva bisogno della
retta di tutti. Il college era davvero in uno stato penoso. I
corridoi erano ingombri di mucchietti d'intonaco caduti
dai muri. I controsoffitti erano deformati. Persino i crocefissi
alle pareti delle aule avevano bisogno di qualche riparazione.
Perci i brutti voti furono una delle ragioni per cui lasciai
perdere Lettere, sebbene ci fosse un'altra ragione,
una ben pi grossa: non riuscivo a liberarmi dalla sensazione
che ci fosse qualcos'altro di cui avrei dovuto occuparmi,
qualcosa che non avevo ancora considerato n provato,
qualcosa di nuovo e di migliore. Eccomi li, a un corso
di Letteratura medievale, presumibilmente a imparare
l'Old English che parlavano Beowulf e Grendel, e tutto
ci che sentivo era la voce che avevo nella testa e che ripeteva:
Deve pur esserci qualcos'altro. E che domandava:
Cos'altro? Cos'altro? Fu una sorpresa, perch prima
di allora non mi ero mai sforzato un granch, n mi ero
mai posto realmente quella domanda sulla mia vita: Cos'altro?
Eppure, c'era quella voce nella mia testa che lo
chiedeva al posto mio.
Per farla breve: abbandonai Lettere, la letteratura e chi
l'aveva scritta - una volta per tutte, pensai - e mi misi a
studiare Scienza e tecnologia del packaging. Il che fu una
mossa astuta per tre motivi. Primo: era pi probabile che
chiunque si occupasse di packaging non sapesse che ero
stato io a incendiare la casa di Emily Dickinson, n addirittura
chi fosse Emily Dickinson, o persino che avesse la
curiosit di saperlo. Secondo: possedevo una certa abilit
nel ricordare che tipo di materiale da imballaggio fosse pi
adatto a un oggetto fragile, e poi capivo al volo per quale
ragione i pacchetti monoporzione di patatine si aprivano
verticalmente, mentre quelli formato famiglia orizzontalmente,
e dove collocare la linguetta sul prodotto per consentirne
l'apertura, di qualsiasi genere fosse. Non presi
mai meno di B+ in Scienza del packaging e fui persino in
grado di condensare quattro anni di corsi in due, sicch,
subito dopo il college, riuscii a trovarmi un lavoro adeguato
ai miei studi, nella sezione sviluppo e collaudo presso la
Pioneer Packaging di Agawam, nell'immediata periferia
di Springfield.
Quelle dunque erano state due buone ragioni per passare
a Scienza del packaging. La terza fu che conobbi mia
moglie.
Si chiamava (e ancora si chiama) Anne Marie, e la incontrai a
un seminario dell'ultimo anno, il corso in cui finalmente
si rivendicano i propri diritti sul futuro e si sceglie
la propria strada, e via discorrendo. Anne Marie era
aggraziata, straordinariamente bella, bella davvero, e alta,
con due gambe lunghissime che parevano sempre sul
punto di staccarsi dal torso e fuggire via, e una testa di ricci
neri, adorabili, sempre legati e ben sistemati e raccolti
in una crocchia alta sulla testa, e aveva un sorriso intelligente,
tanto bello che non badavi neppure al modo in cui
ti faceva sentire davvero stupido. Cos'altro? Nei momenti
che richiedevano una certa riflessione, Anne Marie fumava
quelle sigarette sottilissime, eleganti, quelle che soltanto
le donne sottilissime ed eleganti sono propense a fumare,
come mi era capitato di pensare osservando l'altro sesso.
Tutto considerato sembrava una dea italiana, il che era
quasi vero, dal momento che di cognome faceva Mirabelli e i
suoi antenati erano di Bologna.
E ora il mio aspetto: ero alto e magro come un ragazzino,
ma con un bel testone. Facevo pensare a un fiammifero
all'impiedi. Quand'ero in carcere avevo cominciato a
sollevare pesi, conseguendo qualche risultato, tra cui degli
strappi a muscoli che non sapevo nemmeno di avere,
ma anche quella fu una delle cose che riuscii a incasinare.
Il viso  la parte pi notevole del mio corpo: paonazzo, a
volte  il ritratto della salute ed  bruciato dal vento e pieno
di ci che si potrebbe chiamare vita; altre volte sembra
solo infiammato. Se mi capita di arrossire d'imbarazzo,
basta seguire il mio volto che avvampa nel buio pesto della
notte per evitare di perdersi. Ma L'istruzione di me
stesso raccomandava di non essere troppo severi con se
stessi, e allora bisognerebbe forse dire che, tutto sommato,
sono un uomo di aspetto normale. Ho denti solo leggermente
storti e prevalentemente bianchi. Ho ancora tutti
i capelli in testa o quasi, ricci e castani. Da bambino avevo
il petto concavo, ma a ben guardare gran parte dei
bambini ce l'hanno cos, e poi il sollevamento pesi in carcere
aveva migliorato le cose, e se  vero che non ho un torace
incredibile, forse si potrebbe dire che ne ho uno credibile.
Le gambe non sono pi pelle e ossa come un tempo,
anzi adesso sono muscolose e toniche. Avrei un profilo romano se solo la testa fosse pi piccola. E sebbene mi
abbiano riconosciuto una quasi totale cecit, non sono costretto
a nascondere i miei penetranti occhi azzurri dietro
a un paio di occhiali, perch porto le lenti a contatto. Ho
uno sguardo capace di penetrarti l'anima quando metto le
lenti. E ciononostante non ero certo quel che si dice un
bell'uomo. In pi ero vergine, non lo si dimentichi, ed ecco
allora perch non avevo mai chiacchierato con Anne
Marie, nonostante frequentassimo insieme ben cinque corsi:
Anne Marie, ovviamente, era troppo bella perch potessi
rivolgerle la parola.
- Che stupidaggine, - mi disse quando glielo confessai
dopo esserci sposati. - Non ero affatto troppo bella per
impedirti di parlarmi. Non ho mai pensato una cosa simile,
mai.
- E allora, se non pensavi di essere troppo bella, - le
domandai, - perch non sei stata tu a rivolgermi la parola
per prima?
- Questa  una bella domanda, - disse, ma non ottenni
mai una risposta.
Ma torniamo al nostro seminario dell'ultimo anno,
quando dovevamo sceglierci una strada; Anne Marie scelse
quella dei coperchi - avete presente quei coperchietti
di plastica che si mettono sui bicchieri di carta per il caff
o qualche altra bibita? Tutto questo accadeva nella primavera
di quell'ultimo anno, e Anne Marie ebbe la sfortuna
di presentare il suo progetto subito dopo James Nagali, l'unico
altro studente maschio di Nostra Signora del Lago, il
quale dissert con maestria sulle nuove tecnologie dei dosatori
di sapone. James era della Costa d'Avorio, e subito
dopo la laurea and a lavorare per la ditta di sapone Ivory,
ma non credo ci sia alcuna relazione fra le due cose.
L'insegnante del corso era il professor Eisner, un uomo
quasi calvo con una fronte che avrebbe potuto affittare
come spazio pubblicitario e che, si diceva in giro, aveva
mandato in malora un progetto apparentemente rivoluzionario
per una confezione di assorbenti, progetto che
era costato alla Procter and Gamble un paio di milioni di
dollari - ed ecco perch, sempre secondo quello che si diceva,
era finito a insegnare da noi. Il professor Eisner and
in brodo di giuggiole per la presentazione di James, ma
non per quella di Anne Marie. Fece notare alcuni difetti
strutturali dei suoi progetti di coperchi; le domand retoricamente
se avesse idea di quale sensazione provocasse
un caff bollente versato non dentro la bocca, bens sul
mento e gi per il collo; chiese ad Anne Marie se avesse
imparato qualcosa in quei quattro anni trascorsi a Nostra
Signora del Lago come specializzanda in Scienza del packaging,
e le chiese anche se avesse qualche piano alternativo
caso mai le offerte di lavoro delle ditte pi prestigiose
tardassero ad arrivare. - Perch non credo proprio che arriveranno,
- aggiunse.
Bisogna ammettere che Anne Marie non era esattamente
un'esperta nata di imballaggi e contenitori, ed  anche
vero che se i suoi coperchi fossero mai stati prodotti (non
lo furono) avrebbero scottato qualche faccia e provocato
qualche citazione per danni. Ma comunque non mi piaceva
affatto il modo in cui Eisner le stava parlando. Volsi lo
sguardo verso Anne Marie, e sebbene non si mostrasse per
nulla sconvolta, n sul punto di scoppiare in lacrime - era
una tosta e lo  ancora adesso -, in effetti stava giocherellando
con il crocefisso d'oro della catenina in un modo che
tradiva un certo turbamento, e allora mi sentii in dovere
di dire qualcosa in sua difesa.
- Ehi, professor Eisner, - esclamai. - Ci vada piano.
Sia gentile -. Vero  che non lo urlai proprio a squarciagola,
ed  anche possibile che il professor Eisner non mi
avesse neppure sentito, dal momento che and avanti con
la presentazione successiva, ma Anne Marie s, e questa
era la cosa importante.
- Grazie, - mi disse Anne Marie alla fine della lezione.
- Per cosa? - domandai, sebbene, ovviamente, sapessi
a cosa si riferiva, dal momento che avevo detto quello
che avevo detto solo perch mi ringraziasse, e perch non
credo che esista in me, cos come in nessun altro, una singola
intenzione pura.
- Per aver preso le mie difese.
- Prego, - risposi. - Ti va di mangiare un boccone?
- Con te? - domand.
Questo era solo il suo modo di parlare - con schiettezza
e sempre alla ricerca della semplice verit -, e di per s
non significava che nei miei confronti provasse qualche
sentimento negativo. A riprova di ci, andammo davvero
a cena insieme, in un locale tedesco di Springfield che si
chiamava The Student Prince. Anne Marie era una rarit:
una ragazza italiana magra a cui piaceva mangiare tedesco;
non si riusciva a dissuaderla dall'ordinare il piatto misto
di salsicce, e questo fu solo uno dei motivi per cui mi innamorai
di lei. E poi un mese dopo andammo a letto insieme,
nel mio appartamento, che - combinazione - si trovava
giusto sopra lo Student Prince. In me deve esserci un
po' della riservatezza dei miei genitori, perch del sesso
non dir neppure una parola, tranne che mi piacque. Dir
solo che sentii subito la mancanza della mia verginit, forse
perch l'avevo avuta per cos tanto tempo, e subito dopo
- con il volto surriscaldato e paonazzo come una cosa
nucleare - dissi ad Anne Marie: - Ero vergine.
- Oh, tesoro, - rispose, - io no -. Pose una mano sulla
mia guancia cocente, e una dolce tristezza si rifletteva
dai suoi occhi, insieme alla pena per il trentenne vergine
che ero stato fino a quel momento. Non avevo mai visto
un cuore tanto grande e disarmato di fronte all'emozione
pura, e cos le chiesi: - Vuoi sposarmi?
- S, - rispose Anne Marie. Poteva anche darsi che ci
fosse pena dietro a quel suo consenso, ma c'era anche amore:
per quanto ne so, non ci si pu aspettare che l'amore
non sia mescolato alla pena, n lo si vorrebbe.
Per farla breve: ci laureammo. Ci sposammo qualche
mese pi tardi con una cerimonia nuziale a St Mary e il ricevimento
da Red Rose, nel South End. Pag tutto la famiglia
di Anne Marie, presente al completo (di loro, parler
pi avanti), ma i miei genitori non c'erano, pi che altro
perch non gliel'avevo detto. Quando Anne Marie mi
aveva chiesto: - Perch non inviti i tuoi al matrimonio? -
io le avevo risposto: - Perch sono morti.
- Come? - volle sapere. - Quando?
- La loro casa  andata in fiamme, - dissi, - e sono morti
nell'incendio, - il che dimostra semplicemente che ogni
essere umano ha un numero limitato di idee e che, come
vedrete, questa finir per essere molto vicina alla verit.
Comunque sia, la mia risposta sembr soddisfare Anne
Marie. Ma la verit era pi complicata. La verit consisteva
nel fatto che sentivo quella voce in testa che mi chiedeva:
Cos'altro? Cos'altro? e non riuscivo a capire se
fosse la mia voce o quella dei miei genitori.
Anne Marie e io passammo la luna di miele a Quebec
City, e siccome era dicembre e faceva freddo andammo a
pattinare, cosa che mi riport alla mente quella volta in
cui i miei genitori mi avevano applaudito mentre pattinavo
sul laghetto del campo da golf, moltissimi anni prima,
e quanto fosse stato bello. E avrebbe anche dovuto ricordarmi
com'erano finite male le cose per loro e per me, ma
io ero io e Anne Marie era Anne Marie, e noi non eravamo
i miei genitori, n questo era un laghetto, bens il possente
fiume Saint-Laurent (o St Lawrence o San Lorenzo)
che era tornato a ghiacciarsi dopo chiss quanto tempo e
tutti parlavano francese e le cose erano abbastanza diverse
da indurmi a credere che non necessariamente la storia
si ripete e che  il carattere di un uomo e non la sua dotazione
genetica a designarne il fato. Ne parlammo a lungo
quella sera nella nostra stanza dello Chteau Frontenac, e
siccome Anne Marie era d'accordo, decidemmo di fare un
bambino.
Ne facemmo uno; una femmina. La chiamammo Katherine,
ma non in onore di qualcuno con quel nome. Quando
nacque, io facevo gi colpo su molti alla Pioneer Packaging,
contribuendo a costruire contenitori anticongelanti di
una trasparenza mai ritenuta possibile prima. Katherine
era una brava bambina: piangeva, ma solo per farci sapere
che non aveva smesso di respirare, e non dava particolarmente
fastidio, n a noi n a quelli dello Student Prince,
al piano di sotto. Quando la piccola stava mettendo i denti
loro ci portavano spesso piatti di schnitzel freddi per le
sue gengive. Al nostro primo Natale addobbammo le finestre
con luci intermittenti, e alla vigilia Mr e Mrs Goerman,
proprietari dello Student Prince da cinquantanni, ci portarono
piatti di lavarello mantecato e alcune bottiglie di vino
del Reno, brindammo alla nascita di Ges bambino e
tutto sommato questo fu forse il periodo pi felice della
nostra vita.
Poi due anni dopo avemmo un altro figlio, un maschio
che chiamammo Christian come il padre di Anne Marie,
e all'improvviso l'appartamento che amavamo cos tanto
si fece troppo piccolo, e all'improvviso gli odori che arrivavano
dal ristorante di sotto divennero troppo intensi, e
cominciammo a mangiare frittelle di patate persino nei nostri
sogni. Un giorno, mentre Christian urlava come un
dinosauro alato che tenta di scongiurare la propria estinzione,
Anne Marie mi si avvicin: sembrava la versione
meno felice, pi stanca della donna che avevo sposato solo tre anni prima, e mi disse: - Ci occorre un posto pi
grande.
Aveva ragione: ci occorreva davvero. Ma dove andare
? Springfield ci piaceva, ma si era riempita di portoricani,
mentre i genitori di Anne Marie e gli altri italiani se
n'erano andati, trasferiti a West Springfield, a Ludlow e
cos via, e sebbene non volessimo vivere dove stavano loro,
non volevamo neanche vivere a Springfield - e non
per via dei nostri potenziali vicini portoricani, ma per
quello che i Mirabelli avrebbero detto di loro venendoci
a trovare. Era uno dei precetti dell'Istruzione di me stesso
- evitare di lasciarsi abbattere anche a costo di sacrificare
i principi - ed era una delle poche cose su cui ci azzeccasse.
E cos Springfield era da escludere, e intanto dovevamo
andare da qualche parte. Un giorno Anne Marie disse:
- So che Amherst  carina. E se ci trasferissimo ad
Amherst?
Ci sarebbe da dire, a questo punto, che io ad Anne Marie
non avevo raccontato nulla del mio passato, e fu in quel
preciso momento che mi venne una disperata voglia di farlo:
volevo dirle tutto quanto - della casa di Emily Dickinson
e di come l'avessi incendiata accidentalmente, e delle
persone che avevo ucciso - e, per inciso, non era la prima
volta che mi veniva quella voglia. Avrei dovuto dirglielo
subito, lo so adesso come lo sapevo allora, ma i nuovi amori
sono tanto fragili, e pensai che avrei fatto meglio ad
aspettare che il nostro si irrobustisse un pochino. Ma poi
il tempo pass, e continu a passare, e a quel punto il mio
peccato originale si era aggravato del nuovo peccato di non
averglielo confessato per cos tanti anni e le cose si erano
fatte troppo complicate, tanto da impedirmi di dirle la verit.
Allora risposi di s. Amherst. Perch no? Caricammo
i bambini in macchina e ci dirigemmo verso Amherst.
Mentre guidavo, mi convinsi di alcune cose, cose folli. Mi
dissi che saremmo arrivati in paese e che avremmo trovato
una vecchia e graziosa casetta del New England, nella
vecchia e graziosa Amherst, ci saremmo trasferiti e poi
avrei presentato la mia casa, mia moglie, i miei figli, il mio
lavoro, me stesso ai miei genitori, i quali, a questo punto,
dovevano aver cominciato a sentire la mia mancanza.
Sono cambiato, avrei detto. E loro avrebbero risposto:
Anche noi. Bentornato a casa. Perch il cuore desidera
ci che desidera il cuore, e il mio ripeteva: Non essere
assurdo, ti hanno perdonato, tutti loro. Diceva: E
ora,  ora,  ora.
Non era ora. Questo accadeva di venerd. Amherst era
esattamente come me la ricordavo: le strade prospere, ricoperte
di foglie, popolate da tante Volvo station wagon,
che si affollavano come funghi in una grotta; le case vecchie
di due secoli, con i praticelli dall'erba signorilmente
incolta, i gigli cinesi, i crisantemi azzurri e le betulle e le
insegne storiche; i ragazzi bianchi del college, con le treccine
rasta, impegnati nelle loro complicate partite di frisbee
sul vasto prato comunale; le chiese congregazionaliste,
rivestite di tavole bianche, e le chiese episcopaliane,
di granito, e le svettanti guglie del college, visibili ovunque
sopra l'orizzonte alto degli alberi; e le ragazze del college,
tirate a lucido e seminude nel loro abbigliamento da
palestra; e i professori in scarpe da yacht o in mocassini,
accomodati a sorseggiare caff sulle sedie di ferro battuto
delle verande che sembravano troppo fragili persino per
una magrezza da campo di concentramento, come quella
esibita da gran parte delle studentesse del college. Mi era
tutto familiare, ma non mi rendeva felice, non mi faceva
sentire a casa. Era come se fossi un cugino di secondo grado,
il che significa, credo, non essere cugini per niente:
si  irreversibilmente tagliati fuori da una relazione di
sangue, e la distanza da Amherst, per quel che mi riguardava,
dipendeva dall'aver incendiato la pi notevole delle
sue notevoli e belle case antiche, dall'aver ucciso due
dei suoi cittadini in mocassini. Un cugino di secondo grado
non  un cugino; un cittadino criminale non  un cittadino.
Questa fu una delusione enorme, la pi grande, perch
mi ero specializzato in Scienza del packaging e avevo dimenticato
la letteratura, avevo dimenticato che a casa non
si pu pi tornare, e avevo pensato che Amherst - la cittadina
in cui ero cresciuto, dove erano cresciuti anche i
miei genitori, la cittadina in cui le loro famiglie erano vissute
per due secoli - avrebbe continuato ad essere la mia
cittadina. Come avrebbe potuto non esserlo? Non ero forse
il suo umile figliol prodigo? Non  forse vero che ogni
posto ha bisogno di qualcuno come me, di qualcuno - come
dice il salmo - che si era perso ma era stato ritrovato?
E invece, seduto alla guida della mia monovolume, avevo
la precisa sensazione che Amherst non sarebbe mai pi stata
la mia citt, che lei stessa non l'avrebbe consentito, che
di un figliol prodigo non aveva bisogno, anzi era proprio
ci di cui non aveva alcun bisogno. Superammo il mio vecchio
liceo: vidi sbarre alle finestre, inesistenti prima che
andassi in carcere, all'ingresso agenti armati in uniforme,
l dove un tempo c'erano solo le vecchiette che controllavano
l'atrio con i loro fischietti, e immaginai che le sbarre
e gli agenti fossero li per proteggere gli allievi da persone
come me e non da qualche folle adolescente con un soprabito
foderato di artiglieria casereccia. Riuscivo a sentire
le parole del preside quella mattina durante l'appello:
Non siamo stati attenti e lui ha dato fuoco alla casa di
Emily Dickinson, oltre ad aver ucciso due persone. Ma ora
s che siamo pronti ad accoglierlo. Immaginai che alla fine
delle lezioni gli allievi e i loro genitori, e se per questo
l'intera cittadina, avrebbero preso le loro torce e i forconi
-  la Frankenstein -, mi avrebbero caricato in macchina
e portato fuori dalla citt per lasciarmi - barcollante,
bestiale, ringhioso, con il corpo ricoperto di cicatrici e cuciture
e la testa attraversata da un bullone - a vagare senza
meta, perso in quello strano, crudele mondo da cui non
avrebbero mai pi ricevuto mie notizie.
- Che ne dici? - mi chiese Anne Marie, sul volto un'espressione
piena di felicit e di attesa, pressoch l'opposto
di come doveva sicuramente apparire il mio.
- Forconi! - dissi. - Torce! Mostro!
- Come? - mi domand. - Come hai detto?
- Niente, - risposi, e continuai a guidare, in una specie
di trance, sicch la voce di Anne Marie che mi urlava
Aspetta! e Dove stai andando? e Non abbiamo ancora
guardato nemmeno una casa. Calma! era qualcosa
che mi giungeva da uno sbiadito, debole passato e che a
stento riuscivo a sentire. S, continuai a guidare, superando
Chicopee Street, dove abitavano i miei genitori, e poi
proseguii, oltrepassando la cittadina, e per i successivi cinque
anni fui piuttosto contento di averlo fatto. Ci trovammo
presto sulla Route 116 e fuori dal centro di Amherst,
e anche questi luoghi mi erano noti - le casette di mattoni
a un solo piano, che ospitavano gli specializzandi asiatici
dell'universit statale, e le lavanderie degli studenti
e i negozietti di frutta e verdura a conduzione famigliare e
quei buchi minuscoli che affittavano video, sempre mal
riforniti, in cui non trovavi mai i film che cercavi. Ma ben
presto le cose cominciarono a cambiare. Innanzitutto arriv
la fiumana di supermercati: il supermercato di attrezzature
da giardino e il supermercato di giocattoli e il supermercato
di abbigliamento per bambini e il supermercato
di materiali edili e il supermercato di mobili e i super
supermercati di alimentari e cos via. Gli edifici che ospitavano
questi supernegozi apparivano tanto dozzinali
quanto colossali, dei baracconi attiraquattrini muniti di
parcheggi cos enormi da poter comodamente contenere
l'intera cittadina. Amherst non pareva grande abbastanza
da giustificare tutti questi supernegozi e i loro parcheggi;
era come se si volesse costruire il sub prima di costruire
Yurbio.
Ma questa era solo la premessa a ci che aveva subito
un cambiamento reale: quel che era cambiato davvero erano
i terreni che si estendevano al di l dei supernegozi,
quelli che dieci anni prima non erano che campi di tabacco
e mais, adesso comprensori che al cancello d'ingresso
esibivano insegne con su scritto residence Montecarlo
e stonehaven, e strade che portavano nomi quali Princess
Grace Way e Sheep Meadow Circle. Mi addentrai in questi
comprensori, alla ricerca di qualche cartello con su scritto
in vendita, ma non ne trovammo nessuno finch non
svoltammo in un comprensorio che si chiamava Camelot
- cos diceva l'insegna in legno a forma di castello.
Era bello, Camelot. Non c'erano alberi da nessuna parte
- era come se fosse passato sotto un bombardamento
nucleare o magari nascesse da una bella idea dell'industria
del disboscamento - e tutte le case erano identiche, a parte
il fatto che alcune avevano un rivestimento di vinile azzurro,
altre color sabbia. Nei giardinetti sul retro c'erano
elaborati giochi di legno e su ogni tetto mini-antenne paraboliche
e ogni vialetto d'entrata era un liscio tappeto di
bitume nero e non c'erano crepe in cui inciampare sui marciapiedi
a lato perch non c'erano neppure i marciapiedi e
ogni casa aveva un garage talmente enorme da poter essere
una casa a s stante. L'aria era pervasa dal costante suono
analgesico della manutenzione dei prati che veniva da
qualche parte, da tutte le parti, sebbene nella maggioranza
dei casi i semi dell'erba piantati di fronte alle abitazioni
non fossero ancora germogliati e non fossi in grado di
scorgere neppure un tosaerba l intorno, e i sistemi di irrigazione
erano tutti attivi anche se era settembre inoltrato
e non era pi tempo di bagnare ancora i prati, e i giochi
dell'acqua spruzzata erano archi e danze tra i lampioni,
che a occhio sembravano almeno centocinquanta, tutti
accesi nonostante fossimo in pieno pomeriggio.
- Accidenti! - esclamai.
- Accidenti cosa? - rispose Anne Marie. - Stai parlando
di quella? - Indic una casa color sabbia, che era identica
alle altre ad eccezione del cartello in vendita sul prato.
Anne Marie e io scendemmo dalla macchina; i bambini
erano seduti sui loro seggiolini e schiamazzavano per
qualcosa, per tutto, ma i finestrini erano chiusi e le loro
urla erano lievi e benvenute come pioggia sul tetto.
- A che pensi? - chiese infine Anne Marie. Un timbro
di stanchezza e di rimpianto attraversava la sua voce, cosa
che interpretai come mera spossatezza, ma che in realt
avrebbe potuto essere rassegnazione. Vorrei aver prestato
pi attenzione allora ad Anne Marie, ma non lo feci.
Oh, perch non sono stato pi attento? Perch non ascoltiamo
le persone che amiamo?  forse perch abbiamo solo una certa capacit di ascolto e cos tante cose importantissime
da raccontare a noi stessi?
- Sam, a che pensi? - torn a chiedermi Anne Marie,
perch non le avevo risposto, perch riflettevo ancora su
Camelot e la casa.
- Ciao, vita, - le dissi.
- Stai piangendo? - mi domand.
- S, - fu la mia risposta. Stavo piangendo davvero,
perch ero tanto felice, perch quella era la mia nuova casa,
e perch era ordinata e perfetta e non riuscivo a immaginare
nessuno che potesse conoscermi da queste parti,
nessuno che volesse conoscermi. I miei vicini, fossero
mai venuti a presentarsi e avessero mai scoperto che ero
un piromane e un assassino, avrebbero cominciato a parlare
delle virt dell'erba canina rispetto all'erba fienarola.
Non avrei mai avuto una vita normale ad Amherst, ma
a Camelot s. Mi sentivo colmo di felicit, di riconoscenza.
Avevo voglia di ringraziare qualcuno. Ci fossero stati
dei vicini nei paraggi, avrei ringraziato loro. Ma non c'era
nessuno; erano tutti a casa, ciascuno a badare agli affari
propri, ed era esattamente quella una delle cose per cui
mi sentivo cos riconoscente.
- Grazie mille, - dissi ad Anne Marie.
- Non c' di che, presumo, - rispose lei, senza neppure
domandarmi perch la stessi ringraziando, perch il
nostro amore era cos. Chiamammo l'agente immobiliare,
acquistammo la casa e dicemmo addio all'appartamento
sopra lo Student Prince (non sarebbe stato un vero addio,
ad ogni modo, sebbene non l'avessi capito in quel momento)
e ci trasferimmo a Camelot, dove vivemmo per cinque
anni durante i quali mi accollai la mia mezz'ora di tragitto
per andare al lavoro e i ragazzi crebbero un po' e Anne
Marie si trov un impiego part-time da supervisore nel
supernegozio di casalinghi, e per cinque anni non ci furono
storie da raccontare e fummo piuttosto felici, felici quanto
ci si pu aspettare di essere. E vero, ad Anne Marie occorse
un po' di tempo prima di trovare la felicit: pianse
il primo anno, quando scopr che il camino era solo ornamentale
e lo sarebbe stato per sempre; pianse il secondo
anno, quando si rese conto di poter ficcare un dito dentro
l'intonaco delle pareti sottilissime e senza grandi sforzi, e
lo ripet pi volte, il gesto, sbigottita, tanto che probabilmente
la casa avr ancora adesso tutti quei buchi, come di
pallottole, a confermarlo; pianse il terzo anno, quando i
nostri vicini non sapevano ancora come si chiamasse, n
lei conosceva i loro nomi. Quella volta pianse davvero senza
riuscire a fermarsi, tanto che dovetti spedire i bambini
dai suoi genitori mentre lei cercava di riprendersi. Ma dopo
qualche tempo persino Anne Marie sembrava felice, e
se il carcere era stato il mio primo esilio dal mondo - e neppure
totalmente spiacevole - questo era il secondo, e mai,
neppure una volta, mi capit di essere riconosciuto come
il tizio che aveva dato fuoco alla casa di Emily Dickinson,
eccetera, e neppure una volta mi capit di sentire quella
voce interiore che domandava: Cos'altro? Cos'altro? O
meglio, neppure una volta, tranne il giorno in cui comparve
alla mia porta l'uomo a cui avevo accidentalmente ucciso
i genitori nell'incendio alla casa di Emily Dickinson,
e allora anche la voce torn a farsi sentire e io mi ritrasferii
dai miei e rilessi quelle lettere, e poi comparvero gli analisti
finanziari e cominciarono a darmi filo da torcere e
infine qualcuno (non io! non io! ) cominci a dare alle fiamme
le case degli scrittori in tutto il New England, e fu allora
che i miei guai ebbero inizio.
 
Capitolo secondo.

Prima di tutto ci fu quell'uomo, il figlio la cui madre
(una delle guide alla casa di Emily Dickinson) e il cui padre,
molti moltissimi anni fa, si stavano godendo a mia insaputa
un momento di intimit dopolavoro sul letto di
Emily Dickinson, quando mi capit di dare fuoco accidentalmente
alla casa e di ucciderli. Fece la sua comparsa un
sabato, all'inizio di novembre, il che and anche bene perch
nei giorni feriali a Camelot non succedeva mai niente.
Nei giorni feriali lavoravano tutti, andavano a letto presto
e si alzavano presto e guai a tagliarsi le unghie dei piedi
in veranda per paura di fare troppo rumore e disturbare
qualcuno.
Nei weekend era diverso: allora si che avevamo tutto
il diritto di ficcare un beccuccio in un buco, versarvi della
benzina, tirare una cordicella, fare tutto il rumore che
volevamo e tagliare infine un po' di erba. Io avevo appena
finito con la mia. Non c'era molto da dire al riguardo.
Era corta e avevo usato un tosaerba, uno di quelli che usavano
tutti i miei vicini: uno di quegli aggeggi automatici,
dell'era spaziale, per cui bastava starsene in piedi su una
piattaforma e cambiar direzione con le leve dei manubri.
Si muoveva talmente in fretta che pareva quasi librarsi in
volo e fondamentalmente faceva tutto il lavoro da s. Eppure
riuscii a fare una bella sudata, il che mi obblig a togliermi
la camicia, procurandomi qualche guaio con i vicini,
i miei vicini maschi (le donne non falciavano prati a
Camelot; in questo eravamo come i mussulmani), i quali
indossavano tutti grandi cuffie imbottite, tipo sala registrazioni,
e anche copricapo flosci ed enormi e occhiali
protettivi e spessi guanti da giardinaggio e camicie di cotone
con le maniche lunghe e pantaloni di tela imbrattati
di vernice e infilati dentro agli stivaloni da lavoro. Ad eccezione
di minuscoli lembi della guancia e del collo, non
un centimetro di pelle era visibile. Il mio petto nudo offese
qualche tacito codice comportamentale della zona,
procurandomi diverse occhiatacce di disgusto da parte dei
vicini. Ogni sabato mi ripetevo che dovevo tenermi tutti
i vestiti addosso, ma quando cominciavo a sudare non ricordavo
mai di non togliermi la camicia e cos facendo inciampavo
nella mia piccola ribellione involontaria. Ero
come quel patriota che continuava a dimenticarsi di non
gettare in porto il t della monarchia. E con questo non
voglio dire che, solo perch sudavo e mi toglievo la camicia
e involontariamente mi ribellavo, fossi migliore dei
miei vicini di casa. Non lo ero. Non ricordo il nome di
nessuno di loro, ma erano tutti brave persone. Anzi, spero
stiano bene.
Ero seduto in veranda, una lastra di cemento, a dire il
vero, che noi chiamavamo veranda perch ci piaceva starcene
seduti l. Avevo appena spento il mio tosaerba, che
mi rimbombava ancora nelle orecchie, per cui non sentii
arrivare il figlio delle mie vittime accidentali, non lo sentii
parcheggiare la jeep sulla strada, n percorrere il vialetto
d'entrata, non mi accorsi nemmeno della sua presenza
fino a quando non me lo trovai sotto il naso. Si chiamava '
Thomas, Thomas Coleman, ma quello non lo sapevo ancora.
Quando mi si avvicin ero immerso nei miei pensieri,
con gli occhi rivolti verso il basso, per cui gli vidi prima
i piedi e poi il resto del corpo. Indossava un paio di
scarponcini da montagna, di quelli impermeabili.
- E lei Sam Pulsifer? - domand. Al suono di quella
voce un grumo mi si incagli in gola come un feto morto,
perch pensavo di sapere a chi appartenevano quella voce
e quei piedi. Ero sicuro che fosse un reporter. Da anni non
ne incontravo uno, ma ricordavo il modo in cui parlavano,
sempre pronti a deviarti dalla tua versione della verit
per spingerti verso la loro; mi tornarono alla mente i loro
taccuini con la spirale e l'impazienza che mostravano nel
farti le domande di cui conoscevano gi le risposte, e tutta
la loro delusione per il modo in cui rispondevi.
- S, sono io, - dissi, dopodich alzai lo sguardo verso
il reporter solo per accorgermi che non lo era, un reporter,
cosa che capii a occhio nudo. Intanto, nessun taccuino
in vista. Poi, niente penne n matite. E a differenza
dei reporter che ricordavo, ora che mi aveva posto la sua
domanda e io gli avevo risposto, non sembrava affatto desideroso
di farmene un'altra, anzi, se ne stava li immobile
a fissarmi. Lo lasciai fare, e anch'io mi misi a guardarlo.
Non era tanto alto, per era magro magro; lo si capiva
persino con tutti quei vestiti addosso. Aveva un paio di
jeans foderati (avevo scorto la flanella rossa che sporgeva
da sotto il risvolto, sugli scarponcini) e una camicia di flanella
sulla quale indossava una casacca di velluto a righe e
sopra ancora un gil di pile, sebbene facesse insolitamente
caldo per essere novembre, e se avessi conosciuto meglio
quell'uomo gli avrei detto che poteva anche evitare di
mettersi tutti quei vestiti, bastava che mangiasse un po'
di pi. Io stesso ne ero la prova vivente e svestita. E poi
quella faccia: smunta e pallida, pallidissima, e butterata
per giunta. Se il mio volto era un sole cocente, il suo era
una luna vulcanica.
- Sono Thomas Coleman, - disse.
- Bene, piacere di conoscerla, - risposi io, e tesi la mano,
che Thomas non strinse. Cominci a muovere un po'
le mascelle, come se stesse raccogliendo della saliva da sputarmi
sulla mano che gli avevo offerto, e cos la ritirai subito.
- Il mio nome non le dice niente, vero? - mi chiese, e
aveva ragione. Niente, non faceva suonare nessun campanello;
in quel preciso momento la mia mente felice era uno
spazio vuoto, riecheggiante.
- Be', il nome di battesimo, Thomas, mi dice qualcosa,
- risposi, sforzandomi di essere educato. - Per, certo,
 un nome piuttosto comune Il che era vero, e lo avevo
detto seriamente, ma lui lo scambi per sarcasmo. Lo
capii dal modo in cui le mascelle avevano cominciato a
muoversi a ritmo raddoppiato. E va bene, era un uomo arrabbiato,
e forse per quello era cos magro: masticava talmente
forte la sua rabbia da non avere pi tempo n energie
n appetito per masticare altro.
- Thomas Coleman, - disse infine. - I miei genitori si
chiamavano Linda e David Coleman. Li ha uccisi lei nell'incendio
alla casa di Emily Dickinson.
- Oh! - risposi, perch non sapevo cos'altro dire, e sentendo
all'improvviso il carattere pi ufficiale del momento,
mi rimisi la camicia. Non appena tornai ad essere completamente
vestito e un po' meno agitato, mi tuffai in un
vortice di saluti: gli strinsi la mano - questa volta mi protesi
ad afferrare la sua, niente sarebbe riuscito a fermarmi
-, gli diedi una pacca sulla schiena, gli domandai Come
va? Che piacere vederla. Come se la passa? e cos via.
Tutto questo pu sembrare terribilmente inopportuno, ma
cosa avrei dovuto fare? Non esiste nessun manuale di galateo
per questo genere di cose; stavo improvvisando sul
momento. E poi Thomas non sembrava affatto ritenermi
inopportuno - forse, dopo aver ucciso accidentalmente i
genitori di qualcuno, ogni altra offesa deve sembrare minore
al confronto. Persino il suo volto parve acquistare
un po' di colore quando gli chiesi se volesse da bere - una
birra, un succo di frutta, incoraggiai Thomas a dirmi cosa
preferiva -, anche se poteva darsi che fosse il rossore
delle mie guance a illuminare la sua faccia butterata. Irradiavo,
in effetti, luce e calore; probabilmente avrei potuto
alimentare l'intero comprensorio se ci fosse stato un
blackout.
- E ora il mio nome le dice niente? - domand. - E
quello dei miei genitori?
- Qualcosa, - risposi, sebbene non mi dicesse poi molto,
non proprio; gi al processo mi ero sforzato di non sapere
come si chiamavano, giacch sembrava assai pi probabile
che il mio futuro avesse qualche prospettiva solo se
avessi dimenticato i particolari del mio passato. - Sinceramente,
non riesco a ricordare bene l'intera faccenda, -
aggiunsi, il che come ho gi detto  un mio dono, oltre ad
essere la verit. Persino in quel momento, davanti a Thomas,
l'incendio e il fumo e i corpi ardenti dei suoi genitori
erano cos lontani che pensavo a loro come se non fosse
stato un problema mio, cosa terribilmente crudele da dirsi
e in questo perfettamente congruente con la maggior
parte delle verit.
- Qualcosa? - ripet lui. Alle mie parole altro colore
sal lentamente alle guance di Thomas, e mi accorsi allora
che gli facevo bene alla salute e che, se fosse andata avanti
cos, forse sarei persino riuscito a farlo mangiare un po'.
- Qualcosa? Ma non si sente neppure un po' male per aver
ucciso i miei genitori?
-  stato un incidente, - dissi. Al che Thomas mi si avvicin
con una smorfia sul volto, e in sua difesa posso dire
che capivo perch non mi credeva: perch se ogni volta
che parli dell'incendio che hai appiccato e delle persone
che hai ucciso usi le parole  stato un incidente, pu
sembrare che tu stia facendo la parte del piagnone, e se
sembra che tu stia facendo la parte del piagnone allora sembra
pure che non sia stato un incidente, e a quel punto che
sia stato un incidente o meno non fa pi alcuna differenza.
A dire  stato un incidente per qualche terribile colpa
commessa si passava per vigliacchi e bugiardi. Io Thomas
lo capivo alla perfezione. Eppure, la verit  la verit 
la verit. -  stato un incidente, - ripetei pi volte.
- Gli incidenti non esistono, - ribatt Thomas.
- Per, che strano che lei mi dica cos, - gli risposi.
Anne Marie aveva usato le stesse parole molte volte: durante
la nostra convivenza ero riuscito a rovinare pi di
una festa a sorpresa, a rompere un'adorata sedia di famiglia
dei nostri vicini appoggiandomi allo schienale, a raccontare
molte barzellette razziste in compagnia di qualcuno
che apparteneva a quello stesso gruppo etnico, e dopo
ognuna di queste gaffe inconsce e non premeditate Anne
Marie mi accusava di averlo fatto apposta: Non  stato
un incidente, - diceva. - L'hai fatto apposta. E io le rispondevo
sempre: Non  vero! Non  cos! E allora lei
replicava: Gli incidenti non esistono. E io le dicevo:
Esistono. Esistono eccome! Ma forse non esistevano.
Capivo cosa voleva dire Anne Marie, e anche Thomas.
- Mi mancano moltissimo i miei genitori, - disse Thomas.
- Sono passati ormai vent'anni da quando li ha uccisi,
eppure cazzo se mi mancano.
- Oh, lo so che le mancano, - gli risposi. Provavo una
tale empatia nei suoi confronti, era qualcosa di viscerale,
e il fatto che gli mancavano i suoi genitori fece s che anche
a me mancassero i miei, e in qualche modo eravamo
entrambi orfani e sulla stessa barca. - Ehi, ascolti, - gli
dissi, - sicuro di non voler bere niente? - Perch falciare
il prato mi aveva messo sete, e poi stavo davvero cominciando
a sentirmi vicino a questa persona e in debito per
quello che avevo fatto ai suoi e alla sua vita, e avrei voluto
procurargli qualunque cosa avesse voluto.
- No, - rispose. E aggiunse: - Lo sa cosa mi facevano
a scuola?
- Aspetti un attimo, - dissi io. - Chi? Quando  accaduto
? Di che scuola parla? - Perch ho bisogno di conoscere
tutti i dettagli di una storia per potermici interessare,
interessare davvero, cio. Quand'ero piccolo non mi
sentivo mai troppo coinvolto dalla storia dei tre porcellini
e delle loro case perch non sapevo se queste - di paglia,
di mattoni o quant'altro - si trovassero in una cittadina,
in una grande citt o in un villaggio, n se quel comune
avesse un nome, e in mancanza di ci non riuscivo semplicemente
a farmi coinvolgere.
-  stato alla Williston Country Day, - disse Thomas,
- subito dopo l'omicidio dei miei genitori Pronunci
queste parole lentamente, come se anch'io fossi lento e potessi
cos mettere insieme i pezzi e comprendere appieno,
cosa che apprezzai. - Gli altri ragazzi, gli studenti, persino
gli amici, prendevano in giro i mie genitori.
- Ma sta scherzando, - risposi. -  terribile, Thomas.
Quelli non erano amici.
- Lo erano. Prendevano in giro i miei genitori per il
modo in cui erano morti, sa, a letto -. Ebbe una sorta di
inciampo nel pronunciare queste ultime parole, ancora attanagliato,
ovviamente, da un profondo dolore che lo ossessionava,
poveraccio.
- Per molto tempo, - riprese, - mi sono vergognato tanto
di loro, li ho odiati per quello che stavano facendo quando
li ha uccisi.
-  comprensibile.
- C'era una ragazza, nella mia classe, i cui genitori erano
morti in un incidente stradale, - disse. - Decapitati.
La invidiavo. Per molto tempo avrei voluto che anche i
miei fossero morti cos.
- Perfettamente comprensibile, - commentai.
- Per molto tempo, - prosegu, inalando una boccata
d'aria bagnata, - ho pensato anche di uccidermi.
- Non dica cos, Thomas, non ci pensi neanche, - risposi.
Ancora una volta, avrei fatto qualunque cosa per
lui. Se avesse tirato fuori delle lamette per tagliarsi le vene,
mi sarei strappato la camicia per farne delle bende; se
avesse avuto in tasca delle pillole e le avesse ingoiate, gli
avrei fatto la lavanda gastrica, anche se sprovvisto di conoscenze
o strumentazioni mediche adeguate. Volevo salvarlo
tanto quanto volevo salvare me stesso, presumo. In
questo senso, ero come lo specchio che vuole proteggere il
tizio che ci si riflette dentro per poter proteggere, di
conseguenza, anche l'immagine riflessa. Certo, era una risposta
emotiva complessa, e non sono certo di averla compresa
appieno, il che mi confermava la sua complessit.
- E quando non volevo uccidermi, - disse Thomas,
guardandomi da sotto le sopracciglia, che erano bionde e
sottili come i capelli, - volevo uccidere lei.
- Bene, - dissi, perch non avevo una risposta migliore,
tranne che ero contento che non l'avesse fatto. Uccidermi,
cio.
- Non si preoccupi, - aggiunse, anche se pronunci
queste parole con un tono di voce basso, fioco, che tradiva
la sua magrezza e suggeriva che forse non avrei fatto
poi male a preoccuparmi. - Il mio strizzacervelli mi ha
convinto a non farlo.
- Ha uno strizzacervelli?
- Ne ho avuta tutta una serie -. Thomas lo disse come
se fosse stanco della sua tristezza, come se il suo dolore
fosse un costume di carnevale che portava ancora addosso,
dopo la festa, e che volesse finalmente togliersi senza
riuscire a farlo, e all'improvviso mi apparve un quadro molto
chiaro della sua vita che io stesso avevo contribuito a
dipingere, come certamente avevo fatto con la mia. Lo immaginavo
a peregrinare da uno psicoanalista all'altro, e a
parte quegli strizzacervelli, il suo dolore e il suo passato
orribile, era completamente solo al mondo. Dubitavo che
avesse una moglie e dei figli che lo aspettassero a casa, e
allora andai col pensiero ad Anne Marie e ai bambini, da
qualche parte li fuori a sbrigare le loro consuete commissioni
del sabato, a raccogliere mele in uno di quei terreni
in cui si pu raccogliere la frutta da s, o in uno zoo ad accarezzare
animali selvatici addomesticati, o ad ascoltare
una lettura in qualche biblioteca, e mi capit di pensare
allora che per noi quattro non c'era bisogno che il mondo
fosse tanto grande. Mi mancavano terribilmente e avrei
voluto saltare sulla mia monovolume - ne avevamo due -
e raggiungerli, magari allo zoo, se non fosse stato che la
macchina aveva poca benzina e io non sapevo dove si trovasse
lo zoo.
- Comunque, - disse Thomas, scuotendo il capo come
se si stesse svegliando in quell'istante, cercando di liberarsi
da un sogno, -  per questo che sono qui. Il mio strizzacervelli
mi ha detto che avrei dovuto cercarla per chiederle
di scusarsi con me. Per aver ucciso i miei genitori.
- Oh, certo, certo che mi scuso, - risposi. - Mi dispiace
cos tanto -. E mi dispiaceva davvero, ma allo stesso
tempo ero proprio felice di poter fare qualcosa per
Thomas dopo tutti quegli anni.  talmente raro avere l'occasione
di potersi scusare per qualcosa di cos terribile ed
estremo. Era come se Abele fosse tornato dal mondo degli
inferi per offrire a suo fratello Caino l'opportunit di
chiedergli perdono per averlo ucciso. - Mi dispiace cos
tanto di aver ucciso i suoi genitori, - dissi, ed ero talmente
pentito che mi inginocchiai in segno di supplica. - Mi
dispiace davvero...  stata una cosa orribile che ha cambiato
la vita di tantissime persone e vorrei che non fosse
mai accaduta.
Thomas teneva il capo chino mentre gli chiedevo di perdonarmi.
Terminato il mio discorso, lui continu a guardare
in basso, come se volesse che proseguissi o come se
stesse riflettendo su quella scena. Alla fine alz la testa e
mi rivolse uno sguardo torvo che sapevo gi foriero di altri
guai. -  questa la sua richiesta di perdono? - mi domand.
- Tutto qui?
- S, - risposi, e poi aggiunsi: - Mi perdoni, - per abbondare
un po'.
- Come richiesta di perdono faceva schifo, - comment
Thomas. Gli occhi parevano sul punto di uscirgli dalle orbite
e teneva i pugni chiusi: era furibondo, senza ombra
di dubbio. Thomas sembrava proprio una di quelle persone
che si vedono in Tv, uno di quelli a cui hanno ucciso
una persona cara e che, avendo occasione di rivolgersi ai
suoi assassini in tribunale, dicono loro tutto ci che credono
di voler o dover dire per poter andare avanti con la
loro vita e mettersi l'anima in pace, eccetera, ma solo per
scoprire che le parole non hanno alcun senso e non sono
neppure le loro, a dirla tutta, ritrovandosi perci ancora
pi disperati di prima e pieni di rabbia e di dolore. Thomas
assomigliava moltissimo a uno di loro. - Non le dispiace
per niente, - disse.
- Certo che s, certo che s, - dissi, ed ero davvero dispiaciuto,
ma non sapevo che altro fare per convincerlo,
perch sta proprio l il problema:  molto pi facile convincere
qualcuno che non ti dispiace per niente piuttosto
che il contrario.
- Che stronzo! - esclam lui.
- Ehi, - risposi. - Che bisogno c' adesso?
- Sei uno stronzo di merda, - disse Thomas. Mi si avvicin
un poco, e per un istante pensai che volesse saltarmi
addosso, ma non lo fece, forse perch mi aveva visto
tutto sudato, o magari puzzavo di sudore raffermo per aver
falciato il prato, o semplicemente perch ero pi grosso e
pesavo una ventina di chili pi di lui. Thomas non sapeva
che probabilmente avrebbe potuto darmele e senza neppure
sporcarsi tanto le mani: sentivo la mia vecchia passivit
salire piano piano, sentivo il battito del mio cuore
scandire, su colpiscimi, colpiscimi, me lo merito e non
reagir nemmeno, di, colpiscimi. Ma Thomas non poteva
sentire il mio cuore, ed  anche per questo che fa piacere
averne uno. Al contrario, mosse un passo indietro, e
anche la sua faccia indietreggi e cominci a sembrare
riflessiva per quanto ancora furibonda.
- Chiss quanti dei tuoi vicini sanno che sei un assassino e
un piromane, - disse. - Chiss se lo sanno i tuoi
amici. I tuoi colleghi.
- Be'... - dissi.
- Scommetto che non l'hai detto neppure alla tua famiglia,
- continu, e a queste parole il mondo, all'improvviso,
si fece offuscato e percorso da linee svolazzanti, quasi
fosse attraversato da un'ondata di intenso calore e, guardandolo,
non riuscivo pi a riconoscerlo, quel mondo, n
ad essere pi certo che mi appartenesse ancora.
- Lo so bene che non ti dispiace di aver ucciso i miei
genitori, - disse Thomas. - Ma ti dispiacer.
E se ne and: si volt, riattravers il vialetto di casa mia,
risal sulla sua jeep parcheggiata accanto al marciapiede e
mise in moto. Non appena se ne fu andato, il mio cuore rallent
un po' e la mente torn a vederci chiaro, mentre sentivo
in lontananza il ronzio dei tosaerba dei miei vicini di
casa. Sapevo che nessuno aveva visto Thomas, e in caso
contrario nessuno avrebbe sospettato qualcosa di insolito
in quella visita, n ci avrebbe fatto caso. La settimana prima,
l'ex moglie del mio vicino, quello che abita dall'altra
parte del cul-de-sac, si era messa a picchiare alla sua porta
alle tre del mattino, con tanto di urla e minacce che gli
avrebbe tagliato le parti basse con la sciabola della guerra
di Secessione del nonno; lui aveva chiamato la polizia e insomma
avevano fatto un gran baccano, ma era distante, vago,
tanto che pensammo che qualcuno avesse lasciato il televisore
acceso a volume troppo alto, finch non leggemmo
la notizia sui giornali del giorno dopo. Il nostro tacito
motto, a Camelot, era Vivi e lascia vivere, purch uno
vivesse tenendosi addosso la camicia. Ora che Thomas se
n'era andato tutto sembrava un normale sabato a Camelot.
Era come se nulla di quanto era accaduto fosse accaduto
veramente.
E invece era accaduto. Il passato torna una volta, e da
allora continua a tornare, e non solo una parte di esso, ma
tutto intero; la folla rimossa della tua vita riaffiora dalla
galleria dei personaggi e ti si accalca intorno e allora nascondersi
non ha pi senso, tanto ti troverebbero lo stesso.
E la tua folla e tu sei l'unico che stiano cercando.
Anne Marie e i bambini non sarebbero rientrati prima
delle tre. Adesso erano le due. Il che mi dava un'ora di
tempo per farmi una lunga passeggiata e trovare il coraggio
di dire alla mia famiglia la verit sul mio passato. Sapevo
che quella era la cosa giusta da fare: dire la verit. E
come facevo a saperlo?

 Capitolo terzo.

Grazie a mia madre: era brava a raccontare storie, e le
storie che raccontava, dopo che mio padre se n'era andato,
erano sempre sulla casa di Emily Dickinson. Ad esempio
c'era quella che mi aveva raccontato quando avevo
otto anni, la storia di due bambini, un maschio e una femmina,
sempre bravi quanto basta, mai molto pi grandi o
pi piccoli di me. Si tenevano per mano e si sfidavano alla
corsa e si urlavano dietro sfott sarcastici, molto espliciti,
cose che avevano visto al cinema o sentito alla televisione
o da qualche amico, che a sua volta li aveva sentiti
negli stessi posti, ma li aveva trasformati e fatti propri.
Erano buoni, questi due bambini: andavano a casa l'uno
dell'altra dopo la scuola, oppure nel fine settimana o in
un giorno di festa; si scambiavano biglietti d'auguri per i
loro compleanni e si parlavano al telefono per ore. E un
bel giorno, mentre passavano davanti alla casa di Emily
Dickinson, trovarono aperta la porta sul retro, cosa insolita,
e cos decisero di entrare. Mentre superavano la soglia,
cos mi raccontava mia madre, la porta sbatt alle loro
spalle e quella grande casa cominci a ronzare come un
enorme tritarifiuti elettrico in fase di riscaldamento. Poi
si sentivano urla, lontane ma distinte, e quando mia madre
finiva di raccontare io emettevo un lungo e amaro sospiro
e mi mettevo a piagnucolare: Ma  cos ingiusto!
Allora lei assentiva col capo e diceva: La casa di Emily
Dickinson  come l'ultima buca del minigolf. Proprio come
la pallina di quell'ultima buca, i bambini entrano e il
gioco passa a qualcun altro. Il che era un'analogia piuttosto
infelice, specie perch in quel periodo mia madre e
io giocavamo spesso a minigolf insieme.
cos mia madre aveva la sua storia (che, per inciso, non
rallegrava particolarmente nessuno dei due), ma ora stavo
per averne una tutta mia, e sarebbe stata vera. Avrei raccontato
ad Anne Marie e ai bambini tutta la verit su di
me e sulla casa di Emily Dickinson e di come l'avessi rasa
al suolo e ucciso quei poveri Coleman. Avevo mentito per
troppo tempo. Ora che Thomas Coleman era spuntato dal
nulla e aveva minacciato di vuotare il sacco, sapevo che
avrei dovuto dire la verit alla mia famiglia finch la verit
poteva darmi ancora qualche piccolo vantaggio e finch
la tenevo sotto controllo in una certa misura. E forse
quella verit mi avrebbe reso felice. Ecco cosa si erano detti
gli analisti finanziari durante un altro brainstorming
sul tema memoir: - Di' solo la verit, bello, - (era cos
che si parlavano: come surfisti in abiti firmati Brooks
Brothers). - Dopo ti sentirai meglio -. Pareva una semplice
questione di causa ed effetto, cosa che io, esperto in imballaggi,
capivo alla perfezione e apprezzavo. Ma sarebbe
stata dura, lo sapevo. Mentre passeggiavo, allontanandomi
da Camelot e attraversando la Route 116, vagando all'infinito
intorno al parcheggio del supernegozio di articoli da giardinaggio (la mia passeggiata l'avrei fatta lungo i
marciapiedi della 116 o di Camelot se solo fossero esistiti),
immaginavo le facce dei miei due bambini mentre cercavo
di spiegargli che il loro pap era un assassino e un piromane,
per non parlare delle bugie che gli avevo raccontato
per molto tempo, e quello fren un poco il mio proposito.
Ma andava bene lo stesso, perch sapevo che era giusto fare
quello che volevo fare, tanto pi che la mia risolutezza
era pi che abbondante e riuscivo a tollerare l'idea di perderne
un po' per strada.
E poi me ne tornai a Camelot, infilai il vialetto d'entrata
di casa mia e persi un altro po' di risolutezza: vi
era parcheggiata la monovolume di Anne Marie. Come
Camelot e la casa e i bambini e la stessa Anne Marie, anche
l'auto era ben tenuta e io l'amavo tanto come amavo
tanto tutti quanti loro, sentivo l'amore crescermi dentro
al cuore, e alla fine ne sarebbe stato cos ricolmo da esplodere
in mille pezzi che si sarebbero sparpagliati ovunque
- che pasticcio! - e io sarei morto e non me ne sarebbe importato
un fico secco. Feci il giro della casa e passando dalla
porta sul retro entrai nella cucina con il pavimento rivestito
di piastrelle luccicanti di adobe. Non che io avessi
un'idea precisa di cosa fosse l'adobe, ma pensavo che
avesse a che fare con gli indiani, l'argilla e la terra, anche
se niente di tutto ci sembrava avere a che fare con il pavimento
della mia cucina. Quel pavimento e il nome che
portava erano un mistero insondabile, proprio come l'amore,
e intanto il mio cuore continuava a gonfiarsi, mettendo
a dura prova la tenuta delle sue pareti. Mi chinai a
baciare il pavimento, poggiando le labbra sulla fredda,
fredda piastrella. Sei mia. Fu quello il pensiero che le
dedicai. Sei mia e ti adoro. Ma la piastrella avrebbe ancora
ricambiato il mio amore una volta confessata la verit
sul mio passato? Al solo pensiero riuscivo gi a vederla
mentre si ritraeva dalle mie labbra. E la mia famiglia,
avrebbe reagito allo stesso modo? Come sperare nel contrario
? Oh, che paura avevo, e non di una cosa soltanto,
bens di tutto, sebbene non fosse passato neppure un minuto
da quando avevo mostrato tanto coraggio e determinazione.
Avevo paura persino della piastrella d'adobe e
volevo allontanarmene il pi in fretta possibile, prima che
fosse lei a respingermi del tutto. Cancellai il segno delle
labbra dalla piastrella e mi apprestavo a rialzarmi da quella
posizione carponi quando mia figlia Katherine entr in
cucina.
Katherine aveva otto anni all'epoca, era alta e secca secca,
lo stesso tipo di bambina che era stata anche sua madre
- una bambina che aveva passato tutta l'adolescenza
in salopette, intanto che da maschiaccio si trasformava in
vera bellezza. Aveva imparato un po' di saluti non convenzionali,
forse guardando qualche telefilm o dagli amici,
qualcosa del tipo: Ehiqua, e cos mi stava salutando
in quel momento, li, nella cucina, e io avrei voluto risponderle:
Oh, mia cara, mia primogenita, devo dirti una cosa,
e forse mi odierai per questo, ma anche se cos fosse,
mi prometti almeno che non dirai mai pi Ehiqua? E
invece le chiesi: - Dov' tua madre?
- Di sopra. Sta facendo ginnastica -. Difatti era l'ora
degli esercizi. Anne Marie si trovava al piano di sopra, in
camera nostra, stretta in una tutina di spandex che lasciava
scoperte strisce di carne bianca, con i capelli raccolti in
alto sulla testa e perle di sudore sul labbro superiore, intenta
a guardare la Tv e a pedalare come una dannata sulla
sua cyclette. Talvolta mi chiedevo se prima o poi, a furia
di pedalare cos forte, la cyclette non si sarebbe messa
in moto. Il mio cuore affond con un triste tonfo al pensiero
di raccontarle la verit sul mio conto; ma poi, dal momento
che non mi faccio spaventare dalle questioni serie,
mi domandai se non sarebbe stata pi felice con qualcun
altro, con qualcuno che non fosse un casinista come me.
Nella nostra relazione i casini non erano mancati. Per
esempio, quella volta in cui cenammo con un mio collega
e con sua moglie, e ci capit di inoltrarci in una conversazione
sugli ebrei, o quanto meno sulla religione ebraica, e
Anne Marie chiese alla donna (era americana) se per caso
fosse ebrea e lei rispose di no, e allora io mi rivolsi al tipo
che lavorava con me dicendogli: - Tu, so che non lo sei -.
Lo avevo detto perch era tedesco, anzi era nato in Germania
- si chiamava Hans - per cui era implicito che, essendo
tedesco, doveva essere anche nazista. Me lo fece
notare Anne Marie poco pi tardi. Come le dissi, non ne
avevo avuto intenzione, ma i nostri ospiti l'avevano probabilmente
presa a quel modo: se ne andarono in fretta e
furia, persino prima che fosse servito il dolce. Una volta che furono usciti, Anne Marie mi si rivolse esasperata
- l'esasperazione, scontrosa lontana parente della rassegnazione,
era ci che Anne Marie sembrava provare nei
miei confronti il pi delle volte. Le chiesi scusa. Ma in mia
difesa, indovinate un po': qualche tempo dopo scoprii che
il tizio non lo era. Ebreo, cio.
Ma presumo che non fosse quello il punto. Era felice
Anne Marie? L'avevo mai resa felice? Oppure l'avevo
solo resa indaffarata: accompagnare i bambini a destra e
sinistra, andare al lavoro, fare tutto quello che era necessario
fare in casa e che io non facevo - che (ad eccezione
della falciatura del prato e di un po' di Tv coi bambini
prima di andare a dormire) era come dire praticamente
tutto - e trovare rimedio ai miei incidenti, ormai cos numerosi
da non ritenerli neppure pi tali? Ero una delle
cose che la teneva occupata, e va bene, io e la sua cyclette.
E se di recente era apparsa meno insoddisfatta e lamentosa
del solito significava che era felice oppure solo indaffarata?
E io riuscivo a donarle la felicit oppure mi
limitavo a darle qualcosa da fare? E questo cambiava
qualcosa?
- Pianeta Terra chiama Papi, - disse Katherine. Era
ormai abbastanza alta da arrivarmi alla testa in punta di
piedi e darmi dei colpetti, come se volesse controllare che
fossi connesso, e cos fece, colpendomi alla fronte, ma piano,
per cui non mi fece tanto male e fu giusto per un secondo.
- Ci sei ancora?
- S, - risposi. - Cosa sta facendo tuo fratello?
- Sta guardando la Tv in camera sua.
Immaginai Christian intento a guardare la televisione
(avevamo tutti un televisore in camera, pi uno al piano
di sotto e uno nel seminterrato - sembravamo una sala di
controllo con tutti i nostri monitor). Quando Christian se
ne andava in giro sul suo monopattino produceva tutta
una serie di suoni allegri, gli stessi di quando era beb, una
gamma di rumori sul tema di Uiiiiiiiii. Davanti alla
televisione, invece, aveva l'aria confusa e arrabbiata per via
di ci che guardava, pareva quasi un toro istupidito. Avrei
preferito vederlo sul monopattino, persino per casa, cosa
che solitamente non gli permettevamo, avrei preferito immaginarlo
cos piuttosto che imbambolato e abbrutito davanti
al televisore. E poi avrei voluto poter dare a Christian
e a Katherine qualcosa per cui ricordarmi: era un desiderio
da pap, lo riconoscevo. Mia madre, ad esempio,
durante l'assenza di mio padre, mi aveva regalato tutte
quelle storie sulla casa di Emily Dickinson, cos che io potessi
avere qualcos'altro oltre a un padre in fuga. E le conservo
ancora adesso; le ho custodite nella memoria per tutto
questo tempo, perch erano belle.
Mia madre raccontava sempre della casa di Emily
Dickinson alludendo a qualche morte imminente, a bambini
scomparsi e tristemente dimenticati, a qualche fatale
caduta, caduta, caduta di corpi, grandi e piccoli, nuovi e
usati, in un abisso solitario e inesorabile. Quando avevo
nove anni, per esempio, mi raccontava lunghe storie orripilanti
su qualche forestiero, qualcuno di fuori citt: erano
sempre uomini con un passato oscuro, i jeans sbiaditi,
dei mandati d'arresto pendenti e la voce ridotta a un sussurro
che puzzava di Marlboro. Arrivavano in citt facendo
l'autostop o in pullman, alla ricerca di un posto in cui
passare la notte, di un lavoro, non votavano mai, non pagavano
le tasse. Per loro la casa di Emily Dickinson non
rappresentava n un pericolo n una minaccia; semplicemente
esisteva perch la si usasse per il tempo necessario:
una vecchia casa come tante altre, facile da scassinare, abitata
soltanto di giorno e con il brutto vizio della polvere.
Vi penetravano a forza con una certa abilit ed esperienza,
il che rendeva la loro scomparsa ancora pi orribile (secondo
i racconti di mia madre era difficilissimo sentirne
le urla, soffocate dagli scricchiolii di quella venerabile casa
infernale): perch questi uomini, l fuori nel mondo, ne
avevano viste di tutti i colori ed erano sopravvissuti, ma
di sopravvivere a quell'abitazione neanche a parlarne. Ecco
com'era la casa: interessante e disgraziata, e in pi si
trovava proprio in fondo alla via. E poi c'era mio padre,
che non fumava e portava pantaloni di tela color sabbia al
posto dei blue jeans e non si era mai messo nei guai; non
ce l'avrebbe fatta neppure a tornare ad Amherst e alla casa
di Emily Dickinson: il mondo l'avrebbe ingoiato in un
sol boccone prima che potesse raggiungere casa propria.
Quando dico che avevo paura per tutti i fuorilegge che popolavano
le storie di mia madre, in realt voglio dire che
temevo per mio padre, che immaginavo li fuori, solo, in
quel mondo malvagio. Era di mio padre che si parlava veramente
nelle storie sulla casa di Emily Dickinson, ragion
per cui vi ritornavo col pensiero, alle storie, e alla casa, e
a mia madre e a mio padre, tantissimi anni fa, e lo facevo
allora cos come continuo a farlo adesso.
Ma basta cos. C'erano molte, moltissime altre storie,
regalatemi tutte da mia madre, e guardate un po' che fine
mi ha fatto fare quel regalo -  questo il punto. Ai miei figli
non volevo lasciare nulla di simile; allo stesso tempo,
per, cominciavo a rendermene conto, non volevo lasciargli
neppure la verit, perch era rischiosa e avrebbe potuto
ferirci tutti senza aiutare nessuno. Mentre pensavo a
qualcosa di pi consistente da regalargli, Katherine apr il
frigorifero, allung una mano, tir fuori un grande bicchiere
di polistirene e cominci a succhiare rumorosamente
dalla cannuccia che fuoriusciva dal coperchio.
- Cosa stai bevendo?
- Un frapp, - rispose.
-  come un frullato?
- No, - disse.
- E che differenza c' tra un frullato e un frapp? - domandai.
Katherine ci pens su un momento e poi rispose: - 
pi frullato.
- Bene, - dissi io, e lo pensavo davvero. Ero tornato a
casa con l'intenzione di raccontare la verit alla mia famiglia.
E invece avevo intrapreso con mia figlia una bella
conversazione pragmatica sui frapp, qualcosa per cui non
mi avrebbe certo ricordato, ma forse, dopo tutto,  proprio
questa la cosa migliore che possiamo fare per i nostri
figli: non dare loro qualcosa per cui ricordarci. - Bene, -
ripetei.
- Bene cosa? - disse Anne Marie, entrando in cucina
dalla porta alle mie spalle. Mi girai a guardarla. Aveva i
capelli bagnati; chiaramente era appena uscita dalla doccia.
Che strano: non si asciugava mai i capelli con il phon,
nonostante fossero spessi come corda e lunghi da fare invidia
a Raperonzolo - eppure, nonostante ci, non aveva
mai posseduto un phon e i capelli le si erano sempre asciugati
lo stesso. Sovente, nei momenti liberi, mi capitava di
immaginare che avessero una serpentina che si accendeva
all'interno, e mi bastava guardarla che subito cominciava
a scaldarsi anche la mia serpentina interna, tutto un fuoco
che si irradiava dalle gambe e saliva nelle mie parti intime,
su su fino al petto e in viso. Dovetti fare resistenza
per evitare di prenderla proprio li, spinto dall'amore e dal
desiderio. Mi era successo una volta, al centro commerciale
della Pioneer Valley, in un negozio di scarpe, dove
Anne Marie si stava provando un paio di stivali neri che
le arrivavano al ginocchio, muovendosi da una parte all'altra
come la modella che avrebbe facilmente potuto essere,
e il mio bisogno di lei era cos grande che non sembrava
esservi altro modo per rendere giustizia alla sua
enormit se non prendendola. E cos feci, buttando all'aria
scatole e vetrinette e altri clienti. Dopo aver messo a
posto quel casino, fatto le mie scuse alla responsabile del
negozio e acquistato gli stivali, Anne Marie mi fece promettere
che mai e poi mai mi sarei permesso di rifarlo.
Perci risposi: - Frapp.
- Frapp?
- Katherine ne sta bevendo uno. Parlavamo del fatto
che un frapp non  come un frullato. Anne Marie mi
guard perplessa, come se stessi parlando una delle tante
lingue straniere che non avevo mai imparato. E cos specificai:
- Sono diversi.
- Com' andata la tua giornata? - mi domand Anne
Marie. -  successo qualcosa di speciale?
Era questo, ovviamente, il momento di dirle la verit.
Se ne stava l, di fronte a me, come un membro della famiglia.
Ripensai agli analisti finanziari, mi figuravo le pagine
del loro memoir che si muovevano come gengive e mi
dicevano: Di' la verit, di' la verit; ti sentirai meglio,
bello. Potevo farlo, no? Avrei raccontato ad Anne Marie
dell'incendio alla casa di Emily Dickinson e dei Coleman e del
tempo trascorso in carcere; le avrei parlato dei
miei genitori e di quanto li avessi feriti, ragion per cui mi
avevano mandato al college; le avrei detto che Thomas
Coleman mi aveva appena fatto visita. Avrei spiegato ad
Anne Marie che le avevo mentito perch l'amavo e avevo
paura di perderla e che ora le stavo dicendo la verit in nome
della stessa paura, e che se solo, ti prego, ti scongiuro,
mi avesse perdonato, non le avrei mentito mai pi.
E dunque cosa finii per dire ad Anne Marie? Le raccontai
un'altra bugia. Perch  cos che ci si comporta
quando si  bugiardi: si dice una bugia, e poi un'altra, e
dopo un po' si spera che le bugie finiscano per essere meno
dolorose della verit, o meglio, quella  la bugia che ci
si racconta.
- Niente di speciale, - risposi. E poi, prima che potesse
chiedermi qualcos'altro a cui avrei dovuto rispondere con
un'altra bugia, le dissi una verit: - Ti amo tanto, Anne
Marie. Lo sai, vero?
Mi sorrise, mi poggi una mano sulla guancia, il gesto
d'affetto che preferiva, e mi disse: - S, lo so. Lo so.
- Sto morendo di fame, - esclamai. - Prepariamo la cena
-. E cos facemmo: Katherine tagliuzz la lattuga, la
lav sotto il rubinetto, poi la mise nella centrifuga
dell'insalata, che fece girare forte, cambiando mano ogni volta
che si stancava; io apparecchiai la tavola, sistemando le
posate dove pensavo che andassero; Anne Marie cucin il
pasto vero e proprio, non ricordo bene cosa, ma certo un
campionario di quasi tutti i principali gruppi alimentari.
Christian scese al piano di sotto, ancora un po' intontito
per aver guardato la Tv, e anche lui fece la sua parte, ovvero
si sistem sulla sedia evitando di essere d'intralcio
agli altri.
Mentre preparavamo la cena, la cucina risuonava del
solito chiacchierio: Anne Marie parlava del club di lettura
a cui si era appena iscritta, Katherine della squadra di
calcio di cui era la star, Christian del cartone animato che
aveva appena guardato e solo in parte capito. Quanto a
me, non parlai molto, fondamentalmente perch c'era
quella voce - Cos'altro? Cos'altro? - che riecheggiava
nella mia testa, quella voce che non sentivo da molti anni.
Mi turbava e non capivo che cosa ci facesse li. Avevo
tutto quello che volevo, era intorno a me, in quella stanza,
compresa la stanza stessa.  possibile che si senta quella
voce non quando si vuole qualcos'altro, bens quando si
ha paura di perdere quello che si ha gi? La voce si fece
tanto forte che per liberarmene mi diedi un colpetto sul
capo, gesto che Christian mi vide fare e che volle imitare,
ma poi, essendosi picchiato un po' troppo forte, si mise a
piangere e io dovetti consolarlo, cosa che quanto meno mi
aiut a dimenticarmi della voce per un attimo.
Finalmente ci mettemmo a sedere. Dopo quella giornata,
mi pareva quasi un miracolo che stessimo mangiando
tutti alla stessa tavola, cos come si conviene a qualunque
famiglia. Un miracolo  qualcosa che bisognerebbe commemorare
nelle preghiere, ce l'avevano insegnato al college;
peccato che non ne conoscessi nessuna, avendo dimenticato
anche le poche che le suore ci avevano fatto imparare
a memoria. E cos mi limitai a dire: - Sono il padre e il
marito pi fortunato del mondo -. E anche quello era vero;
ero stato fortunato per dieci anni, e avrei continuato
ad esserlo per altri quattro giorni, quando la mia fortuna
si sarebbe esaurita avendo io fatto qualcosa che mai avrei
dovuto fare.
 
Capitolo quarto.

Andai fuori citt per affari. I miei capi mi spedirono a
Cincinnati, dove avrei dovuto presentare a quelli della
Kahn un genere rivoluzionario di budello per salsiccia. A
conti fatti, rimasi fuori per meno di trentasei ore e tutto
fil liscio (il budello parl da s e fece la sua figura). L'unico
intoppo fu che, una volta atterrato in aeroporto, recuperata
la macchina nel parcheggio a lunga permanenza
e raggiunta Amherst, mi fermai a fare benzina a solo qualche
chilometro da casa, riuscendo a chiudere le chiavi dentro
l'auto. Non avevo nessuna intenzione di pagare qualcuno
della stazione di servizio perch forzasse la porta, e
cos chiamai Anne Marie, chiedendole di portarmi una
chiave di scorta.
Anne Marie rispose al telefono. Era mercoled pomeriggio,
le quattro o gi di li. Mia moglie fuma una sigaretta
al mattino, una prima di cena e una terza la sera, e doveva
appena averne fumata una perch la sua voce mi arriv
come un treno in lontananza, un piacevole rimbombo
cupo che mi raggiunse attraverso la cornetta, e io mi sentii
felice e speranzoso al solo sentirle dire: - Pronto.
- Ehi, Anne Marie, tesoro, - dissi, - sono io, Sam.
- Sam, - rispose, - mi tradisci?
La domanda mi colp come una pugnalata e il mio umore
cambi all'improvviso. La felicit pu trasformarsi in
disperazione cos repentinamente che  gi un miracolo se
non ci rimediamo uno stiramento a un muscolo o uno
strappo al collo. Stavo per dire: No, certo che no, non
pensarlo neanche, quando mi resi conto che tacere su ci
che avevo fatto alla casa di Emily Dickinson o a Thomas
Coleman e ai suoi genitori significava averla in qualche
modo tradita, e se non con una donna e per sesso, con tutte
le menzogne e i sensi di colpa. S, mi trovavo in cattive
acque, la mia mente un canale di scolo otturato, ed  possibile
quindi che, per qualche secondo o forse addirittura
per un buon mezzo minuto, non abbia risposto ad Anne
Marie, tanto che lei sbott: - Allora  vero! Mi tradisci!
- S, - risposi, incasinando ulteriormente le cose. Volevo
rispondere con una domanda, ma forse suon come
qualcos'altro, come un'affermazione, una confessione, perch
Anne Marie si mise a urlare ancora pi forte.
- No, no, - dissi in tono un po' brusco. - Si capisce che
non ti tradisco. Come ti  venuta questa idea?
- Be', intanto, - rispose, - te ne sei andato fuori citt
per lavoro.
- S, - dissi io, -  vero. Te l'ho detto, no? Lo sapevi.
- Sam, - incalz con quel tono arrogante di chi conosce
l'altro troppo bene e da troppo tempo e sa di essere nel
giusto: - Ci ho pensato mentre eri via. Non sei mai andato
fuori citt per lavoro in vita tua.
Il che non era del tutto esatto. Durante il mio primo
anno alla Pioneer Packaging mi avevano mandato a promuovere
un nuovo articolo, e l'articolo in questione era
quel famoso barattolo indistruttibile per la maionese. Era
stata una presentazione pazzesca, senza mai fermarmi l'avevo
scagliato da altezze piccole e grandi, facendolo rimbalzare
sul cemento e sul bitume. In men che non si dica,
avevo monopolizzato quasi tutta la giornata e i potenzialiclienti avevano gli occhi cerchiati, e per giunta il prodotto
non l'avevano neppure acquistato. Da allora in poi i capoccia
della Pioneer Packaging avevano sempre mandato
qualcun altro agli incontri con i clienti o ai convegni, mentre
io me ne stavo relegato in sede. Perci, per tornare all'adulterio,
Anne Marie aveva torto nella forma ma ragione
nella sostanza, e pi ci pensavo pi questa storia vera
pareva trasformarsi in menzogna. Tuttavia, decisi di persistere.
- Ma  vero,  vero, - ripetei, e cominciai a parlarle del
budello per salsiccia che avevo progettato, di come preservasse
l'integrit della carne come nessun altro budello avesse
mai fatto prima, ma Anne Marie mi interruppe e disse:
- Stai mentendo. Non ti credo.
- Anne Marie, - insistetti, - tesoro, non hai capito
niente.  tutto un grosso malinteso. Io ti amo tantissimo.
- Ma falla finita, - rispose. - Me l'aveva detto che avresti
risposto cos.
- Aspetta un attimo, - dissi. - Chi te l'ha detto? Chi
ti ha detto che avrei risposto cosa?
- Il marito di quella con cui te la fai. Mi aveva avvertita
che mi avresti detto che era tutto un grosso malinteso.
Questo  un altro dei motivi per cui so che mi tradisci.
Perch me l'ha detto lui.
- E chi  questo tizio? - domandai, grato che ci fosse
un altro bugiardo su cui concentrarmi. - Come si chiama?
- Non mi abbasso certo a darti una risposta. Sai bene
di chi sto parlando.
- No, non lo so, - risposi. - Chi ? Dimmelo, per favore.
Ti prego.
E forse le mie parole sembrarono sincere; voglio dire,
erano sincere, ma pu darsi che lo sembrassero pure. Non
si pu mai sapere che impressione si d al telefono, quel
dannato marchingegno, e io smetterei subito di usarlo, tutti
noi smetteremmo se non fosse per tutte le grandi distanze
che ci sono tra noi e le persone con cui abbiamo bisogno
di parlare. Comunque,  possibile che le mie parole
sembrassero davvero sincere. O forse Anne Marie si era
aggrappata alla speranza che non fossi proprio cos imbroglione
e bugiardo come ora pensava che fossi. Perch mi
disse chi era, sperando che in realt non lo conoscessi. E
invece, guarda caso, s.
- Thomas, - rispose, e la sua voce parve pi dolce, pi
gentile, pi fiduciosa di prima. - Thomas Coleman.
- Oh, no. Cazzo, - esclamai. Ovviamente, questa era
la risposta sbagliata da dare e non contribu per niente a
convincere Anne Marie della mia innocenza.
- Proprio come pensavo, - disse Anne Marie, con una
nuova durezza nella voce, come capita quando si piange e
poi si scopre che si aveva una buona ragione per farlo.
- Sta mentendo, - le dissi. - Non credere neppure a
una parola di quello che ti dice.
- Mi ha avvertita che avresti detto anche questo, e mi
ha chiesto di chiederti per quale ragione starebbe mentendo.
Che colpo! Thomas era stato pi furbo di me, e io ci
rimasi male. Non  bello scoprire di essere pi stupido di
qualcun altro. E tuttavia c' sempre qualcuno pi in gamba
di te; pensiamo che il costante dolore per la nostra inferiorit
mentale possa ucciderci, senonch siamo per lo
pi troppo stupidi per avvertirla. SI, Thomas Coleman
era pi furbo di me, lo sapevo, e ora lo sapeva anche mia
moglie.
- Proprio come pensavo, - ripet Anne Marie. - Ha
anche detto che mi avresti raccontato che l'intera faccenda
con sua moglie era un incidente, che non avresti mai
voluto che succedesse.
- Sembrano parole mie, - ammisi. Bisognava riconoscerlo:
Thomas mi conosceva davvero bene, come le sue
tasche, e sapeva usare quella conoscenza contro di me.
Non ho idea del perch avesse detto ad Anne Marie che
la stavo tradendo, piuttosto che dirle la verit sull'incendio
della casa di Emily Dickinson e sull'omicidio della sua
povera mamma e del suo pap, ma senza dubbio una ragione
c'era e doveva essere anche buona, e lui era tanto
acuto da conoscerla, mentre io no. Come aveva fatto a diventare
cos incredibilmente in gamba, cos determinato?
Forse era stato il dolore che gli avevo procurato, e se cos
era, in un certo senso, anch'io avevo contribuito a renderlo
cos furbo e subdolo. Cominciava proprio a non piacermi
quel tipo. Per mi sentivo anche un po' orgoglioso, come
doveva essersi sentito il dottor Frankenstein quando
il suo mostro gli si era ribellato, perch, dopo tutto, era
stato lui a crearlo tanto forte e astuto da permettergli di
rivoltarglisi contro.
- Sai cos'altro mi ha detto? - aggiunse Anne Marie.
- Dimmi, - risposi. Non volevo saperlo, ovviamente,
ma me l'avrebbe detto comunque e allora perch non agevolare
l'inevitabile, che  poi la ragione per cui, nei film,
i vampiri devono aspettare l'invito delle loro vittime, e infatti
finiscono per riceverlo sempre.
- Ha detto che, in ogni caso, non siamo fatti l'uno per
l'altra e quindi pace all'anima. Ha detto che sono troppo
bella per stare con uno come te.
- Ehi, Anne Marie, te l'ho detto anch'io. Tantissime
volte -. Ed era vero. Ma se lo diceva Thomas era un'altra
cosa. Quando ripetevo ad Anne Marie che era troppo bella
per me, sembrava che la conoscessi solo io questa verit
e che solo io la vedessi. Ora che l'aveva detta anche Thomas,
per, riuscivo a vederci insieme come tutti gli altri indubbiamente
ci vedevano: eravamo una coppia che nessuno
capiva. Ma che ci vede in lui? Era quella la domanda
a cui nessuno riusciva a dare una risposta.
- Senti, - dissi, - lo so che non mi credi. Ma non fidarti
di questo Thomas; porta rogne.
- Se non lo sai tu... - rispose.
- In che senso?
- I portarogne si riconoscono a vicenda, - disse. La sentii
accendersi un'altra sigaretta, il che voleva dire che quel
giorno ne avrebbe fumate di pi delle sue solite tre. Non
le piaceva fumare davanti ai bambini, perci pensai che
forse avrei potuto parlare con loro mentre lei finiva la sua
sigaretta. L'avevo persa; me lo sentivo gi. Ma non avevo
ancora perso i bambini, almeno non lo credevo. A quanto
pare ci si comporta cos quando si perde qualcuno che si
ama: ci si d da fare per assicurarsi di non perdere anche
le altre persone care.
- Ehi, - dissi, - i bambini sono l?
- S.
- Posso parlargli?
- No, - rispose.
Dopodich, fra di noi si interpose il silenzio: grande e
grosso e molto pi esteso di quelle sole due miglia che
separavano il distributore di benzina da cui chiamavo e
casa nostra, a ovest. L'abisso era talmente grande che mi
pareva non ci fosse assolutamente pi niente da fare per
colmarlo. Era la peggiore sensazione al mondo. Immaginate
che la California si separi finalmente dal resto del paese,
mentre gli abitanti del Nevada rimangono l a guardarla
dalla loro nuova costa. Ecco come mi sentivo.
E allora cosa feci? Alla fine, colto da disperazione, feci
ci che gli analisti finanziari si dicevano l'un l'altro di
fare? Dissi ad Anne Marie la verit? No. Sarebbe stato
come entrarmi dentro il corpo e strapparmi un organo - il
fegato, la milza o uno degli organi vitali situati l vicino -
e proprio non riuscivo a farlo. Per ero in grado di dire ad
Anne Marie ci che lei credeva fosse la verit. Ed ecco cosa
decisi, proprio l, al telefono: che s, avrei confessato ad
Anne Marie di avere una relazione con la moglie di Thomas
Coleman. Dopo tutto non era meglio passare per donnaiolo
piuttosto che per piromane e assassino? Non stavo
forse godendo di una tregua, ora che mia moglie mi credeva
un dongiovanni e non qualcosa di molto peggio? E se
una moglie crede che il proprio marito sia un dongiovanni
e non qualcos'altro, non  allora meglio tirare dritto per
quella strada e confessare quella che secondo lei era la verit,
in modo da potersi infine scusare, implorandone il
perdono, cos che lei si dedicasse alla faccenda del perdonare
e le cose tornassero ad essere normali? Era stato questo
il corso dei miei pensieri quando confessai ad Anne
Marie: - Va bene, s, ti ho tradita. Mi dispiace tanto. Ti
prego, lascia che torni a casa, cos ne parliamo.
Sentii Anne Marie inspirare profondamente, una, due,
tre volte, come se stesse inalando le parole amore, onore,
rispetto, prima di espirare forte nella cornetta, liberando
quelle parole nella misteriosa fibra ottica che ci
separava.
- Addio, - disse. - Non richiamare. Dico sul serio. E
non venire neanche a casa -. Fece un'altra pausa drammatica,
succhi altra aria, e infine disse: - Sam, questa volta
hai davvero mandato tutto a puttane.
- Aspetta... - risposi, ma lei non lo fece e riagganci.
Rimasi l, alla stazione di servizio. Era grande, appena
fuori dall'uscita dell'autostrada, con molte, moltissime
pompe. All'improvviso quel posto sembr popolarsi di famiglie,
genitori e bambini, e c'erano anche famiglie allargate,
nonni con problemi di vescica che avevano richiesto
una tappa idraulica, e tutti cos riconoscenti di avere prole.
Li odiavo, allo stesso modo in cui si odia il mattino quando
si  passata la notte in bianco, quando il mattino sorge
ed  sfocato e nitido allo stesso tempo. Mi venne voglia di
urlare - urlare per quel mondo che non era pi mio e che
ora odiavo, urlare per quella verit che non ero riuscito a
dire per mancanza di coraggio - e cos feci: mi misi a urlare,
proprio l, in quella stazione di servizio, mentre gli altri
clienti mi scansavano.
Tuttavia, l'urlo ebbe un effetto fortuito: attir l'attenzione
dell'inserviente. Smisi di gridare il tempo sufficiente
per informarlo che avevo chiuso le chiavi nell'auto, e
lui, con la sua ingegnosa lamina di metallo, riusc a riaprire
la portiera. Lo pagai, salii in macchina, misi in moto e
rimasi l seduto. Avevo un serbatoio pieno, ma non avevo
un posto dove andare. Nessun posto! Ricominciai a urlare,
ma i finestrini erano chiusi, per cui la sensazione era
quella di urlare nella mia stessa tomba, con il motore acceso.
Oh, quella s che era solitudine! E in quel preciso
istante, per quanto mi avesse rovinato la vita, Thomas
Coleman ebbe tutta la mia comprensione. Perch la solitudine
che provavo era la solitudine di qualcuno senza pi
nessuno al mondo, la solitudine di un orfano.
Solo che io non lo ero. E fu quello il pensiero che interruppe
il mio grido, perch dopo tutto un padre e una
madre ce li avevo ancora e, per quanto ne sapessi, erano
vivi e vegeti. Il che era persino meglio. Ecco, sarei tornato
da loro anche se non mi volevano. Tanto pi che non
avevo nessun altro posto dove andare.
 
Capitolo quinto.

E fu cos che, per la prima volta dopo cinque anni, tornai
a guidare per le vie di Amherst malgrado vivessi a sole
due miglia dal centro. Per andare al lavoro avevo trovato
una strada che mi permetteva di costeggiare la citt, e
la scuola di Katherine, che si chiamava Amherst Elementary,
era uno sgraziato edificio nuovo di mattoni rossi che
sorgeva subito fuori Amherst, e neppure tutti i bravi
supernegozi dove andavamo a fare spese si trovavano ad
Amherst, bens sulla Route 116, il che voleva dire che non
si trovavano in realt da nessuna parte. Funziona cos di
questi tempi: si pu vivere in un luogo senza doverci necessariamente
avere una vita.
E poi c'era quella voce, in fondo alla mia mente, ma
forte come non mai, che mi chiedeva: Cos'altro? Cos'altro?
L'auto era terribilmente vuota e silenziosa senza i
bambini che facevano rumore e Anne Marie che li azzittiva,
e allora, per riempire la solitudine, mi misi ad ascoltare
quella voce con attenzione, forse con eccessiva attenzione,
senza badare troppo alla mia guida, e fu cos che finii
col tamponare una utilitaria che mi stava davanti. Per
fortuna fu un tamponamento lieve: l'anziana signora che
la guidava non si fece niente e neppure la sua automobile,
in realt, e dopo una certa confusione iniziale, lei parve ricordare
che il paraurti era gi penzolante prima ancora che
lo urtassi. Tuttavia, ero stato io a far cadere alcune borse
di frutta e verdura dal sedile posteriore, cos mi infilai nella
sua macchina e cercai di rimettere la spesa nei sacchetti. Le
borse per erano rotte, e frutta e verdura finirono
per sparpagliarsi dappertutto sul sedile e sul tappetino. Ad
ogni modo, la vecchietta reag con grande affabilit, e nonostante
la collocassi quasi certamente fra i miei ricordi di
giovent, non mi riconobbe, non ricordava il ragazzo che
ero stato, il ragazzo che aveva appiccato il fuoco, eccetera,
il che, pensai, era davvero rassicurante. Ci scambiammo
alcune informazioni - come richiesto dalla normativa
stradale - e poi ci separammo. A conti fatti, era stato un
incidente molto piacevole, civile, quello in cui mi ero imbattuto
mentre mi recavo dai miei genitori. E quando l'anziana
signora mise in moto, mi apparve davanti agli occhi
l'immagine della frutta e della verdura che facevano allegramente
le capriole sul sedile posteriore, e mi torn alla
mente che mio padre amava molto i prodotti freschi e che
una volta aveva persino coltivato un orto, che per non
era riuscito come l'aveva concepito lui.
Perci, qualche parola su mio padre e sul suo orto mancato.
Mio padre era redattore della non piccola editrice
universitaria di Amherst. Si occupava per la maggior parte
di testi di storia dell'America settentrionale, sebbene la
sua seconda specialit fosse il rapporto tra la musica popolare
e la cultura americana. Oltre che dei suoi libri, si
occupava anche del festival annuale della fisarmonica per
il giornale locale.
- Sam, - mi chiese una volta, - lo sai perch la fisarmonica
 cos importante? Lo sai?
Avevo sette anni all'epoca. Non sapevo niente di niente
e glielo dissi.
- Perch fa parte della storia della musica e dell'immigrazione,
- rispose lui. - La suonavano gli acadiani, e quando
dal Canada si trasferirono in Louisiana, si portarono
dietro le loro concertine. La fisarmonica  il loro strumento.
 il loro regalo al mondo.
- Mi fa male alle orecchie, - gli dissi.
Questo commento, semplice e in apparenza innocente,
riusc quasi a distruggere il mio povero pap. Non sopportava
l'idea che il figlio non ammirasse la sua occupazione.
Avevo sette anni, ve lo ricordo, e non capivo affatto quale
relazione ci fosse tra il lavoro di un uomo e la stima di
s, e mio padre avrebbe dovuto ignorarmi. E invece no;
mio padre, al contrario, smise di fare il redattore e abbandon
il mondo della musicologia, mettendosi alla ricerca di
un'altra occupazione, qualcosa per cui potessi rispettarlo.
Non si sa bene perch, ma decise che lo avrei rispettato di
pi se avesse fatto il contadino. Amherst non si trova esattamente
in campagna, ma mio padre trasform comunque
il suo fazzoletto di terra dietro casa in un mini-terreno agricolo.
Per sei mesi - da maggio a ottobre - coltivava barbabietole,
zucchine, pomodori, zucche, aglio. Il nostro orto
era tutto un pullulare di prodotti. Che per non mangiavamo,
perch mio padre non ce lo permetteva. Diceva che
non potevamo fare il raccolto se non al momento giusto.
- E quando sar il momento giusto? - volli sapere.
Quando gli feci questa domanda mio padre mi guard
frastornato, come se sin dall'inizio avesse sperato che potessi
dirglielo io quando raccogliere la sua verdura. Avevo
otto anni allora, ma persino io mi ero accorto che mio
padre non aveva idea di cosa stesse facendo, oltre al fatto
che emotivamente era davvero disorientato. O forse
non voleva raccogliere la verdura perch temeva che, per
qualche ragione, non fosse cresciuta a dovere. Ad ogni
modo, quella sera disse a mia madre (che a sua volta me
lo rifer pi tardi) che sentiva il bisogno di andarsene per
il mondo alla ricerca di qualcosa di degno da fare, di qualcosa
che avrebbe fatto di noi una madre e un figlio orgogliosi
di lui.
A quanto pare mia madre gli rispose che se si fosse aperto
in due, riempito di tutte le sue fisarmoniche, concertine e
verdure marce e infine appeso a un palo nel bel mezzo
del suo miserabile orticello, forse avrebbe fatto di s
uno spaventapasseri bruttino e impotente.
Mio padre se ne and di casa il giorno successivo e ritorn
solo tre anni pi tardi, quando fu riassunto dalla editrice
universitaria. Ma subito dopo la sua partenza mia madre
cominci a raccontarmi storie sulla casa di Emily
Dickinson e sui misteri che la abitavano, e se quelle storie
avevano lo scopo di indurmi a irrompere prima o poi in
quella casa nel bel mezzo della notte e, senza volerlo, incendiarla
e in quel frangente uccidere i genitori di Thomas
Coleman - se le storie di mia madre avevano lo scopo
di fare tutto questo e di mandarmi in galera, sottraendomi
dieci anni di vita - allora raggiunsero il loro scopo.
In macchina, la mia rabbia aumentava al solo pensiero
di tutti questi scomodi precedenti famigliari, e quando arrivai
a casa dei miei ero pronto a sfogarla prendendomela
con qualcosa o qualcuno. cos me la presi con la porta d'ingresso.
Cominciai a picchiarci su forte e picchiai pi e pi
volte finch non mi feci male alla mano. Non rispose nessuno,
per cui cominciai a urlare: - Sono io! Sam! Sono
tornato! - Ancora nessuna risposta, e allora la mia rabbia
si trasform in paura, quel genere di paura che ti prende
quando torni a casa e ti domandi se sia tutto cambiato o
se sia tutto rimasto uguale.
Aprii la porta - che non era chiusa a chiave - e scoprii
che era tutto cambiato: non somigliava affatto alla casa che
avevo lasciato. La casa che ricordavo aveva quel genere di
disordine ordinato tipico delle persone colte e troppo
istruite: nella casa che ricordavo c'erano libri e riviste
ovunque, ma tutto il resto - piatti, bicchieri, vestiti - era
al proprio posto. In questa casa, al contrario, sembrava
fossero passati i vichinghi. C'erano bottiglie vuote - di
gin, di birra e vino rosso - disseminate dappertutto. Qua
e l - fra i cuscini del divano, nel camino, sul forno a microonde
- c'erano persino bottiglie vuote di liquore alla
pesca, di cocktail alla frutta e di Zinfandel, il che mi fece
dubitare che i miei si fossero messi a bere in casa insieme
a qualche ragazzina della scuola superiore o di qualche
associazione studentesca femminile. In passato i miei genitori
erano stati forti estimatori dei lavori in legno naturale
- i battiscopa, i corrimano delle scale, gli sterminati davanzali
delle finestre -, ma ora il legno aveva un'aria pallida
e smorta, come se si stesse trasformando in linoleum.
C'erano posacenere su quasi ogni superficie - quel genere
di posacenere piatti, sottili e metallici che ci si procura
solo sottraendoli a una tavola calda o a un ristorante -, ma
poich erano tutti ricolmi, alcune cicche galleggiavano addirittura
nelle ultime gocce di poltiglia in fondo alle bottiglie
scolate. C'erano pile di piatti nel lavandino e pile di
pentole e padelle sul piano della cucina, ed era tutto sporco;
il cibo si era rappreso e incrostato da cos tanto tempo
che ormai salsa per la pasta, residui di verdura e pezzetti
di carne sembravano un tutt'uno con il pentolame, connaturati
quanto i manici e i coperchi. I piani della dispensa
erano completamente vuoti, tranne che per quegli alimenti
- zucchero a velo, stuzzicadenti, mini-marshmallow -
di cui non ci si poteva mai sbarazzare, oltre a scatole e scatole
di qualcosa sotto forma di barrette di qualche tipo. Si
chiamavano barrette Luna, e io pensai che fossero di quei
prodotti dietetici femminili, dal momento che sulle scatole
erano riprodotti disegni molto stilizzati di donne che facevano
jogging intorno alla luna. Nel frigorifero non c'erano
che una bottiglia da due litri di acqua tonica mezza
vuota e un vasetto di maionese light che vi stazionava probabilmente
da molti mandati presidenziali. L'intera casa
odorava di cane profumato, nonostante il fatto che i miei
genitori, per quanto ne sapessi, non avevano mai avuto un
cane, n mia madre, sempre per quanto ne sapessi, aveva
mai usato profumi. Una cyclette era piantata di fronte a
un televisore incredibilmente grande e sottile all'inverosimile,
appollaiato sul ripiano di mezzo di una libreria altrimenti
vuota - vuota di libri, ma anche di altri ripiani. Era
quello il cambiamento pi imponente: nella casa che ricordavo
c'erano libri ovunque, ma ora non se ne trovava uno,
nemmeno una guida ai programmi televisivi. Avevo addirittura
cominciato a domandarmi se mi trovassi nella casa
giusta, quando sentii un rumore - un grugnito, uno squittio
- che arrivava dalla stanza degli ospiti. Inseguii quel
suono. E fu allora che vidi mio padre.
Era invalido e in pessima forma; questo era evidente
alla prima occhiata. Aveva una faccia smunta e tirata, e
sulle ginocchia un plaid di lana. Quando mi vide emise un
verso da animale ferito, che nella mia interpretazione significava
per un terzo sorpresa, per un altro terzo bentornato
a casa, e per ultimo ti prego, non guardarmi, sono
a pezzi, e la coperta gli scivol dalle ginocchia cadendo
in terra e sollevando una buona dose di polvere che
fluttu nella luce del sole come se fosse qualcosa di bello
e prezioso, per poi sprofondare sul pavimento rivestito di
larghe assi di pino.
Gli risistemai la coperta in grembo e domandai: - Oh,
pap, cosa ti  successo? - sebbene fosse del tutto evidente:
aveva avuto un colpo apoplettico. Non ci si poteva sbagliare
nel riconoscere la vittima di un ictus, anche se non
se n'era mai vista una, come nel mio caso. Non sapevo cos'altro
dire, cos ripetei: - Oh, pap -. Sembr riconoscere
il mio imbarazzo, perch emise un altro gemito da animale
ferito, ma questa volta molto pi rassicurante, tanto
che mi plac.
- Non dire altro, - lo ammonii. - Rilassati. Lascia che
sia io a parlare e a metterti al corrente Gli raccontai del
college e della mia decisione di passare da Lettere a Scienza
del packaging, e gli raccontai di Anne Marie e di Katherine
e Christian, e del mio lavoro alla Pioneer Packaging,
della nostra casa a Camelot e di quanto mi fossero mancati
lui e la mamma. Non gli dissi, per, della voce che mi
domandava Cos'altro?, n di Thomas Coleman, n che
Anne Marie mi aveva buttato fuori di casa, perch immaginai
che avesse gi abbastanza di cui preoccuparsi. Ma gi
cos la storia doveva averlo affaticato un po' per portata e
quantit di dettagli, perch quando finii aveva l'aria di essersi
addormentato. Gli presi il braccio e glielo scossi, dapprima
dolcemente, poi sempre pi forte, finch non si risvegli
con un grugnito d'allarme. Da quel momento mi
limitai a porgli brevi domande d'ordine pratico, quali:
- Dov' la mamma? - a cui rispose con un brontolio di
quattro sillabe che io interpretai come un  uscita.
Rimanemmo seduti in silenzio per un po'. Si fece buio
e io accesi la luce. Non provavo il bisogno di parlare, forse
perch qualunque cosa avessi detto non avrebbe eguagliato
l'intelligenza del silenzio. Mio padre aveva l'aria di
un santone: mi colp perch mostrava quella profonda saggezza
che i disabili sembrano acquisire con la malattia, e
io ero pronto a starmene li ad assorbire qualunque conoscenza
avesse emanato. Era bello. Ma il posto era messo
proprio male. Persino nella camera da letto di mio padre
erano sparpagliate lattine di birra e bottiglie vuote di vino,
e c'era addirittura qualche brick, di quelli con il rubinetto.
Ero certo che fossero di mia madre perch beveva
sempre un bicchiere di vino a cena, mentre mio padre non
lo faceva mai. Inoltre, immaginavo che non riuscisse a bere
niente senza una cannuccia e non ne vedevo nessuna li
intorno.
E a proposito di mia madre: dove diavolo era? Dove se
n'era andata, lasciando solo il mio povero padre in quelle
condizioni e senza neppure pulire casa prima di uscire?
Non meritava, quel marito invalido, un po' pi di dignit
e meno sporcizia? Pi mi accanivo a pensarci, pi mi accorgevo
di quanto fosse tipico di mia madre. Come gi detto,
era lei quella dal cuore di pietra, e persino quando mio
padre se ne and per quei tre anni lei non vers neppure
una lacrima. N lo accolse a braccia aperte quando fece ritorno,
e il mio vecchio dovette sgobbare da matti per tornare
nelle sue grazie. Ripensandoci ora, capii anche che
doveva esserci uno stretto legame tra il suo colpo apoplettico
e le difficili condizioni del passato. E poi c'erano tutte
quelle storie sulla casa di Emily Dickinson che lei mi
raccontava, quelle che avevano rovinato cos tante vite, e
io stavo davvero cominciando a scaldarmi per causa sua,
la mia insensibile madre, che aveva apparentemente abbandonato
mio padre nel momento del bisogno. Dove se
n'era andata? Dovevo averlo pensato ad alta voce, perch
mio padre mi rivolse quasi un cipiglio e per un attimo pensai
che volesse rimproverarmi per essere stato sgarbato nei
confronti di mia mamma, e invece disse: - Uomo.
- Che uomo? - risposi io.
- Fatto, - aggiunse mio padre, o almeno cos pensai che
avesse detto, dopodich sollev un dito come per puntarmelo
contro. O, quanto meno, era ci che credevo volesse
fare. Il dito si sollev solo di qualche centimetro dal
grembo per poi abbattersi nuovamente sulle sue gambe.
Certo, poteva anche darsi che fosse tutto un grande malinteso.
Del resto, era anche probabile che la vita in famiglia
fosse possibile solo grazie ai malintesi. Dopo tutto, a
otto anni, avevo inteso mio padre fin troppo bene: moriva
di paura e cos se n'era andato. Mia madre si sentiva
sola e piena di rabbia per quella sua fuga, e perci si mise
a raccontarmi tutte quelle storie sulla casa di Emily Dickinson.
Avevo inteso anche quello. Forse ci eravamo intesi
troppo; forse, se ci fossimo intesi meno, saremmo stati pi
una famiglia. E forse, se fossimo stati pi una famiglia,
avrei visto mio padre in quegli ultimi dieci anni e lui non
si sarebbe meravigliato di quanto fossi cresciuto. Forse,
forse, forse.
- S, sono un uomo fatto, - dissi a mio padre. E poi,
ricordandomi di Terrell in carcere, precisai: - Sono un uomo
fatto e strafatto.
Mio padre rimase a fissarmi per un buon mezzo minuto,
finch la coperta gli scivol nuovamente dal grembo.
Si sporse piano dalla sedia per afferrarla prima che cadesse
a terra e quel gesto, una cosa da niente, fece s che io
ricordassi una scena che per molti anni avevo cercato di
dimenticare: il gesto di mio padre quando si sporse ad aprire
il cassetto di un tavolino al suo fianco, ne estrasse una
scatola da scarpe Converse e mi mostr le lettere che mi
chiedevano di dar fuoco alle case di quegli scrittori. Il tavolino
era ancora li, al solito posto; e altrettanto il cassetto,
dentro al tavolino. E la scatola da scarpe c'era ancora,
nel cassetto? E le lettere erano ancora nella scatola da
scarpe? Non pensavo a quelle lettere da anni, ma ora mi erano
tornate in mente pi vive che mai, e facevano rumore,
aggiungendosi al coro dei tosaerba dei miei vicini, al fuoco
della casa di Emily Dickinson e ad altri suoni del passato.
E fra quelli c'era anche la voce di mio padre, quella
che molti moltissimi anni prima mi aveva detto: Sam, tu
sei un piromane, ragion per cui ora, dopo tutti quegli anni
e all'improvviso, sbottai: - Ti sbagli.
- Sbagli, - ripet mio padre, facendo del suo meglio per
tenere il passo con la conversazione.
- S, ti sbagli eccome! - dissi io. - Lavoro alla Pioneer
Packaging. Produco contenitori, di buona qualit.
Mio padre fece una smorfia ed emise un suono, una specie
di pernacchia; una goccia di saliva gli atterr sul mento
e io dovetti sforzarmi per trattenermi dal pulirgliela.
- Lo so che non sembra un granch, - dissi. E in effetti
non lo sembrava, neppure quando gli raccontai, e con
dovizia di particolari, della lattina per palle da tennis che
avevo appena progettato, una lattina sottovuoto sigillata
da un coperchio di plastica soffice anzich di duro metallo
con cui ci si taglia sempre le dita. Lui emise un altro suono
pernacchioso e dell'altra bava gli si ferm sul mento.
- Sai... com'... speciale... lattine... per... palle...
da... tennis, - comment in un arco di tempo che si aggirava
sulla mezz'ora. Speciale! Io! Quale figlio non vorrebbe
sentirsi dire dal padre che  speciale, se era proprio quello
ci che stava dicendo? Quale figlio non lo sognerebbe?
E che cosa non farebbe o non darebbe quel figlio pur di
sentir pronunciare quelle parole dalla bocca del padre,
soprattutto se si trattava di un figlio come me, in un momento
come quello, quando mi sentivo cos gi di corda e tanto
bisognoso di una parolina di conforto dal mio pap? Era
come se gli avessi messo in bocca le parole che pi avevo
bisogno di sentire e me ne fossi rimasto l a guardarle uscire
lente, esitanti, rivestite di saliva.
- Mi stai davvero dicendo che sono speciale? - gli domandai.
- No, - rispose lui chiaramente, molto chiaramente. E
aggiunse: - Ma... potresti.
- Potrei se...?
- Se... potessi... aiutare... altri, - rispose.
Questa storia dell'aiutare gli altri era un'idea affascinante,
devo ammetterlo, perch fino a quel momento non
avevo fatto molto oltre che esistere, e quando non mi ero
limitato a esistere ero anche stato causa di dolore. Intanto
per via della casa di Emily Dickinson, ovviamente, di
cui tutti sono ormai a conoscenza. Poi c'era Thomas Coleman,
ancora preda del suo tormento dopo tutti quegli anni
- non riuscivo a togliermelo dalla testa, soprattutto perch
sembrava cos determinato a rovinarmi la vita cos
come io avevo rovinato la sua. E infine Anne Marie, che
avevo ferito cos tanto, esercitandomi a farle del male per
anni. Per esempio c'era stata quella volta, a una festa che
i nostri vicini avevano dato per celebrare l'ora legale, quando
trovai Sheryl (non ne ricordo il cognome e, se dovessimo
fare affidamento sulla mia memoria, potrebbe persino
non averne uno) che piangeva nello sgabuzzino perch (come
scoprii in seguito) suo marito l'aveva appena lasciata
per un'altra donna e ora lei percepiva la sfilza di quei tardi
pomeriggi oscuri e solitari, senza avere idea di come li
avrebbe affrontati. L'abbracciai - mi pareva una cosa giusta
e generosa da fare - e quando ci sciogliemmo dall'abbraccio
la baciai. Era uno di quei baci consolatori, un su,
di, ma confesso che nel tragitto fino alla sua guancia devo
averle brevemente sfiorato le labbra. Il che mi parve
sbagliato, anzi sbagliatissimo, e cos, per alleggerirmi il
cuore e la coscienza, mi misi alla ricerca di Anne Marie,
interruppi la sua conversazione e le dissi - di fronte a una
mezza dozzina di altre persone - che avevo baciato Sheryl
e che era stato un incidente ma che le intenzioni erano
buone, e che avevo pensato di dirglielo per via di quel senso
di colpa che ora provavo per averle sfiorato le labbra e
forse, per un attimo, avervi indugiato - per quanto fosse
stato un incidente e le intenzioni fossero buone - e percepii
dei borbotti di imbarazzo provenire da alcuni degli
ospiti che assistevano alla scena. Compresi subito di aver
fatto qualcosa di sbagliato, un po' per quei borbotti ma
anche per il dolore che vidi sul volto di Anne Marie poco
prima che distogliesse lo sguardo da me per riprendere la
sua conversazione. Era lo stesso dolore che le attraversava
la voce quando al telefono mi disse che ero un imbroglione
e che non dovevo tornare pi a casa. Ero stato io a
produrre quel dolore, esattamente come avevo prodotto
quel vasetto di maionese che non era proprio di plastica
ma neppure di vetro, e ad ogni modo era indistruttibile.
Era solido, il vasetto, non diversamente dal dolore. S, sarebbe
stato bello aiutare qualcuno piuttosto che ferirlo.
- Aspetta un attimo, - dissi, ritornando precipitosamente
in me. - Io non posso aiutare gli altri. Sono un casinista
-. Ebbi la sensazione che mio padre non avesse capito
(aveva lo sguardo persino pi vitreo) perci aggiunsi
in suo aiuto: - Faccio casini.
- Fare casini, - rispose mio padre, - condizione...
non... permanente.
-  ovvio che tu dica una cosa del genere, - gli dissi.
Perch ripensavo all'orto che mio padre aveva incasinato
e a come ci avesse lasciati per tre anni nel tentativo di
dimostrare che lui non lo era. Un casinista, cio.
E dove se n'era andato mio padre per quei tre anni? Era
stato ovunque, aveva fatto di tutto, e poi ci spediva cartoline
per farci sapere esattamente dov'era e cosa faceva.
Innanzitutto se n'era andato nel South Carolina, perch
non c'era mai stato prima e la sua vocina interiore gli
diceva che nel corso della vita avrebbe dovuto - dovuto!
- visitare tutti e cinquanta gli stati. In pi aveva visto una
partita di baseball in ciascuno degli stadi pi importanti.
Era stato nel parco di Yosemite e nel Badlands e nel Sequoia
e in ogni altro parco nazionale degno di nota. Aveva
visitato ogni campo di battaglia della guerra di Secessione
che fosse ritenuto cruciale o particolarmente sanguinolento.
Si era prefissato l'obiettivo di ascoltare i sussurri
dei fantasmi dei nostri ragazzi caduti a Gettysburg e ad
Antietam e a Vicksburg, e invece gli era giunta soltanto la
voce stridente di una guida che gracchiava dalle cassette
prese a nolo e si propagava dalle altre automobili che, a
velocit riverente, si trascinavano attraverso i campi di
battaglia e i cimiteri. Mio padre aveva studiato attentamente
il suo Atlante stradale della Rand McNally e aveva
stabilito di percorrere ogni strada famosa resa obsoleta dalla
rete federale di autostrade e quotidianamente rimpianta
dalla National Public Radio. Aveva affittato una canoa
e remato per quindici miglia lungo il canale Erie. Si era
inerpicato su per la pista degli Appalachi, dalla Georgia alla
Pennsylvania, e aveva lasciato perdere solo dopo essere
stato minacciato da due cacciatori di cervi appostati poco
pi a sud di Carlisle. Aveva fatto l'impossibile per bere un
goccetto in ogni bar dell'America settentrionale nel quale,
stando alle voci, Hemingway si fosse sbronzato. Aveva
raggiunto Mount Washington, nel New Hampshire, dove
aveva acquistato un adesivo da attaccare al paraurti a
riprova della sua visita. Si era tenuto al corrente di ogni
singola manifestazione che commemorasse atrocit e vittorie
dei diritti civili e poi aveva fatto in modo di non perdersene
nemmeno una, a dispetto di quanto fosse difficile.
Era andato a vedere il luogo in cui si era riversata una
chiazza di petrolio, al largo dello stato di Washington, e
ne aveva acquistata una boccetta insieme al poster di un
piccolo di foca, dallo sguardo mesto e tragico, impantanato
nell'onda nera. Poi si era spinto fino a Wounded Knee,
e l, con sua grande sorpresa, si era trovato incerto su quale
fosse la lezione da apprendere. Aveva visitato il deposito
di libri e il poggio erboso di Dallas e aveva comprato
quella che si riteneva fosse una copia autorizzata del filmino
di Zapruder, sebbene non avesse la minima idea di
chi l'avesse autorizzata; forse Zapruder in persona, aveva
ipotizzato mio padre, o magari un parente stretto.
Mio padre, per, non era un dilettante o almeno non
voleva che lo si credesse tale, e in un modo o nell'altro doveva
pur campare. E poi era stata innanzitutto la sua incertezza
riguardo al senso dell'esistenza su questo pianeta
che l'aveva portato via da noi. Certo, di professione faceva
il redattore, per poteva fingere di essere altro, facendocelo
sapere con le sue cartoline. A Enid, nell'Oklahoma,
aveva finto di essere un veterinario di animali di grossa taglia,
e aveva scoperto che quel lavoro era molto meno oneroso
e sudicio di quanto si potesse immaginare. Aveva finto
di essere un controllore di volo a Newark e i colleghi lo
avevano ammirato per il suo sangue freddo e le variazioni
su vecchie barzellette sconce. Nel Mississippi aveva finto
di essere un insegnante di musica e aveva diretto la banda
del liceo Dream of Pines, marciando al campionato dello
stato. Aveva scavato alla ricerca di ossa di dinosauro nel
South Dakota quale membro del dipartimento di Archeologia
dell'universit statale. Aveva fatto il chirurgo di pronto
soccorso in quattro stati delle Rocky Mountains, partecipando
a operazioni di poco conto, senza mai pasticciare
un solo punto. A Delray Beach, in Florida, aveva lavorato
in un'agenzia di pompe funebri e aveva scoperto che i
cadaveri erano inoffensivi, ma i parenti dei defunti insopportabili.
Aveva fatto il pediatra a Ypsilanti, nel Michigan,
e aveva riscontrato che questo mestiere era pi pericoloso
e meno gratificante che fare il veterinario di animali
di grossa taglia a Enid, in Oklahoma. Era stato capitano
di un peschereccio a nolo a Rumson, nel New Jersey, e aveva
chiamato la sua barca Vongola adirata. Con grande sorpresa
di mio padre, ai suoi clienti non importava niente
di pescare ma moltissimo di comprare una maglietta con
su stampato il simbolo della barca - un'accigliata vongola
americana con un sigaro pendente dal labbro - a sedici dollari
al pezzo. Aveva fatto l'agente immobiliare a Normal,
nell'Illinois, e trovava estremamente erotico ascoltare le
coppie sposate che sussurravano nei bagni o nei corridoi
dicendosi che cosa potevano o non potevano permettersi.
Era stato prete palatino a Platteville, nel Wisconsin, e aveva
scoperto che poteva stare ore e ore ad ascoltare confessioni
senza mai sentire altro peccato che non fosse la solita
masturbazione. Era stato anche un pilota di stock car
di stanza a Fayetteville, nel North Carolina, e aveva trovato
le gare persino pi noiose e inutili di quanto non avesse
gi immaginato.
Da bambino leggevo quelle cartoline e sapevo esattamente
perch mio padre stava facendo quel che stava facendo:
era un tentativo per diventare una creatura speciale,
ammesso, cio, che essere speciali significhi semplicemente
fare qualcosa di diverso da quel che si fa di solito -
o magari  solo una qualit che si vuole, cos che gli altri
possano volere noi, o pu anche darsi che sia il graal della
nostra esistenza infelice ma combattiva, ci di cui crediamo
di aver bisogno ma che non abbiamo e non potremo
avere comunque. Ad ogni modo, sapevo che era per
cercare il modo di essere speciale che mio padre ci aveva
lasciato.
E poi ritorn. Pu darsi che la domanda Cos'altro?
Cos'altro? esistesse gi prima che mio padre se ne andasse,
e forse lui pensava che lasciandoci avrebbe risposto a
quella domanda o almeno avrebbe smesso di sentirla, o
chiss, magari non smise mai; magari nessuno di noi smette
mai. Non saprei dirlo con certezza, ma i miei genitori
non mi spiegarono perch fosse tornato a casa, n io lo
chiesi mai, e insieme, con il nostro silenzio, complottammo
per renderlo uno di quei segreti di famiglia che dovevano
rimanere tali affinch noi rimanessimo una famiglia.
Dopo il suo ritorno, mia madre mi disse che mio padre era
sensibile rispetto a quanto aveva fatto quand'era lontano,
e che non avrei mai dovuto tirare fuori quella storia
delle cartoline. Non mi spieg mai perch mio padre vi fosse
cos sensibile, e anche in questo caso io non chiesi
mai. Infilai le cartoline in una busta e le conservai in fondo
allo scaffale pi alto del mio armadio, per non parlarne
mai pi. Indipendentemente da quali fossero le sue
ragioni, mio padre torn a casa, riottenne il suo vecchio
lavoro all'editrice universitaria e noi lo perdonammo, io
quanto meno. Perch era mio padre, e mi era mancato.
- Mi sei mancato, - dissi.
- Madre, - disse lui.
- Che c'entra lei?
- S, Bradley, - disse una voce alle mie spalle. - Che
c'entro io?
Era mia madre, ovviamente, lo capii senza bisogno di
voltarmi e cos, all'inizio, non mi voltai. Rimasi seduto l,
dandole la schiena, pensando a tutto quello che le avrei
detto, a tutto il meritato dolore che le avrei causato rimproverandola
per il mio povero padre invalido e per il sudiciume
che gli aveva lasciato in casa e per le storie che mi
aveva raccontato da piccolo e per come mi avessero rovinato
la vita e cos via. Quando mi sarei voltato a guardarla,
sarei stato eloquente e terribile, ne ero convinto. Forse
era il ricordo delle lettere incendiarie e la loro possibile
vicinanza a rendermi tanto spavaldo - le lettere e quello
che aveva detto mio padre sulla possibilit che diventassi
una persona speciale. Forse perch avevo visto questa scena
fra madre e figlio cos tante volte nei libri che mia madre
mi aveva fatto leggere, che sapevo gi come sarebbe
andata a finire. Ma qualunque fosse la ragione, mi sentivo
forte e nel giusto, manco fossi stato un angelo vendicatore
o qualcosa di simile. E cosa si fa quando si diventa un
angelo vendicatore? Ci si volta e si fa in modo che la propria
madre lo venga a sapere.
cos mi voltai per fare in modo che mia madre lo sapesse.
Eccola li, in piedi sulla soglia. Non riuscivo a vederla
bene - forse perch era tardi e le mie lenti a contatto
erano ormai asciutte e appannate, e perch la luce del corridoio
dietro mia madre la rendeva offuscata e misteriosa
e immersa in un biancore come la Signora del Lago, su cui
mia madre mi aveva fatto leggere qualcosa moltissimi anni
prima. Non riuscivo a vederla chiaramente, era questo
il punto, per cui non riuscii neppure a scorgere l'espressione
sul suo volto quando mi disse: - Tua moglie ti ha sbattuto
fuori di casa, vero?
Una delle cose in cui le madri sono vere specialiste, ovviamente,
 la capacit di andare dritto al cuore della questione,
e andando dritto al cuore della questione mia madre
aveva anche assottigliato una parte dei miei buoni intenti.
Che fossi un angelo vendicatore o meno, mia moglie
mi credeva ancora un fedifrago e un bugiardo e continuava
a odiarmi, io continuavo a non poter vedere i miei figli
e a non poter tornare a casa a Camelot. Anne Marie mi
aveva sbattuto fuori, forse una volta per tutte. Era quella
la triste verit, e mia madre l'aveva percepita, mentre io
mi sentivo all'improvviso stanco, tanto stanco.
- Sono stanchissimo, mamma, - dissi.
- Ok, - rispose. Si volt e si diresse in corridoio allontanandosi
dalla soglia, e io la seguii, muto, attraverso le
stanze buie, su per le scale, fino alla mia vecchia camera
da letto. Perch anche questa  una cosa in cui le madri
sono vere specialiste: sanno come arrivare alla verit, e allora,
quando la verit ti ha reso cos stanco da non poterne
pi, sanno capire quando  il momento di farti strada
nel buio e metterti a letto. Mia madre apr la porta della
mia camera, si gir verso di me, mi accarezz una guancia
e disse: - Dormi un po', Sam -. Mi sentii tanto riconoscente,
cos riconoscente che per esprimere tutta la mia
gratitudine feci esattamente quello che mia madre mi aveva
ordinato di fare. Dormii.
 
PARTE SECONDA.


Capitolo sesto.

Ero tornato a casa, nella stessa camera da letto in cui
mia madre mi raccontava tutte quelle storie sulla casa di
Emily Dickinson - le storie, come ben sapete, che mi avevano
indotto a incendiare e distruggere accidentalmente
quell'edificio. E questo  forse il momento di chiarire alcuni
fatti su quel famoso incendio, fatti all'epoca mal compresi
o mal riferiti.
A differenza di quanto dichiarato dal pubblico ministero
al processo, io non avevo fatto alcun sopralluogo preliminare
alla casa di Emily Dickinson il giorno dell'incendio.
Mi ero limitato a visitarla, la visita guidata ufficiale
da due dollari, insieme a un gruppo di studenti e all'insegnante
di un certo Dickinson College (Nessuna parentela,
aveva scherzato la docente, e oh, come avevano riso
tutti a crepapelle!) L'insegnante si passava una penna da
una mano all'altra mentre camminava. Gli studenti indossavano
tutti una giacca a vento. E se io ero colpevole di
aver fatto un sopralluogo preliminare, allora erano colpevoli
anche loro.
N, come insinu l'Hampden County Eagle, ero un
sudista con uno spiccato odio per gli yankee.  vero, prima
che la visita cominciasse avevo firmato il registro degli
ospiti con il nome Sidney, di Baton Rouge, Louisiana,
ma solo per scherzo e per fare il misterioso. La stessa Mrs
Coleman, se solo non l'avessi uccisa nell'incendio, avrebbe
potuto confermare che me n'ero subito pentito, perch
aveva guardato la mia firma e aveva detto: - Piacere di
conoscerti, Sidney, - e io non avevo osato dire una parola
per tutta la visita temendo che il mio accento non fosse
abbastanza del Sud.
A differenza di quanto testimoni in tribunale uno degli
studenti del Dickinson College, non era affatto vero
che fossi agitato e non poco maniacale durante la visita.
Ero un ragazzo, un ragazzo normale, come poteva esserlo
un ragazzo qualunque, e tanto normale quanto lo sono
adesso. Tuttavia,  probabile che fossi un tantino irrequieto.
Ed ero irrequieto perch, dopo le storie di mia madre,
mi aspettavo che la casa avesse qualcosa di eccezionale, di
sinistro e misterioso. Ma non era cos. Ci mostrarono una
teca di vetro che conservava una lettera della Dickinson;
ci mostrarono il copriletto, che era rosso con delle margherite
bianche; ci mostrarono i mobili, che per, secondo la
spiegazione di Mrs Coleman, non erano originali, bens
una riproduzione fedele di come erano apparsi quelli veri.
Oh, che noia! Niente a che fare con le storie di mia madre.
E forse perci ero irrequieto - ricordo di aver sbadigliato
talmente forte che tutti si erano girati a guardarmi
- e probabilmente fu proprio quello il motivo per cui mi
intrufolai nella casa a tarda sera: per scoprire cosa ci fosse
da vedere quando la guida e gli studenti e la loro insegnante
non c'erano.
E ancora, a differenza di quanto dichiarato dal pubblico
ministero, non era vero che avessi ucciso i Coleman
a sangue freddo. Non sapevo neanche che fossero nella
casa. L'ho ripetuto non so quante volte, sebbene la mia
affermazione non sembri soddisfare nessuno, n renderli
contenti, ed  la verit vera, e allora ti viene da domandarti
perch tutti vogliano cos tanto sentirsela raccontare.
A differenza di quanto si diceva in giro quand'ero al liceo
(quando mi rilasciarono su cauzione me ne tornai al
liceo e fu l che venni a sapere delle voci che circolavano),
non era vero che l'intera faccenda avesse a che fare con
una specie di club del sesso andato a finire terribilmente
male. Sarebbe corretto dire che avevo pensato di invitare
una ragazza, una certa China, che conoscevo abbastanza
bene e che desideravo moltissimo, cos come capita ai ragazzi
quando desiderano le ragazze dai nomi esotici e fornite
di auto propria, altra cosa che China possedeva. Ed 
anche vero, per quanto riguarda China, che nella mia mente
era forte l'idea del sesso, ce l'avevo stampata in fronte.
Ma quella sera non l'avevo invitata a introdursi nella casa
di Emily Dickinson con me. Me ne ero guardato bene.
Davvero! Non penserete mica che avrei voluto fare sesso
con qualcuno in quella casa dopo tutte le storie che mi aveva
raccontato mia madre? Soprattutto quella dei due liceali
(di nuovo un maschio e una femmina - praticamente
due bambini, li aveva definiti mia madre) che avevano
comprato una confezione da sei di birra Knickerbocker
e avevano deciso di introdursi nella casa di Emily Dickinson
scassinando la porta.
Erano ancora gli stessi bambini, solo pi cresciuti, ancora
bravi ma non tanto quanto avrebbero dovuto essere.
Mia madre sottoline che i due avevano pensato e ripensato
a cosa stavano facendo e a cosa avrebbero voluto fare.
Il loro fu un peccato di calcolo, e io allora imparai la
lezione del Niente calcoli, cosa che tento di applicare
ancora adesso. Camminavano e pomiciavano allo stesso
tempo, il che, di sicuro, era un numero ben difficile da eseguire.
Con una mano il ragazzo teneva un sacchetto con
le birre, nel portafogli i preservativi e nella tasca della
giacca un minuscolo piede di porco. Sicuro della propria abilit
fisica e della sua attrezzatura, aveva calcolato che se
non fosse riuscito a buttare gi la porta avrebbe forzato la
serratura con il piede di porco. Di solito, per, la porta si
apriva facilmente: era vecchia, un po' sgangherata, e cedeva
al primo calcio, come so benissimo anch'io.
Mia madre mi raccont questa storia quando avevo
quattordici anni, dopo che mio padre aveva fatto ritorno,
e, una volta ritornato mio padre, le storie di mia madre si
fecero pi dure e semplici al contempo, meno inquiete ma
pi sinistre, proprio come la storia dei due ragazzi con le
birre e i preservativi. Oh, fu un tale casino. Si inoltrarono
in casa e cominciarono a darci dentro, e in men che non
si dica frammenti di ossa, carne, tendini cominciarono a
schizzare sui muri, a infilarsi sotto i com, a balzare nella
fessura della cassetta della posta, rimanendovi incastrati:
ben crudele, come notifica di cambio indirizzo. Anellini
d'oro finto, berretti da baseball, fasce per capelli, preservativi
e lattine piene di birra furono rinvenuti in piena vista,
avanzi: il buttar fuori il fiato dopo una lunga deglutizione.
Un promemoria dei malefici del sesso illecito e della
conseguente punizione. Ecco in cosa si imbatterono quei
due ragazzi: uno spettacolo, via, un bagno di sangue con
tutti i crismi, e mi parve pi che ovvio che, se avessi voluto
fare sesso, mai e poi mai sarebbe stato a casa di Emily
Dickinson.
Perci, niente sesso e niente club del sesso. Certo, non
saprei dire fino a che punto Mr Coleman si fosse spinto
quella sera con Mrs Coleman. Una volta consumati dalle
fiamme, di loro non rimase pi molto oltre alle ossa e al
tessuto connettivo. Questo posso darlo per certo.
E a differenza di quanto dichiarato dalla mia insegnante
di prima elementare, non era vero che io fossi un piccolo
fiammarolo. Non era vero niente! A riprova di ci,
al processo lei raccont di quella volta in cortile, potevo
avere sei anni, quando mi aveva sorpreso a dar fuoco a un
formicaio con una lente di ingrandimento, o quanto meno
a tentare di farlo (il tempo era incerto quel giorno, c'erano
troppe nuvole). Datemi retta, non ero l'unico bambino
della classe di Miss Frye che avesse provato a bruciare
un formicaio, imparando nel frattempo qualcosetta
sull'energia solare. E vi dico pure che quanto era accaduto
in prima elementare non aveva alcun legame con ci che
accadde nella casa di Emily Dickinson e alla casa medesima.
A dire il vero, mi ero completamente dimenticato della
storia del formicaio, n mi era passata per la mente l'idea
del fuoco quando penetrai nella casa di Emily Dickinson.
Ripensavo alle storie di mia madre - per esempio a
quella in cui il cadavere di Emily Dickinson era stato nascosto
in uno dei numerosi vani segreti della casa e tornava
in vita (o, quanto meno, si metteva a deambulare) solo
con la luna piena. Quella sera la luna era piena e io, per
via della tensione, mi ero messo a fumare una sigaretta -
una nuova abitudine che, peraltro, non sarebbe durata a
lungo - quando udii un rumore. Va' a sapere cos'era! Poteva
essere la casa che scricchiolava o un albero che si agitava
nel vento. Potevano essere i Coleman che si godevano
i loro ultimi istanti insieme sulla terra. O poteva essere
Emily Dickinson, con lo sguardo vitreo come quello del
miglior zombi cinematografico, che usciva dal suo vano segreto
per dirigersi a tutta birra, attratta dal calore del sangue,
verso di me. Qualunque cosa fosse, a quel rumore gettai
la sigaretta in terra e me la diedi a gambe levate senza
rendermi conto che la sigaretta aveva dato fuoco a una
spessa tenda del salotto, che a sua volta aveva incendiato
il tappeto del salotto, eccetera eccetera eccetera. Pertanto:
appiccatore d'incendio preterintenzionale? S. Fiammarolo
doloso? No.
Ma sapete allora che cosa era vero? Che le storie di mia
madre erano belle, o dovevano esserlo state. Il giudice lo
fece presente al mio processo, al momento della sentenza,
intanto che il mio avvocato difensore tornava a spiegare
innanzitutto le ragioni per cui mi trovavo nella casa di
Emily Dickinson, e io a mia volta fornivo altre spiegazioni
sulle storie di mia madre. Il giudice mi interruppe e disse:
- Dovevano essere delle belle storie.
- Direi di s, - risposi io.
- Per, - incalz il giudice (e qui stava davvero esprimendo
commenti personali, ma forse la toga e l'alto scranno
e il grazioso martelletto di legno gliene davano tutto il
diritto), - se una bella storia ti induce a compiere gesti
scellerati, la si pu ancora considerare bella dopo tutto?
- Come dice? - risposi. - Non la seguo.
- Neppure io, temo, Vostro Onore, - intervenne il mio
avvocato.
- Sono d'accordo, - afferm il pubblico ministero, il
quale era identico al mio avvocato tranne che indossava
un vestito di qualit pi scadente, il che lo rendeva pi suscettibile.
- Abbiate un po' di pazienza, - esort il giudice. - 
una questione interessante, non credete? Si pu considerare
bella una storia solo se produce un effetto? E se l'effetto
prodotto  negativo, ma voluto, si pu dire che la
storia ha svolto la sua funzione?  dunque una bella storia?
E se la storia produce un effetto diverso da quello
voluto, si tratta allora di una storia brutta? Si pu davvero
affermare che una storia produce un qualche effetto? Bisogna
aspettarselo? E si pu biasimare una storia
per un motivo qualsiasi? Una storia pu davvero fare
qualcosa? - Qui si rivolse a me, guardandomi al di sopra
delle lenti con uno sguardo erudito, e in quel preciso momento
si intuiva che da sempre avrebbe preferito insegnare
Lettere all'universit piuttosto che fare il giudice,
e che era abbonato a tutte le riviste e ai periodici letterari
giusti. - Per esempio, Mr Pulsifer, si pu davvero ritenere
responsabile una storia per incendio doloso e omicidio?
- Mmm, - risposi, poi agii come se stessi ponderando
sulla questione, cosa che avrei dovuto fare; e invece mi
voltai a guardare mia madre, seduta in aula dietro di me.
Avrebbe potuto esibire un'insegna al neon sulla fronte con
SU scritto SCONFITTA, OLTRAGGIO, RIMPIANTO, proprio Come
sarebbe accaduto sul nostro vialetto di casa, negli anni
a venire, con le parole assassino e fascista.
- Mmm, - dissi di nuovo.
- Avr un sacco di tempo per pensarci su quando sar
in carcere, Mr Pulsifer, - sentenzi il giudice. - Faccia in
modo di dedicarvisi.
- Lo far, - risposi. Perch la questione era di grande
interesse per il giudice.
Ma invece non ci riflettei, n ci stavo davvero riflettendo
quel mattino, quando mi svegliai nella mia vecchia
camera da letto per la prima volta dopo dieci anni. Non
pensai a nessuna delle cose a cui avrei dovuto pensare: mia
moglie, i miei bambini, Thomas Coleman o i suoi genitori
defunti. No, mi vennero in mente le lettere, invece, non
riuscivo a smettere di pensarci - forse perch mi ero imposto
di non farlo per tantissimo tempo. O forse perch 
pi facile e conveniente riflettere su qualcosa che dovremmo
dimenticare piuttosto che su qualcosa che dovremmo
tenere a mente. Anche la voce che mi domandava Cos'altro?
Cos'altro? conosceva quella verit. Eccomi l,
sdraiato nel letto di quand'ero bambino, e quando la voce
mi chiese: Cos'altro?, non intendeva: E tua moglie?
I tuoi figli? E tornare a casa e dirgli la verit? Intendeva:
E le lettere? Dove sono le lettere? S, era una
voce vigliacca, proprio come me.
Mi misi i pantaloni e la camicia del giorno prima, scesi
furtivamente le scale e raggiunsi la stanza di mio padre.
Le luci erano spente, il letto rifatto, ma di mio padre nessuna
traccia. Aprii l'ultimo cassetto del tavolino, ed eccola
l la scatola da scarpe, e all'interno le lettere, proprio
dove me le ricordavo. Non fu esattamente un momento
drammatico; fu al contrario rassicurante, di una certa consolazione:
la casa e mio padre erano cambiati, ma le lettere,
quelle almeno, si trovavano ancora nello stesso posto.
Erano pi sgualcite e imbrattate, pi consumate di quanto
non ricordassi, e gi vedevo mio padre, seduto sulla sua
sedia, a leggere le lettere e poi a rileggerle, e poi ancora,
mentre mi pensava da qualche parte, l fuori nel mondo.
Nella mia immaginazione si profil come un momento di
grande intensit tra padre e figlio. Poi sentii un rumore
provenire dal salotto - dei colpetti di tosse catarrosa - e
lo interpretai come una sorta di preavviso. Risistemai dunque
le lettere nella scatola, rimisi la scatola nel cassetto, lo
richiusi, e andai in cerca di quel rumore.
Il salotto era molto pi in ordine di come l'avessi visto
il giorno prima. Nessun alcolico in vista, spariti gli anelli
delle lattine dai tavoli dov'erano sparsi, neppure una traccia,
risucchiati a bordo dall'astronave madre. Sul tavolino
del salotto era rimasto un solo posacenere, di vetro, ed era
stato svuotato. La cyclette era ancora nel salotto, ma era sistemata
in un angolo e non pi di fronte alla Tv come prima.
In quanto al televisore, non era acceso, per quanto
mio padre se ne stesse seduto di fronte, sul divano.
- Pap, - dissi. - Buon giorno.
Mio padre si gir verso di me. Dall'ultima volta che lo
avevo visto, la barba grigia, irregolare, gli era cresciuta
per altre dodici ore e un sottile velo gli ricopriva gli occhi
che erano mezzi chiusi o mezzi aperti, a seconda di come
li si volesse vedere. Pap teneva le gambe accavallate e
pensai che fosse gi una conquista per uno che aveva subito
un colpo come il suo. E beveva una birra, una lattina
di Knickerbocker da un litro. Guardai l'orologio. Avevo
dormito fino a tardi. Erano le due del pomeriggio, ancora
un po' troppo presto per una birra cos grande, specialmente
perch non ricordavo di aver mai visto mio padre
bere. Per il mio vecchio ne aveva passate delle belle, e in
fondo chi ero io per dirgli quale piacere poteva concedersi
e se fosse troppo presto per goderne? Dopo tutto, era
riuscito ad accavallare le gambe, che grinta quell'uomo, e
forse la birra era un premio per quell'enorme conquista.
- Buon pomeriggio, - disse mia madre, emergendo da
dietro le quinte, come aveva fatto anche la sera prima. Mi
voltai verso di lei. Anche lei aveva una grossa birra in mano,
ma a differenza della sera prima oggi riuscivo a vederla
chiaramente, vedevo chiaramente che era cambiata dall'ultima
volta. Tanto per cominciare, era graziosa. Ricordavo
che prima aveva un volto severo e sconcertante; riusciva
a farsi ammirare perch intimidiva, ma non si poteva
certo dire che fosse grazioso. Era sempre stata una di
quelle bellezze tipiche del New England, algida e con gli
occhi chiari, le cui pupille di un azzurro inquietante sembravano
attraversarti da parte a parte, mettendo a nudo
la delusione che eri, per posarsi sui suoi avi puritani di antica
memoria, anch'essi dagli occhi chiari. Ma ora dal suo
viso traspariva una certa morbidezza, non perch fosse ingrassata,
ma come se lei e il suo volto avessero firmato una
tregua di qualche genere e venissero in pace: i suoi occhi
azzurri sembravano aver trovato il loro posto ideale sul naso,
una grossa tenda che le sovrastava la bocca sorridente.
Mia madre si chiamava Elizabeth e aveva sempre avuto
una faccia da Elizabeth; ora, per, ne mostrava una da
Beth. Da Elizabeth era sempre apparsa per quel che era
- una severa insegnante di lettere -, ma da Beth sembrava
pi morbida e gentile. Magari un'infermiera, una davvero
graziosa.
- Sembri l'infermiera Beth, - le dissi.
- Ah, - rispose lei, sistemandosi i capelli dietro le orecchie
(erano neri, da sempre, e lunghi) con un gesto da ragazzina.
Mia madre si avvicin a mio padre, gli prese la
lattina vuota dalle mani e gliene apr un'altra,
incastrandogliela nel cavo nodoso della mano destra. Lui rispose
con un balbettio plurisillabico che interpretai come un
Grazie.
-  il caso che tu gli dia un'altra birra? - le domandai.
Mia madre non rispose, n con un'espressione facciale, n
a parole, pertanto aggiunsi: - Per via dell'ictus.
- Hai sentito, Bradley? - disse mia madre a mio padre,
con un sorriso che si fece persino pi dolce, colmo di un
qualche segreto piacere. - Non dovrei darti un'altra birra
perch hai avuto un ictus.
Mio padre non rispose nulla, ma le lanci uno sguardo
che lei incroci a met strada, lasciandolo sospeso nella
stanza come fosse un altro figlio, un altro essere umano legato
da una relazione misteriosa e mutevole ai due adulti
che lo avevano creato. Perch forse essere figlio significa
proprio questo: indipendentemente dalla tua et, ti ritrovi
sempre un passo indietro rispetto alle persone che ti
hanno dato la vita, a quelle due persone che sanno sempre
qualcosa di cui anche tu dovresti essere a conoscenza - per
esempio, come faceva mia madre a sapere che Anne Marie
mi aveva sbattuto fuori di casa, o, addirittura, che esisteva
una Anne Marie o una casa?
- Ieri sera hai detto che mia moglie mi ha sbattuto fuori
di casa, - affermai. - Come facevi a saperlo?
- Come? - disse forte mia madre, perch mio padre
aveva cominciato a bere la sua birra, sorbendo eroicamente
e a tutto volume, sicch dovetti urlare per chiederle:
- Come facevi a sapere che mia moglie mi ha sbattuto fuori
casa? - in modo che mi sentisse nel fracasso acquoso del
trincare di mio padre.
- Ah, Sam, - disse mia madre, -  una vecchia storia.
- Una vecchia storia, - ripetei, ripensando ora a quello che
aveva detto il giudice, al momento della sentenza,
sulle storie belle e le storie brutte, e per la prima volta dopo
molti anni convenni che le storie si trovavano ovunque
e che ciascuna aveva la stessa importanza. C'erano tutte
quelle lettere conservate nella scatola da scarpe, tutta quella
gente che mi chiedeva di incendiare le case di quegli
scrittori per via delle storie che avevano narrato; c'era la
storia che Thomas Coleman aveva raccontato ad Anne Marie
e per la quale lei mi aveva sbattuto fuori di casa; c'erano
le storie che gli analisti finanziari avevano scritto su se
stessi nei loro memoir, sempre che le avessero scritte davvero
(uno almeno lo aveva fatto, in parte, ma io non lo sapevo
ancora); e c'erano, infine, le storie di mia madre,
quelle che conoscono tutti, e di colpo mi ritrovai con una
risposta alla domanda del giudice, o almeno con una mezza
risposta. Certo che una storia era in grado di produrre
un effetto diretto. A chi sarebbe venuto in mente di raccontarne
una se no?
Ma in cosa consisteva l'effetto diretto? Quello non lo
sapevo, non conoscevo le storie a sufficienza - vecchie o
nuove che fossero - per sapere quale effetto avrebbero dovuto
sortire. Invece mia madre s, era evidente, e io la odiavo
per quello, e il mio nuovo odio si aggiungeva al fatto
che io l'odiassi gi per ci che le sue storie mi avevano fatto,
la odiavo perch sapeva qualcosa che io non sapevo e
che, di conseguenza, mi aveva reso impotente, e forse anche
in questo consiste l'essere figli: nell'aver sempre bisogno
dei propri genitori e odiarli per quella stessa ragione,
e nel frattempo continuare ad aver bisogno di loro, e forse
nell'aver persino bisogno di odiarli, e magari anche quella
era una vecchia storia.
- Una vecchia storia, - ripetei, e poi ricordai precipitosamente
a mia madre del giudice, di quello che aveva
detto molti anni prima sulle storie e su quello che potevano
o non potevano fare, e di cosa non sapevo ancora e del
mio bisogno di sapere: perch se mia moglie mi stava buttando
fuori di casa e quella era una vecchia storia, allora
il riprendermi con s (o magari no, magari no! ) anche quella
era una vecchia storia, e io avevo bisogno di conoscerla.
Mi avrebbe aiutato mia madre? -  importante, - dissi.
- Ti prego -. Ero persino disposto a umiliarmi e a piangere
un pochino, e persino disposto a odiarla per avermi
spinto a umiliarmi e a piangere.
- Ti stai rivolgendo alla donna sbagliata, - rispose mia
madre. - Io con i libri ho chiuso. Ho chiuso con ogni genere
di storia.
- Davvero? - dissi. Questa s che era nuova. Non riuscivo
a immaginare mia madre senza le sue storie, quelle
storie che avevano rivestito una tale importanza per lei da
imporle anche a me. Era come immaginare un moschettiere
senza la spada n il moschetto o senza gli altri moschettieri
- un unico francese disarmato, solo, con i baffi eleganti, il cappello piumato e i modi da damerino. Poi mi
guardai intorno e notai qualcosa che avevo gi notato il
giorno prima: non c'erano libri da nessuna parte. - Che fine
hanno fatto i tuoi libri? - le domandai.
- Li ho dati via, - rispose.
- Perch?
- Perch? - ripet lei. E qui la voce si fece aspra, e anche
il suo volto si inaspr, mentre io osservavo la mia nuova
madre, Beth, tramutarsi nella vecchia madre, Elizabeth;
era come guardare i volti dei presidenti sul Mount Rushmore
riprendere la morfologia della grande pietra che erano
stati un tempo. - Vuoi sapere perch?
- S, - risposi, perch volevo saperlo.
Mia madre mi osserv a lungo e, mentre lo faceva, il
suo volto riacquist una certa dolcezza. Era visibilmente
invasa da pena, amore e dolore, che si levavano dalle estremit
dei piedi, attraversando le cavit delle gambe e del
torso e stabilizzandosi a livello degli occhi, dove riuscivo
a vederle, le emozioni, che sguazzavano nelle sue pupille.
Mia madre sollev lievemente il braccio destro, come per
accarezzarmi la guancia, mentre io provavo di lei un bisogno
mai provato prima, e questo bisogno era molto pi vicino
all'amore che all'odio. Avrei voluto dire: Accarezzami
la guancia, madre. Mi hai raccontato tutte quelle storie
che mi hanno rovinato la vita, e anch'io ho rovinato la
tua, ma se solo mi accarezzi la guancia...
Non riuscii a terminare quel pensiero, n mia madre mi
accarezz mai la guancia. Al contrario, afferr la lattina
(vuota) di birra che mio padre teneva in mano e se ne and
in cucina. Cos rimanemmo mio padre e io da soli, due uomini
in una stanza che si sforzavano di capire la donna che
li aveva appena lasciati l, l'uno in compagnia dell'altro.
Era ovvio che sarebbe stata una battaglia infinita. Me li
immaginavo gi, quei due, seduti in quel salotto fino alla
fine dei giorni, a cercare - invano - di capire le donne che
amavano. Il passato mi scivol addosso in quel preciso
istante, cos come accade e non puoi farci niente, e sorpresi
Anne Marie nel mio cuore, negli occhi, nelle orecchie,
nel cervello, a domandarmi cosa ci facessi l con i miei genitori
mentre sarei dovuto essere a casa mia, a implorarla
di lasciarmi tornare, di tornare da lei, da loro, da noi due.
- Che dici pap, non dovrei semplicemente andarmene
a casa?
- A casa? - domand confuso, come per dire, credo:
A casa? Sei gi a casa.
- La mia altra casa, cio. Non dovrei forse tornare da
Anne Marie e dai bambini? - domandai. - Non sarebbe
meglio? Non sarebbe stato meglio per tutti noi se tu non
ci avessi messo tre anni a tornare a casa?
- Aspetta... aspetta, - rispose mio padre.
- Aspetto cosa?
- Tempo, - disse.
- Quanto tempo? - domandai. - Non credo di poter
aspettare tre anni. Devo aspettare tre anni come hai fatto
tu con me e la mamma?
A proposito di mia madre: rieccola in salotto con un
triangolo di birre grandi per mano. Ne infil una nell'incavo
della mano di mio padre che si diede subito a bere,
con foga, come se cercasse di trangugiare anche un po' dell'alluminio
della lattina insieme alla birra. Poi mia madre
tent di offrirne una anche a me, ma io protestai con un
gesto: - Oh no, per me no.
Quanto a me in quel campo: non ero certo un gran bevitore
e avevo dei brevi e infausti trascorsi. Le poche volte
che ci avevo provato - al liceo, ai barbecue di quartiere
- mi era capitato di diventare troppo me stesso o, al
contrario, troppo poco, ma in entrambi icasi era stata una
tragedia dietro l'altra e mi ero ritrovato a parlare smodatamente
di niente e a fare sempre la cosa sbagliata nel luogo
sbagliato. Una volta, alla festa di Natale del mio capo
(mi ero dato alla vodka, ne avevo bevuti pi di due bicchieri,
cio troppa), persi i sensi per un minuto - persi i
sensi eppure, come uno zombi, continuai a deambulare,
mantenendo quasi tutte le funzioni - e quando mi ripresi
mi ritrovai nella cucina del mio capo, con la porta del frigorifero
aperta, mentre io, li accanto e appoggiato a un
piano di lavoro, spalmavo la maionese su due fette di pane
integrale, leccando ben bene il coltello prima di rificcarlo
dentro il barattolo. Sentii qualcuno che tossiva o ridacchiava,
alzai lo sguardo e osservai tutte le persone che
popolavano la stanza - una folla intera, compreso il mio
capo, Mr Janzen, un uomo slanciato, austero, il cui gran
naso non poteva fare a meno, fisicamente parlando, di
guardarti dall'alto verso il basso - le quali mi stavano fissando
a bocca spalancata, domandandosi ovviamente che
diavolo stessi facendo, e tutto ci che mi venne in mente
di rispondere fu: Un panino. Fu anche ci che dissi. Dopodich,
per sostenere la mia tesi, qualunque essa fosse,
l'addentai. Il panino, cio.
- Non bevo quasi mai, - dissi a mia madre.
- Ma ora s, - rispose lei, con tale fermezza che finii
per crederle. Presi la lattina e bevemmo le nostre birre
grandi, una dietro l'altra, e scoprii che mia madre aveva
ragione: bevevo eccome, e capii pure che quando si beve
le cose accadono quasi per conto proprio. Si fece buio, e
qualcuno accese la luce; cal il silenzio, e qualcuno accese
il televisore; il televisore faceva troppo rumore, e qualcuno
lo spense; ci venne fame, e qualcuno tir fuori del cibo
- pretzel, patatine, popcorn, qualcosa da mangiare direttamente
dal sacchetto. Le cose accadevano per conto
proprio, mentre noi ci facevamo delle domande che forse,
senza la birra, non ci saremmo mai posti. Chiesi a mia madre:
- Hai dato via i libri per causa mia, per quello che ho
fatto e per ci che mi  successo, non  vero? - e lei rispose:
- Ah! - E poi chiesi: - Insegni ancora lettere? - e lei:
- Se sei un'insegnante di lettere, lo rimani per tutta la vita
-. Io: - E come fai a insegnare lettere se hai chiuso coi
libri? - Lei: - Forse  persino pi facile -. Io: - Le storie
che mi raccontavi, quei libri che mi facevi leggere, dovevano
farmi felice? - E lei: - Non so cosa dovevano fare
Io: - E allora perch me le raccontavi? Perch me li facevi
leggere se non dovevano farmi felice? - Lei: - Perch
non mi fai delle domande a cui posso dare una risposta? -
E allora dissi: - Pap  un vecchio tosto, non trovi? - E
lei: - No, non lo  affatto E allora chiesi: - Lo perdonerai
mai per essersene andato? - E lei rispose: - Tutto 
perdonato, - e sollev la birra, e per un istante pensai che
l'avrebbe versata in testa a mio padre, una sorta di battesimo
del perdono. Ma non lo fece, e allora domandai: - 
possibile che due persone si conoscano da troppo tempo,
troppo intimamente? - E lei rispose: - S -. Allora domandai
ancora: - E cosa succede all'amore? - E lei: - Chiedi
a tuo padre -. E io: - Pap, cosa succede all'amore? - E
lui mi disse qualcosa che assomigliava a un goscia. Poi
mia madre mi chiese: - Tu hai un lavoro, vero? Vai a lavorare
domani? - Risposi: - Credo che mi licenzier, - e
cos feci, in quel preciso istante, chiamai la Pioneer
Packaging e dissi alla segreteria telefonica che mi licenziavo. E
intanto che c'ero, sciorinai una serie di cose che odiavo di
loro e del lavoro che mi avevano dato, cose del tutto false
che in seguito non sarei riuscito a ritirare e di cui mi sarei
pentito subito se solo non avessi bevuto tutta quella birra,
tanto per cominciare. cos facendo, scoprii cos'altro
diventava possibile con l'alcol: ti faceva credere che l'autodistruzione
fosse affascinante e ti faceva dire cose che
non pensavi e di cui ti saresti potuto pentire, non fosse
che ti rendeva troppo ubriaco per pentirtene. Quando
sbattei la cornetta in faccia alla mia carriera una volta per
tutte, mia madre disse: - Rimani qui per un po'? - E io
risposi: - Lo vuoi? - E lei: - Mi sei mancato, Sam. Mi dispiace
tantissimo, per tutto quanto, - cosa che io interpretai
come un: S, vorrei che tu rimanessi per un po'. E
allora dissi: - Chi vuole un'altra birra? - Ne avevamo bisogno
tutti, e allora bevemmo ancora, e poi ancora, finch
non mi scordai di essere stato sbattuto fuori di casa, proprio
come mio padre sembrava non ricordare di essere invalido:
pi beveva birra, pi sembrava riacquistare agilit,
tanto che alla sesta birra cominci a muoversi per la casa,
fino al frigorifero e ritorno e sulle sue stesse gambe per
giunta, n il suo farfugliare pareva pi cos marcato quando
ci chiese se volessimo bere ancora, cosa che volevamo
tutti. Bevemmo tutti insieme, come una vera famiglia, finch
non rimase pi nulla da bere, n da fare, tranne perdere
i sensi, proprio li, sul divano. Non una volta, mentre
scolavamo birra, mi vennero in mente Anne Marie e i bambini,
a soli pochi chilometri di distanza, e fu proprio questa
un'altra delle cose che imparai quella sera: se bevi  pi
facile dimenticare quello che devi dimenticare, per un po'
quanto meno, fino a quando, cio, non perdi i sensi e ti risvegli
un paio d'ore pi tardi e ti vomiti tutto addosso e
in corridoio e nel bagno...
Perch anche con il bere ero riuscito a fare casini, e come
bevitore non ero un granch. La birra strarip dal mio
corpo, ma tutti i miei fallimenti tornarono a invadermi, come
una vendetta per aver pensato che avrei potuto dimenticarmene:
quelle lettere, mia moglie, i miei figli, il lavoro,
i miei, Thomas Coleman, i suoi genitori, la loro morte,
la mia vita! Mi parlavano tutti, con una voce che sovrastava
i miei conati di vomito, un coro uniforme di recriminazioni
che rimbalzava sui sanitari e sulle piastrelle. E poi
c'era un'altra voce, una voce che possedeva una mano, dolce,
posata sulla mia schiena e mi diceva: - Va tutto bene,
va tutto bene.
- Davvero? - domandai.
- Starai meglio domattina, - rispose.
Era mia madre. E poich si trattava di mia madre, ebbi
la sensazione di poter dire qualunque cosa senza vergognarmene,
e cos dissi: - Oh, mamma, ho paura di averli
persi per sempre. Mi mancano tantissimo.
- Lo so che ti mancano, - rispose lei.
- Anche questa  una vecchia storia?
- S, - disse. - La pi vecchia di tutte.
- Storie, - aggiunsi. - Sembra proprio che io non ne
sappia nulla. Ti prego, insegnami qualcosa su tutte queste
storie.
- Ci ho gi provato, - rispose, e poi mi accompagn a
letto, dove presi una decisione: avrei imparato qualcosa
sulle storie, e in fretta. Non sarebbe stata mia madre a insegnarmi,
questo era evidente. Il mio vecchio padre, poi,
era troppo malridotto per essermi di qualche aiuto; e anche
quello era evidente. Avrei dovuto andarmene altrove
per imparare qualcosa, e credevo di sapere dove.

 Capitolo settimo.

Sarei andato in una libreria. Di andare in biblioteca
neanche a parlarne, lo sapevo, perch le biblioteche esigono
silenzio e decoro e io non ero particolarmente tagliato
per questo: da bambino ero stato azzittito tantissime volte
da una miriade di bibliotecari rinsecchiti, tutti avvolti
nei loro cardigan di lana, e non ci volevo tornare, cos come
un elefante intelligente non torna pi nel negozio di
porcellane dopo il primo, il secondo o anche il terzo disastro.
Non ricordavo che le librerie richiedessero lo stesso
garbo assoluto, ma era anche vero che non ci mettevo piede
da vent'anni.
Intanto, mi sarei dovuto occupare della mia sbornia. La
storia della prima vera sbornia di ciascuno di noi  ben nota
e fin troppo lunga da raccontare, per cui non mi dilungher
oltre, se non per aggiungere che mi sentivo come se
qualcuno si fosse levato la sua testa malata impiantandola al
posto della mia sana. Mi alzai dal letto e saltai nella
doccia, che non riusc certo a farmi passare la sbornia, per
me la annacqu un pochino. Qualcuno - mia madre, pensai,
e ne sono convinto ancora adesso - aveva scaricato la
mia valigia (quella che mi ero portato a Cincinnati) dall'auto
e me l'aveva sistemata in camera. La disfeci, mi vestii
e scesi al piano di sotto. La casa era vuota -  sempre
facile capire quando una casa  vuota, specie se ti metti a
urlare varie volte: Ehi! Mamma! Pap! C' nessuno?,
e poi controlli ogni stanza alla ricerca di un segno di vita.
E va bene, erano usciti. Mi ero di nuovo svegliato troppo
tardi, era gi mezzogiorno passato. Mia madre era andata
a lavorare, senza dubbio, ma mio padre dov'era? Aveva
forse fatto pena all'editrice universitaria e l'avevano tenuto
per farlo sentire normale? Quanto mi mancava la Pioneer
Packaging in quel momento! Mi mancava il senso di
normalit che riusciva a infondermi. Perch non  forse
questo il bello di avere un lavoro? Non tanto un sistema
per far soldi, quanto un modo per sentirsi normali, persino
(specialmente) quando si sa di non esserlo? E sia, ero
ancora affranto per i postumi della sbornia e del licenziamento,
e forse mio padre sapeva che sarebbe successo, perch
sul tavolo della cucina campeggiava un bicchierone colmo
di un intruglio scuro, torbido, potente, e vicino c'era
un biglietto scritto a mano, con una calligrafia un po' tremolante,
ma certamente ancora la sua - l'avevo riconosciuta
per via delle numerose cartoline che mi aveva spedito
-, che diceva: Bevimi. Come Alice, ingoiai. Per un
istante mi sentii molto peggio, ma l'istante dopo molto meglio.
Qualunque fosse la cura per aver bevuto, assomigliava
molto a un'altra bella bevuta, cosa che di botto mi sentivo
gi pronto a rifare, subito dopo essermi recato alla
Book Warehouse.
La Book Warehouse: c'ero passato davanti, in auto,
molte volte. Si trovava a forse un paio di chilometri da casa
mia, sulla Route 116. Sapevo che Anne Marie ci andava
spesso con i bambini: per l'ora delle storie, il circolo
delle storie, il momento delle storie, per le storie da condividere
e per tutte le altre attivit che avevano a che fare
con le storie, tutte, apparentemente, con un fine e una
funzione diversi. Ma io non c'ero mai stato, come mai?
Era questa la domanda che mi feci immettendomi nell'enorme
parcheggio adiacente a una serie di altri parcheggi
enormi antistanti altri supernegozi. Com'era accaduto che
io, che per anni e anni ero vissuto non distante da quel
luogo e avevo avuto un'esistenza dominata da storie e libri...
com'era accaduto che non ci avessi mai messo piede?
Ero come il vecchio pescatore che non ha mai provato
a nuotare e, proprio sul punto di fare il suo primo tuffo
energizzante, si chiede per quale ragione abbia aspettato
tutto quel tempo.
Era grande, la Book Warehouse. Fu quella la prima cosa
che notai. E poi era tanto luminosa. Le librerie dove mi
portava mia madre, da ragazzino, avevano lo stesso odore
di muffa del fondo di un ripostiglio, ed erano buie e anguste
e piene di giganteschi scaffali stracolmi che torreggiavano
inclinati lungo i corridoi e oscuravano le luci tremolanti
del soffitto. La Book Warehouse non era nulla di
tutto ci. No, quando si entrava era come mettere piede
in una sala operatoria, in sottofondo c'era una musica allegra
e dal soffitto pendevano striscioni viola che esortavano
a leggere. Solo che i libri non c'erano, almeno per
quel che vedevo io, perch una volta dentro ci si trovava
al centro di una caffetteria. Di cui, peraltro, non c'era molto
da dire. Non ricordo come fosse, veramente, n se vendessero
da mangiare, e neanche - caso mai fosse stato cos - se ci
fosse qualcuno che servisse. Era uno di quei posti
in cui, non appena si entrava, si aveva l'impressione di
perdere i sensi per un attimo, per poi subito rinvenire e ritrovarsi
con una tazza di caff tra le mani. Era caff scuro,
macinato, originario dell'Africa occidentale. Non so
cosa volesse dire, esattamente, ma era ottimo e mi fu servito
in una bella tazza di ceramica di un certo peso e stabilit.
Quello s che me lo ricordo.
Erano ormai le tre del pomeriggio, e la caffetteria era
vuota, ad eccezione di un gruppo di donne, per la maggior
parte, sedute comodamente in cerchio, ciascuna intenta a
leggere un libro appoggiato sulle ginocchia. Assomigliavano
alle nostre vicine di Camelot, con i loro tagli di capelli
severi e pratici, i costosi vestiti casual, ampi abbastanza
da nascondere quanto fossero o non fossero magre, e le loro
scarpe, a met tra un paio di zoccoli e delle scarpe da
ginnastica, e che ad ogni modo garantivano un'aderenza
perfetta. Non avevo mai davvero riflettuto su questa specie
di Camelote femmine, n in bene n in male, ma Anne
Marie le aveva detestate, queste donne, prima che lei stessa
si trasformasse in una di loro. E siccome ero sposato con
Anne Marie e mi ero schierato dalla sua parte, anch'io avevo
finito per detestarle, per quanto senza grande trasporto,
n un motivo reale. Dopo tutto, erano cos diverse da
me? Che cosa non andava in loro? Era una cosa che non
andava neppure in me? Come ci avrebbero aiutato i libri
a migliorarci? Decisi di sedermi per scoprirlo, le orecchie
discretamente drizzate alle loro conversazioni, su quei libri
che tenevano squadernati in grembo.
Non discutevano dei libri, per, non in senso stretto;
questa la prima cosa che scoprii. Al contrario, parlavano
di come si sentivano. Quando presi posto, una donna con
giaccone oversize color nocciola e gli occhi cerchiati di scuro
raccontava di come un personaggio le avesse ricordato
la figlia.
- Ah,  stato straziante! - comment la donna. - Mi
ha fatto piangere E proprio mentre lo confessava, scoppi
in lacrime, e poich il pianto  tanto contagioso quanto
il riso o la peggiore malattia infettiva, ci manc poco
che mi mettessi a piangere pure io. Ma riuscii a trattenermi
e a soffocare le lacrime, e cos fece infine la donna - i
singhiozzi si tramutarono in mugolii che si trasformarono
in tiratine col naso che si trasformarono in tremuli sospiri
coraggiosi. Si asciug gli occhi con il dorso delle mani,
pass le mani sul giaccone nocciola e ripet: - Quanto mi
ha fatto piangere. Mi  piaciuto un sacco. Non ho altro da
dire.
- Aspetti un attimo... calma, - dissi io. Avevo gi tutta
una serie di domande da fare. Cos'era, per la precisione,
che le aveva fatto tornare in mente la figlia? E perch
l'aveva fatta piangere? E lei, nel suo giaccone nocciola, si
esibiva in pubblico in sonori e robusti singhiozzi, oppure
piangeva piano, dietro la porta chiusa di un bagno, con
l'acqua che scorreva per non farsi sentire? Ripensai a mia
madre che mi assegnava tutti quei libri da leggere e mi
chiedeva di parlargliene una volta finiti. Dettagli, esigeva
sempre pi dettagli, ed evidentemente ero proprio figlio
di mia madre, pi di quanto non volessi ammettere, perch
anch'io ora pretendevo i dettagli. Ma avevo gi parlato
troppo, era ovvio: le altre donne, per la maggior parte,
mi guardavano come se con la mia uscita avessi ucciso madre
e figlia insieme, mentre la donna in questione pareva
sul punto di scoppiare a piangere di nuovo. - Chiedo scusa,
- dissi, poi sprofondai sulla sedia e feci voto di restare
ad ascoltare in silenzio, in assoluto silenzio, e di tenere
la mente il pi aperta possibile.
cos rimasi ad ascoltare e imparai alcune cose. Un'altra
donna, con indosso una tuta di velours blu cielo, insisteva
nel dire che la rabbia poteva essere qualcosa di buono,
di positivo (non disse, tuttavia, cosa avesse a che fare
con il libro); un uomo sulla cinquantina (l'unico altro uomo
presente; pensai che questa totale assenza di uomini
fosse piuttosto significativa, nonostante non sapessi con
certezza che significato darle), con indosso un giubbotto
sportivo lucido, solcato da numerose cerniere e toppe di
velcro, disse di aver letto il libro in una sola seduta e, subito
dopo, di essersi precipitato ad abbracciare la tomba
del padre. L'uomo raccont di aver odiato il padre per molti
anni a causa di motivi che non riusciva neppure a ricordare
bene, e di averlo odiato anche per essere morto fra le
sue braccia prima di potergli parlare del suo odio e delle
ragioni misteriose che lo avevano procurato. - Mi sentivo
perso, cos perso, - disse l'uomo, - ed era tutta colpa di
mio padre -. Con il suo rancore, l'uomo aveva lasciato che
la tomba del padre si trasformasse in qualcosa di molto simile
a un rudere. L'uomo raccont di essere rimasto abbracciato
alla tomba per molto, molto tempo, affinch il
padre potesse percepire il suo amore e capire che gli era
stato perdonato tutto. - Abbracciando la tomba mi sono
sporcato dalla testa ai piedi, - aggiunse l'uomo, - ma chi
se ne frega. Sporcarmi mi faceva stare bene.
- Tiralo fuori, lo sporco, - disse una delle donne. Era
una donna bianca, con indosso un paio di pantaloni di velluto
a coste larghe e un paio di quei mocassini stile college,
e di tutti i tagli di capelli possibili e immaginabili aveva il
pi palesemente severo e pratico, malgrado avesse detto
Tiralo fuori, lo sporco, con un tono che ricordava vagamente
il gospel nero. Il che, con tutta evidenza, caus
all'unica donna nera del gruppo un momento di esitazione.
La donna nera si schiar la gola e si alz per andarsi a
prendere dell'altro caff, lasciando il libro incustodito
sulla sedia. Mi assicurai che nessuno mi guardasse, poi lo
presi. Sulla copertina era stampata l'immagine di una tazza
di caff fumante. Il titolo del libro era Ascolta. Sul retro
la foto dell'autore, un uomo dallo sguardo mite, la
barba e un cappellino da pescatore con una visiera molto
lunga, seduto su una sedia da giardino, intento a gustarsi
una tazza di caff. Sulla quarta di copertina c'era una
lista di argomenti di discussione, il primo dei quali era:
Come ti fa sentire questo libro rispetto alla Condizione
Umana?
E sia, mi faceva sentire bene rispetto alla Condizione
Umana e anche rispetto a quelle donne (per la maggior parte).
Certo, non avevo letto il libro, ma se avevo visto giusto
nemmeno gli altri, e poi non era quella la sua funzione:
la sua funzione era di offrire a quelle donne (per la maggior
parte) un motivo per confessare sentimenti che esistevano
prima ancora di aver letto il libro, che, se avevo
visto giusto, non aveva letto nessuno. Le confessioni avevano
fatto bene a tutti, si vedeva, perch la caffetteria ora
risuonava di chiacchiere lievi che non avevano nulla a che
fare con il romanzo. Il libro li aveva resi felici! Il che mi
giunse come una rivelazione, perch mi venne in mente di
quanto fossi stato infelice in passato nel leggere i libri che
mi si chiedeva di leggere - pieni com'erano di cose che non
capivo del tutto, n avrei capito mai, e mi facevano venire
il mal di testa. I libri avevano reso infelici anche i miei
genitori, nonostante loro affermassero di amarli. Mia madre,
per esempio, insegnava La lettera scarlatta ogni anno,
e ogni anno, dopo averlo letto e spiegato, sembrava tristissima,
depressa e arrabbiata per via di quella Hester Prynne,
della sua A e di Dimmesdale, pareva volesse prendere il libro
e picchiarselo sulla testa, per poi uscire, scovare la
Condizione Umana e darle anche a lei di santa ragione.
L'espressione sulla faccia di mia madre esprimeva chiaramente
la sua piena certezza che la Condizione Umana ne
sarebbe stata riconoscente. Dammi il colpo di grazia, questo
sarebbe stato il sentimento della Condizione Umana,
secondo mia madre.
Ma ci accadeva solo se i libri venivano effettivamente
letti, anzi solo se se ne leggevano alcuni in particolare.
Le donne (per la maggior parte) avevano messo via il libro
ed erano intente a parlare di cose del tutto ordinarie, banali
- denaro, vestiti, cibo -, e sembravano pi contente
ora che si erano confessate e liberate di un peso. E non
sembravano solo pi contente di prima: parevano essersi
addirittura alleggerite, e se non fosse stato per la legge di
gravit ero certo che le avrei viste sollevarsi per aria, fluttuare
da qualche parte vicino al soffitto, ciascuna con la
propria tazza di caff in mano. Avevano voci limpide, cariche
d'ottimismo, non pi lamentose e del tutto sgombre
dai timori di prima, voci che ti facevano dimenticare che
nel mondo esistevano il dolore, il desiderio, la paura, la disonest,
sicch io stesso, per un istante, dimenticai che esistevano
anche per me.
Rimaneva un solo punto da chiarire. Mi avvicinai alla
donna che aveva detto: Tiralo fuori, lo sporco, puntai
il dito sulla sua copia di Ascolta e le chiesi: -  una storia
vera?
-  un memoir, - rispose.
- Ok, - dissi io, non del tutto convinto se significasse
s,  vera o no, non lo . Gli analisti finanziari lavoravano
al loro memoir dai tempi del carcere, ma non avevo
mai capito se parlasse di fatti veri o meno, n gli stessi analisti
avevano mai dimostrato di essere del tutto certi della
differenza fra una cosa e l'altra, tanto da trascorrere ore
e ore a discutere sui rapporti tra licenza artistica e verit
letterale. Avevo avuto il buon senso di non spingere oltre
la questione, perch ogni volta che mi ero permesso di farlo,
ogni volta che gli avevo chiesto se dicessero tutta la verit,
erano scoppiati a ridere, come se l'intera faccenda
non fosse altro che un mattoncino in pi nella mia casa di
casinista. cos domandai alla donna se le fosse piaciuto il
libro.
- Oh, s, - disse.
- Perch?
-  tanto utile, - rispose senza esitazioni.
- Ecco cosa volevo sentirmi dire, - le dissi io, perch
ora sapevo qual era la risposta alla domanda del giudice:
i libri erano utili e potevano avere un effetto diretto... eccome
se potevano! A chi sarebbe venuto in mente di leggerli
se no? Ma allora, se cos era, perch mia madre si era
sbarazzata dei suoi? Poteva essere che certi libri fossero
utili e altri no, e quelli no, se non servivano a nessuno,
tanto valeva liberarsene? Era ovvio che mia madre aveva
letto i libri sbagliati. Ma io non avrei commesso lo stesso
errore.
Mi congedai dalle donne (per la maggior parte), uscii
dalla caffetteria e cominciai a vagare per la libreria vera e
propria, dirigendomi verso il reparto memoir. Non mi ci
volle molto. Scoprii che quel reparto era di gran lunga il
pi vasto di tutta la libreria ed era, per certi versi, una sorta
di Unione Sovietica della letteratura, avendo inglobato
quasi tutti gli stati minori e fuori moda della narrativa e
della poesia. Durante il tragitto, attraversai la sezione dedicata
alla narrativa. Fui colto da un'improvvisa tristezza:
era cos piccola, trascurata e riposta senz'ordine sugli
scaffali; mi faceva talmente pena che fui quasi tentato di acquistare
un romanzo, senonch l'unico in grado di catturare
la mia attenzione, si intitolava Un normale ragazzo bianco.
Lo tirai fuori dallo scaffale. Dopo tutto anch'io, in passato,
ero stato un normale ragazzo bianco, prima di bruciare
e uccidere, e forse un giorno sarei tornato ad esserlo, e
forse quel libro avrebbe potuto aiutarmi in quel senso, anche
se si trattava di un romanzo e dunque non aveva alcuna
utilit, genericamente parlando. La quarta di copertina
diceva che l'autore era un giornalista dello stato di New
York. Lo aprii e lessi l'incipit: Lavoravo come reporter
nello stato di New York, al che lo chiusi e lo risistemai
sullo scaffale dedicato alla narrativa, che forse non era poi
tanto diverso dallo scaffale dei memoir, concludendo che
mai pi mi sarei dispiaciuto per la sezione narrativa cos
come uno aveva smesso di dispiacersi per la Lituania
quando quella aveva capitolato senza battere ciglio e si
era messa a parlare russo tre secondi dopo essere stata annessa.
Ad ogni modo, proseguii verso il reparto memoir. Dopo
avervi curiosato per un po', capii perch era cos vasto:
chi l'avrebbe detto che c'erano tutte quelle verit da raccontare,
tutti quei consigli da dare, lezioni da apprendere
e insegnare? Chi l'avrebbe detto che cos tante persone
avevano cos tante cose necessarie da raccontare di s?
Diedi una rapida occhiata ai memoir di abusi sessuali, di
conquiste sessuali, impotenza sessuale, sesso alternativo.
Guardai distrattamente i memoir di viaggio, i memoir di
atleti professionisti redatti da scrittori fantasma, di rockstar
edoniste tormentate dai rimorsi, memoir sui Dodici
Passi, o sulla lettura (Una vita fra le pagine: un libro dopo
l'altro). C'erano ben cinque memoir di uno stesso autore,
una donna che aveva scritto un memoir sullo straziante
rapporto con il padre, un famoso scrittore di narrativa; un
memoir sullo straziante rapporto con la madre; un altro
sullo straziante rapporto con i figli; un altro ancora sullo
straziante rapporto con l'alcol, per concludere con il memoir
su come era arrivata ad amarsi di pi. Numerosi erano
i memoir sulla difficolt di scrivere memoir, e persino
una serie di memoir su come scrivere un memoir: Manuale
del memorialista : come scrivere un memoir e via discorrendo.
Tutto ci mi fece sentire meglio nei confronti
di me stesso, e provai una profonda gratitudine verso quei
libri per avermi insegnato - senza ch'io avessi avuto la pretesa
di leggerli - che l fuori c'era gente molto pi disperata,
egocentrica e annoiata di me.
E infine trovai il memoir che cercavo, senza che nemmeno
avessi avuto il sospetto di cercarlo, n che esistesse:
Il manuale per scoprire chi sono e chi ho finto di essere, scritto
da Morgan Taylor, uno degli analisti finanziari.
Senonch, a detta del libro, adesso era un ex analista
finanziario. Fu quella la prima cosa che scoprii della sua
vita dopo il carcere (mi sedetti sul pavimento e cominciai
immediatamente a leggerlo, come per recuperare tutte le
notizie su un amico perduto da tempo): Morgan non aveva
ripreso a lavorare da analista finanziario. Quella vita
era acqua passata per me, dichiarava nel suo libro, senza
peraltro spiegare perch fosse acqua passata, n perch fosse
stata fuoco presente all'inizio. Ad ogni modo, invece di
riprendere la sua vecchia professione si era dedicato alla
carriera che definiva di ricercatore. La prima cosa che
aveva fatto appena uscito di galera era stata recarsi nel
South Carolina, perch non c'era mai stato prima e la sua
vocina interiore gli diceva che nel corso della vita avrebbe
dovuto - dovuto! - visitare tutti e cinquanta gli stati.
In pi aveva visto una partita di baseball in ciascuno degli
stadi pi importanti. Era stato nel parco di Yosemite e
nel Badlands e nel Sequoia e in ogni altro parco nazionale
degno di nota...
- Aspetta un attimo, aspetta! - dissi al libro e anche a
Morgan, ovunque si trovasse in quel momento. Perch avevo
riconosciuto la storia: era quella di mio padre. Mi aveva
raccontato tutte quelle cose nelle cartoline che mi aveva
mandato durante quei tre anni in cui era stato lontano da
mia madre e da me, e io a mia volta, quando ero in carcere,
avevo raccontato la storia dei viaggi di mio padre agli analisti
finanziari. Avevano mostrato un interesse particolare,
adesso s che mi tornava in mente.
Ero arrabbiato? Si capisce che lo ero. Facevano cos i
memorialisti? Rubavano le storie vere di qualcun altro facendole
passare per proprie? Provai la tentazione di rimettere
il libro sullo scaffale senza comprarlo, solo che ero curioso
di sapere se Morgan avesse raccontato per bene la
storia di mio padre e se vi avesse incluso anche me. Di certo
non comparivo nella pagina dei ringraziamenti: controllai,
l in libreria, e poi mi avviai alla cassa.
Dopo aver acquistato il falso memoir di Morgan Taylor
ed essere uscito dalla Book Warehouse, feci esattamente
ci che mio padre mi aveva consigliato di non fare: non
aspettai. Mi misi al volante, diretto a Camelot. Perch anche
questa  una di quelle cose che fa l'americano medio
in crisi: cerca di tornare a casa, momentaneamente dimentico
che la ragione del suo allontanamento da casa  se stesso,
che la casa non  pi sua, ma la crisi s.
Erano ormai le quattro passate, ma c'era gi l'ora legale,
per cui s'era fatto buio presto, l'aria era diventata all'improvviso
fredda e stranamente allegra, quasi natalizia.
Camelot era pervasa da un'atmosfera festiva che mai mi
pareva di aver notato quando ci vivevo, con i suoi lampioni
e i riflettori, e di qualche abitazione riuscivo persino a
immaginarmi i caminetti a gas, senza canna fumaria, riconoscibili
dalla mancanza di una fiamma regolare, del fumo
e del suo scoppiettante sfavillio. Sapevo che il nostro caminetto
a gas non sarebbe stato acceso - Anne Marie era
una forte sostenitrice del fuoco a legna e non era disposta
ad accettare sostituti - ma le luci al pianterreno, in
salotto, nella sala da pranzo e in cucina erano accese.
Parcheggiai dall'altra parte della strada, cos da poterli guardare attraverso
gli enormi bovindi del salotto; spensi i fari dell'auto
e mi misi a osservare la mia famiglia, un membro dopo
l'altro, quasi stessero sfilando davanti alla finestra per me.
C'era Katherine, con il suo gigantesco raccoglitore ad anelli
traboccante di compiti che svolgeva con tale facilit che
di certo li aveva gi finiti; c'era Christian, con il suo martello
tenuto alto sopra la testa, come se fosse in procinto di
colpire in nome dei lavoratori; c'era Anne Marie, che faceva
dei grandi gesti, chiss per cosa, la mano libera che svolazzava
intorno al capo, come per scacciare qualche ape, alternando
un sorriso a un cipiglio, e rivolgendosi per tutto
il tempo a qualcun altro presente nella stanza, ma che non
sapevo chi fosse. Non erano i bambini perch ora li vedevo
seduti a tavola, e Anne Marie gli volgeva le spalle. I casi
erano due: o parlava da sola, oppure c'era qualcun altro.
Ma chi? Non saprei dire, perch poi c'ero io, Sam, ed ero
seduto in macchina e non a casa, intento a osservare quei
tre (pi l'ospite invisibile) e sentendomi cos distante ma
anche cos desideroso di stare con la mia famiglia, tanto da
aver paura di bussare alla porta e scoprire che loro, invece,
non desideravano affatto stare con me. Si, me ne stavo li
fuori, a osservare loro che stavano dentro, una situazione
non tanto diversa dalla lettura (ecco a cosa stavo pensando),
e forse quella era un'altra delle ragioni per cui mia madre
aveva smesso di leggere: era stanca di rimanere fuori di
casa. Forse desiderava entrare, restare dentro con quel confuso
di mio padre, a bere birra finch non ci sarebbe pi
stato niente da bere e niente da dimenticare che non fosse
gi stato dimenticato. Improvvisamente anch'io sentii di
volere la stessa cosa, la volevo cos tanto, e perci mi allontanai
da Camelot e tornai dalla mia famiglia, quell'unica famiglia
che non avrei dovuto desiderare, quell'unica famiglia
con cui avrei potuto bere birra fino a perdere coscienza
per riuscire a dimenticare l'altra.
 
Capitolo ottavo.

In molti dei libri di mia madre, a un punto cruciale il
tormentato io narrante ha un sogno rivelatore, per cui non
mi stupii affatto di averne uno anch'io quella notte. Un
sogno rivelatore, cio.
Nel mio sogno mi trovavo in una cupola, a quattro piani
dal suolo, su su in cima a una villa lussuosa e tentacolare,
dai rivestimenti in legno grigio. Il retro della casa era
lambito dal mare e c'era un temporale. Le onde orlate di
bianco sferzavano come colpi di frusta le poppe delle barche
in bala dei marosi, le cui sartie schioccavano come elastici
troppo tesi. L'acqua era livida; il cielo, di un blu persino
pi intenso, pi feroce. Lass, sulla cupola, davo le
spalle al mare, lo sguardo rivolto verso l'interno, a un complesso
di cinque ville leggermente pi piccole, e con una
mano reggevo elegantemente un bidoncino rosso di plastica,
come fosse una borsetta. Le altre case erano tutte preda
del fuoco: erano pi le fiamme che il legno, c'era pi
fumo che fabbricato. Ma all'interno erano rimaste delle
persone: si sporgevano dalle finestre ed erano aggrappate
alle grate. Ciascuna di loro aveva dei libri in mano; erano
tutti sovraccarichi di libri. Alcuni gettavano i libri fuori
dalle finestre, altri passavano delle sacche zeppe di libri
oltre le grate a uomini che aspettavano di sotto. Una donna
si era arrampicata in cima al tetto di una casa. Aveva
indosso una camicia da notte velata, quasi trasparente. I
capelli avevano preso fuoco e le fiamme le circondavano il
capo, a mo' di corona, gocciolandole gi dalle lunghe ciocche
ricciute quasi fossero di cera. Non riuscivo a vederla
in faccia, ma ovviamente, com' logico che sia in un sogno,
era bella e fatale. Appoggiata alla canna fumaria, si
colpiva la testa con un libro, come per spegnere le fiamme.
Il libro, per, aveva la copertina rigida, e la donna perse
subito i sensi. Accasciata com'era contro la canna fumaria,
vidi che non portava le mutande: i peli neri del pube
parevano un tatuaggio a confronto con il biancore perlaceo
del ventre e delle cosce. Se ne accorse anche un altro
uomo che stava di sotto. Comprensibilmente, se ne lasci
distrarre e, mentre fissava le parti basse della donna incosciente,
anche lui perse i sensi, travolto da una sacca di libri.
Un altro uomo si inginocchi a soccorrere il compagno
a terra, poi sollev lo sguardo e punt il dito verso la
donna sul tetto. La camicia da notte sventolava sibilante
tra le fiamme; il libro, ancora nella mano destra, prese fuoco
ed esplose. Un grido acuto, intenso, si lev dagli uomini
che stavano di sotto, dagli uomini e dalle donne affacciate
alle finestre e alle grate. Era quello, sembrava, il primo
libro andato perso tra le fiamme. Furono tutti colti da
un'ondata di grande disperazione. Uomini e donne abbandonarono
ogni speranza, gettandosi dalle finestre e lasciando
la presa dalle grate. Gli uomini, di sotto, non provarono
neppure a evitare i corpi che cadevano e ne furono travolti.
Era un sogno niente male, via, e per nulla simile a quelli che facevo di solito. Di solito sognavo facce note che si
manifestavano in luoghi inusuali, come quello in cui sorprendevo
il mio capo seduto al mio tavolo di cucina a bere
caff, cosa che, a differenza di tutti gli altri, avevo trovato
interessante - il mio capo non era mai stato a casa
mia, n, se per questo, beveva caff - e quando raccontavo
questi sogni alla mia famiglia tutti guardavano altrove
con uno sguardo vitreo, come se ciascuno di loro fosse
coinvolto in un sogno proprio. No, questo era un sogno
ben diverso, e sarebbe stato bello se ci fosse stata la mia
famiglia adesso perch volevo raccontarglielo e dimostrare
di che meraviglia di sogni fosse capace il vecchio Sam
Pulsifer - anche se avrei dovuto omettere la parte dei peli
pubici per via dei ragazzi. Anzi, forse no, forse non glielo
avrei raccontato, perch dopo tutto non mi aveva fatto
stare cos bene: avevo male alla testa e il respiro affannato.
Dopo un sogno cos, ringrazi solo che fosse un sogno,
visto che, per quanto brutta sia la tua vita reale, non potrebbe
essere peggiore di quella sognata. Ecco come mi
sentivo, finch non scesi al piano di sotto (la casa era di
nuovo vuota, la mia sbornia, pi familiare e meno terribile,
la pozione dopo-sbornia, nuovamente sul tavolo, meno
urgente, anche se la bevvi lo stesso), aprii lo Springfield
Republican e scoprii che qualcuno aveva dato fuoco alla
casa di Edward Bellamy a Chicopee, nel Massachusetts, a
non pi di venti minuti da dove mi trovavo mentre leggevo
dell'accaduto.
A tutta prima, non mi venne in mente che Bellamy era
uno scrittore e, di conseguenza, che casa sua era la casa
di uno scrittore. Il titolo diceva: punto di riferimento
LOCALE RICEVE LIEVI DANNI PER VIA DI UN INCENDIO, Come
se i lievi danni fossero stati recapitati per posta. Solo dopo
aver letto un po' scoprii che Bellamy era uno scrittore e
che il suo libro pi famoso era stato Uno sguardo dal2000.
Fu solo in quel momento che il nome dell'autore e il suo
libro si insinuarono tra le nebbie della sbornia, facendo la
loro comparsa nella banca dati della mia memoria. Riposi
il giornale, andai nella camera di mio padre, aprii il cassetto
del tavolino, frugai tra le lettere della scatola e finalmente
la trovai: la lettera di Mr Harvey Frazier di Chicopee,
Massachusetts, che mi chiedeva di incendiare la casa
di Edward Bellamy. La lettera era stata spedita solo quindici
anni prima (cos diceva il timbro postale sulla busta),
ma era cos sgualcita, imbrattata, logora da sembrare un
reperto antico. Infilai la lettera nel taschino della camicia,
rimisi la scatola da scarpe in quello che ormai non era pi
un posto tanto segreto e me ne tornai al mio articolo di
giornale: diceva che i danni erano minimi e che la causa
dell'incendio pareva sospetta. Conoscevo bene il significato
di quella parola: anche il mio incendio era stato definito
sospetto, persino quando vennero a sapere che
ero stato io ad appiccarlo involontariamente.
Confessione: quand'ero piccolo mia madre non mi permetteva
mai di leggere libri gialli, nemmeno quelli per
bambini. Una volta, quando mi sorprese a leggere un libro
della enciclopedia Brown (si trattava, mi pare, della storia
del gatto smarrito di un vicino di casa e di chi l'aveva fatto
scappare), me lo requis e mi disse: - Se vuoi leggere un
giallo, leggi questo -. Mi porse Wilson lo svitato di Mark
Twain, che, per quanto potevo capire, non era affatto un
giallo bens un libro su neri che neri non erano, e di bianchi
che nemmeno loro erano davvero bianchi, e di un tizio
di New York, un emarginato, col pallino delle impronte
digitali, e di gente che dall'Europa e dalla Virginia si
era trasferita in Missouri, e il solo mistero, per me, stava
nel capire innanzitutto perch questi forestieri fossero andati
a vivere in quello stato, e poi perch ci fossero rimasti
per tutto quel tempo.
La mia teoria: se avessi mai letto un giallo vero, di un
vero mistero su cui indagare, allora forse avrei saputo che
fare in quel frangente. E invece me la dovetti sbrigare da
solo come meglio potevo. Ricordavo vagamente di aver
sentito, o forse l'avevo visto in televisione, che gli investigatori
bevono in quantit impressionanti, persino (soprattutto)
quando sono impegnati in un'indagine. E cos
mi feci un goccetto, l'ultima birra rimasta nel frigo, residuo
delle bisbocce della sera prima. Bevevo e intanto meditavo
sul possibile colpevole dell'incendio alla casa di Bellamy.
La prima persona che mi venne in mente, com'era
ovvio, fu Thomas Coleman. Sapevo bene che mi avrebbe
procurato altri guai, persino pi grandi, e forse qui si trattava
di uno di quei guai. Dare alle fiamme la casa di Bellamy
per far s che incolpassero me. Per, un momento:
come poteva sapere, intanto, che qualcuno mi aveva chiesto
di incendiare quella casa? Dopo tutto la lettera ce l'avevo
io, nel taschino della camicia; la tastai con la mano
per accertarmene.
Ma allora, se non era stato Thomas Coleman, chi poteva
essere stato? Forse lo stesso Mr Harvey Frazier? In
fondo aveva aspettato tutto quel tempo, e magari aveva
pensato di non riuscire ad aspettare oltre. Oppure poteva
trattarsi di qualcun altro, qualcuno a cui non avevo ancora
minimamente pensato. Vallo a sapere, per decisi di far
visita a Mr Harvey Frazier e di capirci qualcosa. Come?
Non ne avevo la pi pallida idea. Ecco, se avessi letto i libri
giusti forse avrei saputo comportarmi da vero investigatore.
E se non mi fossi licenziato dalla Pioneer Packaging
e avessi avuto qualcos'altro da fare, forse sarei stato
troppo impegnato per provarci. E se non mi fossi ritrovato
completamente solo, se ci fosse stato qualcuno in casa,
allora forse avrei ricevuto qualche consiglio: forse mi avrebbero
messo in guardia dall'avvicinarmi alla casa di Edward
Bellamy, dicendomi di starmene alla larga e di non andare
da nessuna parte.
Ma, allora,  possibile che un investigatore sia proprio
questo: qualcuno che non ha nient'altro da fare che comportarsi
da investigatore, e nessuno intorno a dirgli di non
farlo.
Mr Harvey Frazier di Chicopee, nel Massachusetts, era
un tizio incredibilmente cauto per la sua et, tanto che finse
di non riconoscermi, n di ricordare il mio nome all'inizio.
Era vecchio, almeno sull'ottantina, e pure sinistro,
perch apr la porta proprio mentre stavo per bussare, come
se mi stesse aspettando in quel preciso istante. A dispetto
del mio sbigottimento, mi riusc di dire: - Signore,
sono io, Sam Pulsifer, - poi aprii la mano e la porsi a Mr
Fraser per stringere la sua. Ma lui non la strinse; al contrario,
disse: - Stavo per fare una passeggiata, - e cos fece,
passandomi accanto e incamminandosi per strada. Era
difficile da capire, e all'improvviso mi venne la voglia di
sapere non solo se fosse stato lui ad appiccare il fuoco, ma
anche che tipo fosse davvero, volevo sapere perch voleva
quel che voleva, volevo conoscerlo come non avevo mai
conosciuto nessun altro al mondo - non i miei genitori, n
Anne Marie, n i bambini - e si poteva dire che, quando
mi misi a inseguire Mr Frazier, stavo recuperando il tempo
perduto e le occasioni mancate.
E poi era ben veloce, per la sua et. O forse anche quell'andare
spedito faceva parte della sua rabbia nei miei confronti,
perch non avevo risposto alla sua lettera per tutto
quel tempo. Mi misi a correre finch non lo raggiunsi,
e allora gli dissi: - Passeggiata, eh? - e siccome non abbocc
a quest'esca di conversazione, gli chiesi: - Dove va?
- Negozio, - rispose lui. Parlava con quell'accento
yankee severo, asciutto, che mi fa sempre sentire come se
avessi fatto qualcosa di male, e quando disse Negozio,
la sua risposta risuon cos antica e formale da farmi immaginare
che stesse andando in uno di quei negozietti d'altri
tempi, a conduzione famigliare, dove avrebbe comprato
qualcosa di obsoleto, chess, telerie, qualunque cosa
fossero le telerie, o forse del tabacco, forse del buon tabacco
aromatico per pipa. Ma no, ritiro tutto. Mr Frazier
non fumava, non l'aveva mai fatto, mi veniva da dire,
nemmeno prima che si sapesse che provoca il cancro, perch
il tabacco era costoso o, quanto meno, era un costo e
Mr Frazier aveva il braccino corto. Questo lo sapevo perch
indossava un paio di pantaloni di lana e un cardigan
marroni e una giacca sportiva con un disegno a pied-de-
poule che erano consumati fino all'ultimo sottilissimo strato
di stoffa. Era probabile che non si fosse mai comprato
dei vestiti nuovi negli ultimi trent'anni, ed era pure probabile
che quelli che aveva li avesse comprati in un grande
magazzino di cui non ricordava il nome, n il luogo in
cui si trovava, sebbene indubbiamente fosse da qualche
parte in centro, e indubbiamente non pi in attivit. Per
Mr Frazier l'idea di vestiti nuovi sarebbe apparsa idiota.
Del tutto assurda. Specialmente quando si acquistano vestiti
di lana buona, resistente, come probabilmente dovevano
essere stati i suoi prima che li consumasse a furia di
indossarli, il che mi fece capire che aveva il braccno corto.
Non voglio mancare di rispetto quando dico queste cose.
Cercavo solo di leggergli nei pensieri, di cogliere un
frammento della sua intera psicologia.
- Cosa va a comprare al negozio?
- Giornale, - rispose e notai pure che non usava gli articoli,
cosa che aggiunsi al suo profilo psicologico. A qualche
isolato di distanza vidi il supermercato di una grande
catena, un Super Stop and Shop, niente a che fare con un
negozio. Se era li che stavamo andando, avrei aggiunto
delirante al suo profilo, man mano che lo studiavo e lo definivo.
Un'altra nota all'abbigliamento di Mr Frazier: era esageratamente
pesante per quella caldissima giornata novembrina
da estate di San Martino, ed era pure esageratamente
formale per una spesa al supermercato o negozio o quel
che fosse il posto in cui stavamo andando. O forse era solo
ci che ci circondava pi da vicino a farlo sembrare tale.
Perch il quartiere era proprio disastrato, e Mr Frazier
era la cosa pi bella di quel posto. Dappertutto solo immondizia
- bottiglie, confezioni di uova, pannolini - e praticamente
nessun bidone in cui collocarla. Sul marciapiede
qualcuno aveva scritto con il gessetto rosa: Shamequa
lecca la fica. Era un vero peccato perch in passato il
quartiere doveva essere stato molto grazioso, si vedeva. A
un certo punto, le grandi case bianche dovevano essere state
vittoriane, ma avevano subito cos tanti lavori di ampliamento
che ora sfidavano ogni possibile classificazione
architettonica. Si, scommetto che le case erano state di
propriet di famiglie buone e rispettabili, e che tutti si vestivano
probabilmente come Mr Frazier, e garantivano che
le case avessero tutte travi ben diritte e comignoli appuntiti,
e olmi e scoiattoli, e loro, le famiglie cio, erano in
grado di garantirlo perch vantavano impieghi presso la
Pratt & Whitney, dove costruivano aeroplani, oppure
presso la sede della Indian, dove costruivano le motociclette
Indian, o ancora presso la Monarch, dove si occupavano
di premi assicurativi. A un certo punto, per, fra
le due guerre, la gente aveva cominciato a perdere il lavoro.
 una vecchia storia. Persero il posto e non riuscirono
pi a permettersi di mantenere travi diritte e comignoli
eretti, n case monofamigliari, e gli olmi cominciarono a
morire, e altrettanto facevano le persone, le quali in alternativa
si trasferivano altrove e poi morivano, e le case furono
rivestite d'alluminio e suddivise in appartamenti - lo
avevo capito dal blocco di cassette della posta, dall'intrico
di fili del telefono e dell'elettricit e dalle auto arrugginite
parcheggiate lungo i marciapiedi. Non era pi lo
stesso quartiere di Mr Frazier, non c'era pi bisogno di
lui, e come sorprendersi allora che tutto ci lo facesse letteralmente
imbestialire?
Proprio in quel momento incrociammo, per la prima
volta, altri due esseri umani: due ragazzi seduti sui gradini
di una di quelle casette a schiera. Erano senza camicia
e indossavano un paio di pantaloncini che non erano pantaloncini
veri e propri, perch gli arrivavano oltre il ginocchio.
Emaciati, quei ragazzi avevano lo stesso petto concavo
che avevo avuto io alla loro et, ed entrambi portavano
un anellino d'argento ai capezzoli. Mi domandai se
fosse stato il piercing ad avergli sgonfiato il petto.
- Buon giorno, - disse Mr Frazier quando li oltrepass.
- Scazzuto, - rispose uno dei ragazzi. Quando disse cos,
la lingua scivol veloce sulla prima sillaba per soffermarsi
su quella dopo. L'altro ragazzo non disse nulla ma
si limit a ridere e a scuotere il capo.
Avrei voluto dire qualcosa a quei due, per esempio Ma
che maniere! Cos'hai detto?, oppure Un po' di rispetto,
teppista. Ma seguivo il passo di Mr Frazier, che tir
dritto e io feci altrettanto. Certo, doveva aver capito che
ce l'avevano con lui, ma pu darsi che non sapesse esattamente
a cosa si riferivano, e io nemmeno. C'era qualcosa
di chiaramente scazzuto, ma non era Mr Frazier, checch
ne dicessero quei due. Caso mai, erano loro, ad essere
scazzuti. E magari non erano neppure due ragazzi, magari erano
due adulti travestiti da ragazzi, che si comportavano
come tali, senza un lavoro per mantenere la famiglia, se
mai ne avessero avuta una, di famiglia, che si divertivano
a dire parolacce come ci si aspetterebbe dai neri, per quanto
i ragazzi sembrassero in realt bianchi. Mi venne in
mente l'espressione gangsta candeggiati - l'avevo sentita
una volta in televisione - ma la dimenticai subito e non
ne parlai con Mr Frazier. No, il vecchio non aveva bisogno
di mettersi espressioni nuove in bocca o nella testa;
questo lo sapevo senza neppure doverglielo chiedere. C'erano
gi abbastanza parole nel mondo e fin troppe erano
scurrili, e troppi giovani usavano parolacce senza che si
riuscisse mai a capire a chi o a cosa si rivolgessero, tanto
che si finiva per credere che fosse semplicemente il loro
modo di parlare - fra di loro, con persone estranee - e risultava
difficile capire se le parolacce fossero amichevoli
o minacciose, se fossero parolacce da neri o parolacce da
bianchi, se ci fosse qualche differenza tra le une e le altre,
e se per la persona a cui le si diceva facesse qualche differenza
se le si diceva per insultare oppure no. Immaginavo
il povero Mr Frazier, tutto solo, di sera, nella sua casa con
le luci spente, in piedi di fronte a una finestra, insonne,
che guardava il vicinato persino pi buio di casa sua, e tanto
pi estraneo ai suoi occhi. Da qualche parte, l fuori,
Shamequa stava leccando una fica, cosa che attestava sul
marciapiede con il gesso rosa, i rifiuti rotolavano lungo la
strada come foglie al vento, e la parola scazzuto, scazzuto,
scazzuto rimaneva sospesa nell'aria e non te ne potevi
liberare, n riuscivi a capire se si riferisse a te o a qualcun
altro. Scazzuto, gi. E a Mr Frazier il non sapere se
in quel modo lo si stesse insultando o meno doveva sembrare
la cosa pi scazzuta di tutte.
Quando arrivammo al negozio - si trattava in realt di
un Super Stop and Shop, ma ormai ero dalla parte di Mr
Frazier, e dunque vada per negozio - in un certo senso mi
trovai d'accordo con i ragazzi: era scazzuto, il negozio cio,
e fatto pi di parcheggio che di edificio vero e proprio. E
quant'era scazzuto che i due ragazzi potessero parlare in
quel modo a Mr Frazier, quell'omino gentile, senza incorrere
in alcuna conseguenza. Altroch se Mr Frazier doveva
essere arrabbiato, tanto almeno da incendiare una casa
o da desiderare che qualcuno lo facesse per lui. Ma perch
la casa di Edward Bellamy? Ecco, questo non lo capivo.
- Ehi, che ne dice, Mr Frazier, parliamo un po'? - gli
dissi. - Devo farle qualche domanda.
Mr Frazier non rispose. Acquist il suo giornale dal distributore
davanti al negozio (chiss perch. Forse, fino a
quando non fosse entrato nell'edificio avrebbe potuto continuare,
in tutta coscienza, a chiamarlo negozio), poi si
volt e si incammin verso casa. Teneva davvero un buon
passo e a me tocc fare una bella sudata per stargli dietro.
Non appena lo raggiunsi, superammo di nuovo quei ragazzi,
ancora seduti sui gradini, come se ci stessero aspettando.
Non accade di frequente in questo mondo che si abbia
una seconda occasione per dire ci che si ha da dire, o
per domandare quel che si ha da domandare. cos mi fermai
di fronte a loro e mi aggrappai a un angolo della giacca
di Mr Frazier nel tentativo di fermare anche lui. Mr
Frazier non si volt verso i ragazzi, ma come un cavallo
impaurito li guard di sghimbescio. Io, invece, mi girai per
guardarli bene negli occhi, sentivo la faccia che mi s'infuocava
e sperai che si riflettesse sui loro volti come una
sorta di faro.
- Prima, - dissi ai ragazzi, - avete detto una cosa a questo
signore, Mr Frazier.
- Gi, - rispose uno dei ragazzi. Sembravano due gocce
d'acqua, con i loro baffetti appena abbozzati, le pance
piatte color alabastro, gli anellini ai capezzoli che brillavano
e luccicavano al sole.
- Be', - dissi io, - vorrei che gli chiedeste scusa. Credo
che gli dobbiate delle scuse.
Un ragazzo scosse il capo e disse: - Scazzuto Lo disse
senza cattiveria n sornioneria, e senza alcuna emozione.
Lo pronunci come un dato di fatto.
- Ehi! - esclamai, perch avevo raggiunto il limite. Mr
Frazier aveva ancora tantissima vitalit dentro di s, e anche
se non fosse stato cos, anche se fosse stato uno di quei
vecchi che occupano solo spazio e consumano aria, ne aveva
viste proprio tante in vita sua e bisognava riconoscergliene
i meriti e portargli rispetto. Mi diressi verso i ragazzi
mettendo su un'aria che speravo risultasse minacciosa.
Al mio avanzare si alzarono in piedi - anche loro con aria
minacciosa - e fu allora che notai i calzettoni tirati su probabilmente
fino alle ginocchia (non saprei dire con certezza
per via dei bermuda). Perch tirarseli su cos? Mi venne
in mente una sola ragione: potevano essere di quelli che
nei calzettoni ci tengono i coltelli, solo che i loro erano
cos lunghi che li dentro avrebbero potuto nasconderci delle
spade. Quanto a me, non avevo armi da nessuna parte.
In pi, indossavo un paio di calzini alla caviglia che in nessun
modo avrebbero potuto nascondere qualcosa di pericoloso.
Mi allontanai dai ragazzi, mostrando i palmi delle
mani, e mentre facevo marcia indietro sussurrai a Mr Frazier:
- Andiamo via di qui.
Mr Frazier mi ignor. Volt leggermente il capo, piano,
per guardare i ragazzi. Persino quel gesto della testa
fu sconcertante. Mi domandai se i due si fossero accorti
di quanto erano inferiori al confronto. Era come guardare
un colosso esausto che si volta per chiedere ai minuscoli
abitanti del villaggio perch gli stiano lanciando dei sassi.
- A cosa ti riferisci? - domand Mr Frazier al ragazzo
che aveva parlato prima.
- Fa un caldo bestiale e tu, capo, c'hai dei vestiti buoni
per andare in slitta, - rispose il ragazzo, e poi si fece
aria con la mano per ricordarci del caldo.
- Scazzuto, - ripet l'altro ragazzo.
- Capisco, - replic Mr Frazier, che riprese a camminare,
dandosi dei colpetti sulla gamba con il giornale arrotolato
e tenendo il passo con la sua indignazione, che doveva
essere smisurata. Rivolsi un'ultima eloquente occhiata
ai ragazzi e poi, prima di vedere quale sarebbe stata la
loro risposta, mi voltai e raggiunsi di corsa Mr Frazier.
I suoi vestiti: erano quelli ad essere scazzuti, e all'improvviso
a Mr Frazier venne caldo, molto caldo, il volto
gli si infuoc quasi pi di quanto non avesse mai fatto il
mio. Smise di colpirsi la gamba con il giornale che cominci
a usare per sventolarsi. Ma farsi aria non gli sarebbe
servito a molto; lo sapevo per esperienza, perch eravamo
entrambi dotati di potenti meccanismi termici interni, due
enormi stufe di vergogna e rabbia collocate da qualche parte,
vicino al cuore e al fegato e ad altri organi, e sarebbe
stato impossibile raffreddare quella parte interiore dall'esterno.
Mr Frazier lo cap presto. All'angolo c'era un bidone
che straripava di rifiuti e il vecchio butt il giornale
su quel cumulo di immondizia e attravers, indifferente
alle rare vetture che avrebbero potuto investirlo, anzi investirci.
Ma non c'era traffico e raggiungemmo incolumi
l'altro lato della strada.
Prosegu il cammino, colpendosi la gamba con la mano
(scommetto che il giornale gli mancava gi). Non dissi una
parola; mi sentivo male per il vecchio. Stava peggio di come
stava prima che arrivassi, si vedeva bene, e quasi come
a darmene conferma si mise a sedere, l, in quel punto esatto
del marciapiede. Gli sedetti accanto, lieto di potermi
riposare un momento. Anche Mr Frazier, come me, respirava
a fatica, e io tornai a preoccuparmi per il suo cuore e
per quello che gli avevo fatto. Si, stavo male per lui, e anche
per me stesso, il che doveva essere l'esempio pi genuino
di empatia. Volevo aiutarlo, ma non sapevo come.
Poteva darsi ch'io fossi davvero incapace di aiutare il
prossimo? Non mi pareva giusto. Poteva darsi che non esistesse
il concetto di giusto? Erano questi gli interrogativi che
mi ponevo, e stavo per pormene altri quando sollevai lo
sguardo e mi resi conto che eravamo seduti davanti alla casa
di Edward Bellamy. Lo diceva una grande ed elegante
insegna di legno. Riuscivo a leggerla chiaramente dal marciapiede
dove eravamo seduti.
- Ehi, - esclamai, - eccola qui! - E preso dall'entusiasmo
tirai su in piedi Mr Frazier. Non fu difficile: a parte
i vestiti non c'era molto da sollevare. Lo tirai su e lo trascinai
verso la casa, dall'altra parte del marciapiede. Non
so come avessi fatto a non accorgermene prima. Insieme
a Mr Frazier, era la cosa pi bella di tutto il vicinato, anche
se qualcuno aveva provato a incendiarla: era grigia,
con gli infissi verdi, un prato tenuto con grande cura, candele
elettriche che brillavano alle finestre, una banderuola
sul tetto e, accanto alla porta d'entrata, c'era persino un
raschietto per le scarpe, d'antiquariato e in ferro battuto.
Era graziosa. Era molto, molto graziosa. A un primo sguardo
non presentava nulla di strano ad eccezione dei nastri
gialli della polizia che la circondavano e qualche vago segno
nero di bruciatura all'altezza delle fondamenta. Era
come guardare una bella donna a cui avessero appena fatto
un brutto taglio di capelli. Dopo tutta la bruttura che
avevamo visto nel quartiere, la sua bellezza era un soffio
d'aria fresca in una giornata torrida, e io non riuscivo ancora
a capire perch Mr Frazier avesse desiderato darle
fuoco. Perch non incendiare invece la casa dei due ragazzi,
se lo infastidivano cos tanto? Dare alle fiamme questa
bella casa era un'idea balzana e non aveva alcun senso.
- Perch? - gli domandai. - Perch vuole bruciare questa bella
casa? - E mentre gli facevo questa domanda, mi
resi conto che la risposta era contenuta proprio nella sua
lettera, che avevo appena scorso e solo per scoprire cosa
Mr Frazier voleva che io incendiassi e non perch. cos
estrassi la lettera dal taschino della giacca, ma prima che
ne uscisse completamente Mr Frazier l'afferr al volo. Non
mi accorsi neppure della sua mano che si insinuava tra la
mia e la lettera. Aveva dei riflessi incredibili. Che tipo,
quel vecchietto.
Per non era un granch come lettore, almeno non senza
occhiali. Gli ci volle una bella mezz'oretta per arrivare
alla fine del foglio, che teneva proprio sotto gli occhi.
- Mr Frazier, - dissi, - gliela leggo io? Faremo prima.
Mi ignor e fu un bene. Perch mi ero sbagliato sulla
sua vista; o forse no, ma non c'entrava niente con la lentezza
glaciale con cui procedeva nella lettura. Era chiaro
che a Mr Frazier piaceva molto quell'attivit. Sotto quell'aspetto,
era come mia madre. Era davvero capace di leggere
e di trarne qualcosa, e mentre lo faceva il suo volto
cominci a mutare, passando attraverso varie fasi, come
la luna. Faceva sembrare la lettura qualcosa di nobile e degno
di essere fatto - capace addirittura di cambiarti la vita.
Tornai a maledirmi per aver smesso di leggere anni prima,
e promisi a me stesso che avrei ripreso il falso memoir
di Morgan Taylor non appena Mr Frazier avesse terminato
con la lettera.
E finalmente concluse. Lo capii perch, nonostante
sembrasse ancora intento a leggere - il volto era ancora appiccicato
al foglio -, sentii questo suono cos familiare, ripetitivo,
un suono gutturale, e quando lo guardai pi attentamente
mi accorsi che Mr Frazier stava piangendo e
che le lacrime inondavano la lettera.
- La prego, Mr Frazier, - dissi, - non faccia cos, la
prego... su, perch piange?
- Mi manchi, - mi disse tra i singhiozzi.
E quella s che era una cosa terribile, persino peggio del
pianto! Solo che non immaginavo chi fosse la persona che
gli mancava. Io no di certo, lo sapevo. Intanto, perch ero
li, proprio accanto a lui; e poi perch non stava guardando
me. Dapprima Mr Frazier rimase a fissare la lettera,
poi sollev il capo e sembr rivolgere lo sguardo a una bandiera
americana che sporgeva da un'asta della veranda.
- Mi manchi, - ripet, questa volta in direzione della bandiera.
cos mi avvicinai, sfilai la bandiera dalla sua base e
la porsi a Mr Frazier. Ma a quanto pareva non era quello
ci che gli mancava: la lasci cadere immediatamente sul
marciapiede e ricominci a piangere, con lacrime vere e
proprie. Questa volta pensai che il suo cuore avrebbe ceduto:
gli sarebbe semplicemente uscito dal petto e sarebbe
caduto anch'esso sul marciapiede.
- Oh, che solitudine! - disse Mr Frazier. E pensai che
questa volta a cedere sarebbe stato il mio, di cuore. E allora
fui io quello che si mise a piangere: formavamo un bel
duetto di piagnoni, eccome; probabilmente avevamo impaurito
tutti i gatti del vicinato.
- Che solitudine! - ripet.
- Lo so, - risposi. - Sono solo anch'io -. Perch nessun
altro aveva pi esperienza in fatto di solitudine del
sottoscritto: non c' niente che ti faccia sentire pi solo
che l'essere un involontario incendiario diciottenne, omicida,
detenuto e vergine. cos gli raccontai quella storia,
che in parte ovviamente conosceva gi. E siccome avevo
molto altro da raccontargli e cos tante parole per farlo, mi
addentrai in un vortice filosofico, e gli dissi che trascorriamo
gran parte della nostra esistenza a sfuggire alla solitudine,
solo per fare marcia indietro e andarla a cercare
noi stessi, e gli raccontai, per fargli un esempio, di come
avessi mentito alla mia famiglia per anni nel timore di rimanere
solo, e di come avessi aggiunto menzogne a menzogne
sicch, cos facendo, mi ero assicurato una solitudine
certa. Si, anche se non sapevo quale fosse il contenuto
della lettera, sapevo a cosa si riferiva Mr Frazier e perch
avrebbe voluto dar fuoco alla casa di Edward Bellamy e
farne un gran bel fal. Io stesso ero stato testimone di quelle
motivazioni: i ragazzi gli avevano detto che non era come
loro, o cos mi sembrava, anzi, come nessun altro del
quartiere; gli avevano detto, a chiare e oscene lettere, che
non vi apparteneva pi, che ne era stato tagliato fuori. Ecco
da dove proveniva l'idea dell'incendio, perch, dopo
tutto, non ci si poteva sentire soli se messi comodi a sgranchirsi
le dita dei piedi di fronte a un fuoco. Era un fatto
noto: anche se ti sentivi completamente solo al mondo,
fintanto che ci fosse stato un fuoco acceso (e la casa di
Bellamy era la pi grande e pi bella dell'intero vicinato sicch,
di conseguenza, se ne sarebbe fatto il fuoco pi grande
e pi bello) avresti potuto restartene li a contemplarlo,
godendo del suo calore, e ti avrebbe fatto tornare alla
mente un'altra stagione, di molto moltissimo tempo prima,
quando il mondo ti apparteneva e tu riuscivi a comprenderlo,
quando ci potevi ancora vivere anche per qualche
minuto soltanto senza sentirti solo e impaurito e cos
pieno di rabbia. - Non sei solo, Harvey, - gli dissi. - Non
lo sei.
E quale fu la risposta di Mr Frazier? Mi disse (con un
volto privo d'espressione e gli occhi ormai asciutti): - Mi
hai chiamato Harvey?
Pensai si fosse risentito per la confidenza che mi ero
preso, cos mi affrettai ad aggiungere: - S, signore, le chiedo
scusa, Mr Frazier.
- Harvey era mio fratello, - afferm. - Io mi chiamo
Charles.
A tutta prima pensai che Mr Frazier stesse mentendo,
che si fosse inventato un fratello dal nulla, quasi un delegato
dei suoi desideri. Io stesso da bambino avevo usato
molte volte questa invenzione del fratello: per esempio
quando avevo tirato involontariamente una palla da baseball
contro una finestra, oppure quando avevo involontariamente
mangiato il pranzo di qualcun altro in mensa, o
ancora quando avevo involontariamente urtato un'auto facendo
retromarcia nel parcheggio del liceo dopo il ballo
del secondo anno, e l'avrei usata anche dopo aver involontariamente
incendiato la casa di Emily Dickinson se solo
fossi stato lucido abbastanza da pensarci. Per mi resi conto
che Mr Frazier non si stava affatto inventando un fratello.
Inventarsi un fratello  facile; molto pi difficile 
essere credibili nel piangere un fratello inventato quando
questi non c' pi.
- E va bene, - dissi. - Ma qual  la vera ragione per
cui suo fratello voleva che incendiassi la casa di Edward
Bellamy?
- Perch era... - E a questo punto si interruppe, quasi
per cercare di comprendere le reali motivazioni del fratello.
- Perch era strano, - rispose infine Mr Frazier.
- Aveva dei problemi.
- Scommetto che era un gran lettore, suo fratello, come
lei, - ribattei io.
- S, - rispose Mr Frazier. - Leggeva troppo. Era uno
dei problemi di Harvey. Il mondo non somigliava abbastanza
a quello dei libri. Lo deludeva sempre. Quanto meno
aveva quel lavoro alla casa di Bellamy...
- Mi lasci indovinare, - dissi, in soggezione per la serendipit
della cosa. - Faceva la guida.
Mr Frazier annui. - Ha fatto la guida fino a quando lo
stato non ha avuto dei problemi di budget e ha dovuto fare
dei tagli al personale.
- E lui ci  rimasto molto male, - tirai a indovinare.
- Giusto.
- E dunque voleva che incendiassi la casa di Edward
Bellamy perch era stato licenziato.
- Presumo sia andata cos.
- E adesso  morto, - dissi, cercando di ottenere tutte
le risposte fintanto che Mr Frazier si trovava nell'umore
adatto a rispondere esaurientemente alle domande. - 
morto e a lei manca molto.
Per un attimo pensai che Mr Frazier si sarebbe di nuovo
messo a piangere, ma non lo fece. Mi osserv a lungo:
il suo volto riprese a tramutarsi, passando dalla rabbia al
dolore alla rassegnazione alla nostalgia - contempl l'intero
spettro delle emozioni umane. Avrebbe persino potuto
abbozzare un sorriso, un risultato non da poco per
quel vecchio, serio yankee che erav Per concludere Mr Fra-
zier disse con tono nostalgico: -  cos.
- Perci, alla fine, non ce l'ha pi fatta ad aspettarmi
e ha deciso di appiccare lei stesso il fuoco alla casa di
Bellamy -. Mi usc dalla bocca istintivamente, come se sapessi
la verit e aspettassi solo che Mr Frazier si congratulasse
con me per averla scoperta.
Peccato che non lo fece. - No, no, - rispose Mr Frazier.
Sembrava onestamente sorpreso che avessi pensato
una cosa del genere. Anzi, si sfreg il dorso delle mani contro
la giacca sportiva, come se le mie accuse fossero lanugine.
- Be', allora chi  stato?
- Credevo che fosse stato lei, - disse.
Gli assicurai che non ero stato io, non ero stato io, e lui
mi ripet che non era stato lui, e continuammo cos per un
po', finch non ci convincemmo della nostra rispettiva innocenza
(non era forse un pessimo difetto, mi domandai,
il fatto che un investigatore si lasciasse convincere cos facilmente
dell'innocenza di un sospetto?) e chiudemmo l il
discorso. Lo salutai, gli strinsi la mano e mi avviai verso la
macchina. Poi mi ricordai che avevo un'altra domanda.
Quando tornai sui miei passi, Mr Frazier aveva gi raggiunto
la sua veranda (la quale, me ne accorgevo ora, si trovava
solo a tre case di distanza da quella di Edward Bellamy)
e gli domandai: - Ehi, mi ridica un po' qual era quel
famoso romanzo che aveva scritto Edward Bellamy?
A quella domanda, Mr Frazier si rianim; era quasi possibile
sentire l'odore del suo sapere che esalava dai pori.
- Ha scritto Uno sguardo dal 2000. E altre opere minori.
- Uno sguardo dal2000, - ripetei. - Di che si tratta?
- Un'utopia, - rispose, prima di chiudersi la porta di
casa alle spalle. Si era tenuto la lettera del fratello, me ne
accorsi dopo che la porta fu chiusa, ma decisi che gliel'avrei
lasciata. Forse gli avrebbe fatto piacere conservarla,
cos com'era stato, evidentemente, anche per mio padre
con tutte quelle lettere che mi riguardavano. Forse Mr Frazier
avrebbe tenuto la lettera con s e si sarebbe sentito
meno solo. Ad ogni modo, gliela lasciai e basta. Il che, scoprii
molto tempo pi tardi, fu una specie di errore da parte
mia, ma come avrei potuto saperlo allora? Come si fa a
riconoscere i nostri errori prima ancora che si rivelino come
tali? Esiste un libro che ce lo possa insegnare?
Quando arrivai a casa erano gi le cinque passate. Trovai
mio padre in salotto, seduto sulla cyclette. Indossava
un paio di pantaloncini sportivi grigi e una canottiera di un
rosso sbiadito, e se avesse avuto anche una fascia tra i capelli
l'avrei scambiato per un insegnante di ginnastica all'apparenza
tanto gay da dubitare che lo fosse davvero.
Mio padre non stava usando la cyclette - si limitava a rimanerci
seduto sopra con i piedi sui pedali - ma pensai che
l'essere montato sul sellino fosse gi un risultato enorme.
Aveva anche sudato un po'. Beveva una delle sue Knickerbocker
da un litro (qualcuno doveva essere andato a fare
la spesa, a meno che lui non avesse una scorta da qualche
parte); di fronte a s, sul portaoggetti della cyclette, c'era
il libro di Morgan Taylor. Mio padre ne sfogliava le pagine,
saltandone cento per tornare indietro di cinquanta, come
se non avesse mai letto un libro in vita sua e non sapesse
bene come bisognava procedere. Non avrei saputo
dire con certezza quante pagine avesse letto davvero, ma
sapevo che stava leggendo: la met funzionante della bocca
si muoveva insieme alle parole, le parole che Morgan gli
aveva rubato.
- Sai, mi dispiace molto per questo, pap, - dissi. Sollev
lo sguardo quando parlai e il libro si sfil dal portaoggetti
e cadde in terra, il che era l'unica cosa che si meritasse.
Lo raccolsi, mi avviai verso l'entrata e lo scaraventai
nello sgabuzzino aperto, tanto per dimostrare cosa
pensavo di quel libro. - Quel tizio non ne aveva nessun
diritto.
- Nessun... diritto, - ripet mio padre: la ripetizione,
ormai l'avevo capito, era la sua normale modalit di espressione,
ci che per alcuni sono le barzellette e il linguaggio
dei segni per altri.
- A dire il vero,  colpa mia, - dissi. - Sono io che gli
ho raccontato quelle storie su di te.
- Su di... me?
- S, dei posti che hai visitato, di cosa hai fatto quando
te ne sei andato.
- Davvero? - domand mio padre. Solo in quel momento,
come se fosse su un nastro registrato mandato in
onda qualche secondo pi tardi, cominci a muovere piano
gli occhi, attraversando l'aria con lo sguardo per seguire
la traiettoria del libro. Lo sguardo si ferm per un attimo
sullo sgabuzzino, quasi per figurarsi il volume tra le
giacche invernali, i raccoglitori e le scarpe spaiate che sapeva
essere l dentro. - Nessun... diritto, - ripet. Mio
padre mi guard con uno sguardo di disappunto e poi bevve
un sorso di birra con un gesto particolarmente indispettito.
- Lo so, - dissi, chinando il capo. - Mi dispiace molto.
Rimanemmo seduti in silenzio per un po', io colto da
vergogna, mio padre dalla rabbia, in attesa che arrivasse
la terza persona a risistemare le cose. Perch anche questo
faceva parte del costituire una famiglia: due membri la
smantellavano e poi aspettavano un terzo per ricomporla.
Finalmente, dopo un quarto d'ora circa (mio padre aveva
accanto a s, ai piedi della cyclette, un frigo portatile
pieno di lattine e ne bevve due, senza per offrirmene e
io non mi sentii di biasimarlo), mia madre fece la sua comparsa.
Non era in abiti da ginnastica: aveva un paio di pantaloni
di velluto verde e una camicia bianca che qualcuno,
per qualche strana ragione, definirebbe blusa e non camicia,
e un paio di stivali in cuoio marrone. Aveva un aspetto
elegante, regale; pareva quasi un uomo, senza per questo
apparire mascolina, come Katharine Hepburn ma
senza la tremarella n Spencer Tracy. E aveva anche un
aspetto giovanile, non li dimostrava affatto i suoi cinquantanove
anni. Era tutta rossa in volto - un rossore salubre,
di chi si  esposto al sole, che in un certo modo ricordava
la pubblicit di un burro di cacao del tipo pi costoso e pi
raccomandato da una qualche associazione medica. Reggeva
una confezione da dodici lattine di Knickerbocker;
ne liber una dalla confezione, me la lanci e disse: - Non
m'interessa sapere perch sei cos tetro, per falla finita -.
Poi si volt verso mio padre e disse: - E tu pure.
- Ok, - risposi io, mentre mio padre grugn qualcosa
che parve altrettanto affermativo. Aprii la lattina, ne trangugiai
una lunga sorsata e domandai: - Allora, che hai fatto
oggi? - Perch mi venne in mente che questa  la domanda
che ci si pone in famiglia alla fine di una lunga giornata,
e mi venne anche in mente che non avevo neppure
idea di cosa avesse fatto mia madre negli ultimi tre giorni
in cui ero stato a casa.
Quando glielo chiesi, mia madre stava bevendo un sorso
di birra e accadde una cosa strana: il flusso si arrest
per una breve pausa, quasi avesse incontrato un nodo, una
lieve ma percettibile sospensione nel suo scorrere, dopodich
mia madre riprese a bere, scolando anzi l'intera lattina
in un'unica sorsata. - Lavorato, - disse, e poi senza
rivolgermi uno sguardo mi lanci un'altra lattina, sebbene
non avessi nemmeno finito met della prima.
- E tu, pap? - gli chiesi. - Cos'hai fatto oggi?
Era molto pi difficile interpretare le reazioni di mio
padre, intanto perch erano rarissime e poi perch erano
tutte spastiche e incomprensibili. Ciononostante, ci fu
qualcosa che notai di lui: rivolgeva uno sguardo implorante
al televisore, come se gli richiedesse aiuto. Poi guard
il suo frigorifero portatile, apparentemente vuoto, e rivolgendosi
all'oggetto disse: - Lavorato -. Quasi come ricompensa
per aver dato la risposta esatta, mia madre gli lanci
una birra, con un gesto simile a quello di un addestratore
quando lancia un pesce a una foca. E che sorpresa
quando mio padre riusc persino ad afferrarla, anche se ci
manc poco che si ribaltasse, tanto che dovetti precipitarmi
ad afferrarlo prima che lui e la cyclette si schiantassero
al suolo.
- E tu, Sam? - domand mia madre. - Che hai fatto
oggi?
All'epoca non sapevo se i miei genitori mi stessero mentendo,
per sembrava di s, per cui capii in quel preciso
istante, da investigatore alle prime armi qual ero e intento
a farmi le ossa sul campo, che il segreto per essere dei
bravi bugiardi consisteva nell'agire in maniera del tutto
contraria a quanto ci si sarebbe aspettati da un bugiardo.
Guardai mia madre dritta negli occhi e dissi: - Niente, -
poi guardai mio padre dritto negli occhi e dissi: - Niente,
- anche se lui non mi aveva fatto alcuna domanda, il che,
bisogna ammetterlo, infici un poco la mia credibilit. Ma
mentre li guardavo dritti negli occhi, mi chiedevo anche
se avessero letto il giornale del mattino (lo avevo lasciato
sul tavolo della sala da pranzo e ora non c'era pi) e se
avessero saputo dell'incendio alla casa di Bellamy, se mio
padre sapesse che avevo curiosato fra le lettere e che addirittura
ne avessi presa (e ora persa) una, se mia madre
avesse una pallida idea dell'esistenza di quelle lettere. Chi
sapeva cosa? Era quella la domanda chiave per ciascuno
di noi.
- Bene, - rispose mia madre, - noi abbiamo lavorato e
tu non hai fatto niente. Un'altra giornata normale.
- Esattamente com'era un tempo, - commentai io, ripensando
all'epoca in cui, quand'ero piccolo, loro andavano
a lavorare (o cos dicevano) mentre io non facevo un
bel niente (o cos dicevo). Bevemmo a questo, come invece
non facevamo quand'ero piccolo, e poi bevemmo un altro
po', finch non parvero dimenticare l'intera faccenda.
Quanta saggezza c'era nel loro dimenticare, perch era ovvio
che l'amnesia era come un mutuo permanente: era ci
che rendeva la tua casa casa tua. Io, per, di saggezza non
ero affatto dotato. Io non dimenticavo. Ero sempre pi
ubriaco, eppure non smettevo di pensare a come potessero
essere le giornate normali dei miei genitori e se assomigliassero
alle mie giornate normali, e continuai a pensarci
persino quando salii al piano di sopra. Mi sfilai l'orologio
prima di ficcarmi a letto. Era quel tipo di orologio costoso,
indistruttibile, che ti informava di molte cose - per
esempio della pressione barometrica, della velocit del vento
o dell'alta marea nella seconda citt pi grande dello Sri
Lanka - che non hai necessariamente bisogno di sapere.
Tuttavia, due delle cose utili di cui ti informava erano l'ora
e il giorno della settimana. In quel preciso istante il mio
orologio mi diceva che erano le 11,21 di un sabato sera.
Era sabato. -  sabato, - dissi ad alta voce, facendo in modo
che diventasse ufficiale. I miei genitori avevano lavorato
di sabato (o cos avevano detto). Per mio padre non
era un evento tanto insolito: a quanto pareva era possibile
curare o non curare libri in qualsiasi giorno della settimana,
e lui aveva sempre lavorato alle ore e ai giorni che
voleva. Ma quale insegnante sarebbe andata a scuola di sabato
? La domanda mi aveva reso esausto e crollai prima
ancora di iniziare a cercare una risposta. Avevo gi indagato
sull'incendio alla casa di Edward Bellamy e adesso
avrei messo il naso anche in quella faccenda. Come sanno
tutti, una volta che si comincia a indagare su qualcosa, non
si pu fare a meno di indagare anche su altro.
 
Capitolo nono.

E una volta che si comincia a indagare anche su altro,
poi non si pu evitare che altri indaghino su di te. Compresi
questa verit il giorno dopo, quando mi svegliai e trovai
Thomas Coleman chino sul mio letto, la sua faccia un
po' troppo vicina alla mia, quasi volesse accertarsi che respirassi.
- Cosa credi di fare? - domand.
- Che? - risposi, e poi: - Ehi! - e continuai sulla stessa
linea mentre mi alzavo affannosamente dal letto, m'infilavo
a caso dei vestiti (come quando avevo conosciuto
Thomas, ero mezzo nudo e pensavo che forse il nostro secondo
incontro sarebbe andato meglio se fossi stato completamente
vestito), andavo in bagno, mi lavavo i denti e
scendevo al piano di sotto, e intanto Thomas continuava
a seguirmi ovunque andassi, finch non mi accomodai al
tavolo della sala da pranzo dove mi aspettavano la mia pozione
dopo-sbornia e il biglietto con su scritto Bevimi.
Mi sedetti e ubbidii all'ordine del biglietto. Thomas era
ancora in piedi; appariva pi solido della prima volta che
l'avevo visto, ed era stato meno di una settimana prima.
Pareva aver messo su un po' di carne; persino i capelli sembravano
pi folti e ora erano anche un po' mossi, il volto
aveva acquistato un po' di colore e, nel complesso, pareva
una star del cinema che si fosse quasi del tutto ripresa
da un cancro e dalla chemio.
- Cosa credi di fare? - mi domand di nuovo Thomas.
Non risposi, essendo una delle domande pi difficili in
assoluto a cui rispondere, specie se non stavi facendo niente
o credevi di non fare niente.
- Ti sei licenziato, - disse Thomas, conservando a stento
la pazienza. Riuscivo quasi a scorgerla, trattenuta sul
retro dei denti scoperti, mentre spingeva forte per dileguarsi.
- S,  cos, - risposi.
- Venerd ho chiamato quelli della Pioneer Packaging
per informarli che avevi dato fuoco alla casa di Emily
Dickinson e ucciso i miei genitori, e per fargli sapere che
fra i loro impiegati c'era un assassino e un piromane, ma
prima che riuscissi a spiattellare tutto mi hanno avvertito
che ti eri gi licenziato -. E qui fece una pausa, quasi per
permettermi di andare a tempo con il suo veloce flusso di
pensieri, cosa che apprezzai. - Cosa credi di fare? - mi
chiese per la terza volta.
- Ero ubriaco! - gli dissi, e per la prima volta mi resi
conto che una delle cose che l'alcol riusciva a modificare
era la propria capacit di mettersi nei casini. Da sobrio, era
parente alla lontana di un dolce fallimento; ma mettersi nei
casini da ubriaco poteva trasformarsi in un vero trionfo.
- Mi sono licenziato perch ero ubriaco! - ripetei. - E hai
ragione: non lo sapevano che sono un piromane e un assassino.
Ma mi sono licenziato prima che tu potessi dirglielo!
E non l'ho neanche fatto apposta!
Al che, Thomas si diede una calmata. Sospir e si mise
a sedere di fronte a me; il colore sulle guance si era un
po' sbiadito. La delusione si era comprensibilmente impossessata
di lui, sostituendosi alla forza e all'ottimismo.
Provai una punta di dispiacere per Thomas, finch non mi
vennero in mente le ragioni per cui stavamo affrontando
quella conversazione a casa dei miei genitori e non a casa
mia, e quello che aveva raccontato ad Anne Marie.
- Perch hai mentito, dicendo che avevo un'amante?
- domandai. - Perch hai detto ad Anne Marie che avevo
una relazione con tua moglie?
La domanda restitu a Thomas un po' di buonumore.
Il suo sguardo si fece sognante, perdendosi in lontananza,
e questo mi diede molto pi fastidio di qualunque altra cosa
avesse detto o fatto fino a quel momento. -  una bella
donna, sai? - rispose. - Proprio non riesco a capire perch
l'hai tradita.
- Ma io non l'ho tradita, - risposi, e fui tentato di raggiungerlo
dall'altra parte del tavolo per scuotergli di dosso
quella sua fantasia e farlo ritornare alla nostra realt.
Lui dovette intuirlo, perch si alz in piedi e indietreggi
di qualche passo dal tavolo. - Ho incendiato quella casa e
ucciso i tuoi genitori, - urlai. - Perch non le hai detto
questo?
- Secondo te? - mi domand Thomas. Capii che anche
lui voleva fare l'investigatore, se fare l'investigatore significava
indurre qualcuno a rispondere a domande a cui avresti
dovuto saper dare una risposta da solo, e invece non ne
eri capace. Il che non mi fece stare meglio. Davvero non
sapeva perch avesse detto ad Anne Marie una cosa per
un'altra? Non capiva cosa stava facendo? Era solo uno sfasciafamiglie
dilettante? E se cos era, avrebbe fatto pi
danni da dilettante che non da sfasciafamiglie professionista?
Certo, non c'era modo di porre queste domande
aspettandosi anche delle risposte, e cos finii per chiedere:
- Perch hai dato fuoco alla casa di Edward Bellamy?
- Come? - rispose lui. - Di chi? - Thomas sembrava
sinceramente perplesso: gli occhi gli si infossarono un po'
pi nelle orbite, lasciandosi dietro una scia di linee sottili,
mentre la bocca si accartocci come se lo sconcerto avesse
un gusto asprigno. Poi, curiosamente, il viso si distese:
un sorriso lieve e tremolante illumin le sue labbra. Thomas
accenn con la testa alla stanza di mio padre e disse:
-  a casa tuo padre?
- No, - risposi. - E al lavoro -. E poi aggiunsi: - Aspetta
un attimo, come fai a conoscere mio padre?
- Addio, Sam, - rispose, fece dietrofront e usc dalla
porta principale. Rimasi seduto per moltissimo tempo, accertandomi
che i dettagli fossero ben impressi nella mia
mente, prima di perderli per sempre. Thomas aveva citato
mio padre. E con ci? Dopo tutto sapeva dove trovarmi,
per cui sapeva anche che avevo un padre, come moltissime
altre persone, eccetto Thomas. Per c'era stato
quel cenno con la testa. Una coincidenza? Un semplice
tic? O aveva indicato con il capo la stanza di mio padre
perch sapeva, in realt, che era proprio quella la stanza
di mio padre? E se cos era, come faceva a saperlo?
Mi alzai dalla sedia e mi affrettai verso la porta d'ingresso,
cercando di fermare Thomas prima che lasciasse
la mia vita chiss per quanto tempo, questa volta. E ci
sarei anche riuscito se sotto la veranda non mi fossi trovato
davanti gli analisti finanziari che mi bloccavano la
strada.
Continuo a chiamarli gli analisti finanziari, ma ovviamente
avevano tutti un nome. C'era Morgan, come sapete,
e c'erano anche i due Ryan, un certo Tigue, e un Geoff
che tutti chiamavano G-off. G-off era l'unico che sapessi
riconoscere per via dei suoi capelli scuri, ricci, e perch
aveva un aspetto vagamente - al confronto e per mancanza
di un termine pi adatto - etnico. Gli altri, viceversa,
non riuscivo mai a distinguerli, e persino adesso che li osservavo
non ero in grado di farlo. Non faceva particolarmente
freddo fuori, eppure indossavano tutti stivali da
caccia e pantaloni di tela chiari, un maglione a coste, a collo
alto, e ciascuno di loro - ad eccezione di G-off - aveva
una pettinatura da ragazzino per bene, con la riga da una
parte, come un damerino di scuola privata. Con un certo
disagio, spostavano il peso del corpo da una gamba all'altra,
e niente li avrebbe resi pi felici di qualcosa di elevato
- magari il paraurti di un'automobile classica, il paletto di
uno steccato o la balaustra sulla prua di una barca da diporto
- per potervici appoggiare le gambe. Ad eccezione
di G-off, facevano in continuazione degli scatti col collo
per liberarsi la faccia dai capelli. Dall'epoca del carcere (e
fino al giorno prima, quando avevo trovato il libro alla
Book Warehouse) non avevo pensato molto a loro, il che
ovviamente  una mia disposizione naturale, ma pareva
che neppure il tempo li avesse presi molto in considerazione:
erano precisi a dieci anni prima. Quanto a me, avevo
messo su un po' di pancia che si era anche un po' afflosciata,
sicch, con il mio torace credibile e visto di profilo, dovevo
sembrare probabilmente una versione deforme della
lettera B, e sebbene avessi conservato gran parte dei capelli
sulla testa, avevo aggiunto della peluria da altre parti.
Insomma, per farla breve, gli analisti finanziari non erano
invecchiati, mentre io s, e anche in questo ero riuscito
a fare dei casini.
- Salve, Sam, - mi disse uno di loro; poteva essere Morgan.
Se dico cos  perch era sempre stato una sorta di
leader per il gruppo e l, sotto la veranda, gli altri quattro
si erano schierati dietro di lui in un disordinato stormo a
V, un gesto che ritenni cortese da parte loro, quello di dargli
risalto cos per il ruolo che rivestiva. Sarebbe bello se
anche altre cose fossero organizzate allo stesso modo. Per
esempio la vita. - Da quanto tempo.
- Bando alle ciance, - risposi. Con Thomas e la sua visita
a sorpresa mi erano occorsi alcuni minuti per individuare
la mia rabbia, ma con gli analisti finanziari e la loro
visita a sorpresa vi ci piombai dentro all'istante. Immaginai
che se avessi continuato a ricevere visite a sorpresa,
avrei iniziato ad arrabbiarmi prima ancora della comparsa
dell'ospite; la rabbia, insomma, invece di concluderla,
avrebbe annunciato la visita stessa. - Non avevate nessun
diritto.
- Come? - disse uno di loro, Tigue, credo. - Cosa abbiamo
fatto?
- Cosa abbiamo fatto? - disse G-off, e mi ritorn in
mente che avevano la tendenza a ripetersi l'un l'altro per
rafforzare un punto.
- Avete preso la storia di mio padre e l'avete fatta
passare per vostra, - risposi io, e poi puntai un dito accusatorio
verso colui che speravo fosse Morgan. Era lui:
abbass la testa per un attimo, vergognandosi, e cos facendo
riuscii a guardargli bene la riga, dritta e profonda,
che come un canale gli attraversava la vasta distesa
dei capelli.
- Ok, - disse, risollevando il capo. - Lo ammetto: ho
fatto male.
- Molto male, - rincar G-off.
- Per l'ho pagata, - disse Morgan.
- Che vuoi dire? - domandai.
- Come ben sai, ho scritto il memoir e ho rubato la storia
di tuo padre, - rispose Morgan. - E forse saprai anche
che quando l'ho scritto ero in libert condizionata. Be',
l'ufficiale a cui ero affidato ha letto il libro quando  stato
pubblicato.
- Molte persone l'hanno letto, - aggiunse Tigue.
-  stato un discreto successo, - disse G-off. -  persino
uscito in versione tascabile.
- Sai, non succede a tutti i libri, - specific Tigue.
- Ad ogni modo, - riprese Morgan, - quando l'ufficiale
ha letto il libro, ha pensato che avessi violato la libert
condizionata lasciando il paese. Voleva rimettermi dentro.
Cos ho dovuto confessargli che avevo inventato tutto,
che non mi ero allontanato nemmeno dal Massachusetts,
che non avevo mai fatto tutte quelle cose, n visto
tutti quei posti, anzi che la storia, tanto per cominciare,
non era neppure mia.
- Cos si  sparsa la voce, - aggiunse Tigue.
- L'editore  venuto a saperlo e si  incazzato, - disse
G-off. - Ha voluto indietro l'anticipo e tutti i diritti d'autore.
- Ho dovuto chiedere un prestito per pagare i debiti,
- afferm Morgan. - Ho persino dovuto trasferirmi dai
miei per un po'.
- Ehi, proprio come me, - dissi io, intendendo mal comune
mezzo gaudio. Cosa che, ovviamente, non funzion.
-  stato umiliante, - dichiar Morgan.
- Non capisco, per, - confessai. - Tanto per cominciare
non capisco perch tu abbia dovuto rubare la storia.
Perch non sei andato a fare qualcosa per conto tuo che
poi avresti potuto raccontare in un libro? - Ero stato alla
Book Warehouse, dopo tutto, e avevo scoperto che era
una cosa fattibile. Per quanto ne avevo capito io girando
per il reparto memoir, se eri un memorialista bastava che
facessi qualcosa - qualunque cosa - per poterci scrivere
un libro.
- Ecco perch siamo qui, Sam, - disse Morgan. - Se
siamo venuti, ci sar pur un motivo.
- Un motivo particolare, - aggiunse Tigue. I due Ryan
non avevano ancora detto una parola. Al cinema avrebbero
avuto la parte degli scagnozzi, solo che erano troppo
composti, e poi, invece di battersi i palmi con pugni minacciosi,
le mani le tenevano in tasca.
- Cio? - chiesi.
- Raccontagli dell'Africa, - incalz Tigue.
- Sta' zitto, - disse Morgan, e io ebbi la netta impressione
che gli avrebbe tirato volentieri uno scappellotto se
solo avesse avuto un posto pi vicino nella V. Ma Morgan
non tir uno scappellotto sulla testa di Tigue. Si impett,
come in procinto di intavolare un discorso ben studiato.
- In passato, - disse, - gli uomini come noi, uomini dotati
di certi mezzi e di una certa et, quando si scoprivano
annoiati o insoddisfatti o inquieti, quando sentivano l'esigenza
di sentirsi scorrere il sangue nelle vene, o di mettersi
nuovamente in gioco nella vita, correndo rischi enormi
e cos via, quegli uomini intraprendevano un safari in
Africa. Impiegavano guide locali. Cacciavano leoni e gazzelle;
tornavano con le corna o le zanne di qualche animale.
Ci scrivevano addirittura un libro al rientro. Ma oggi
non  pi cos.
- Perch no? - domandai.
- Sono protetti, - rispose Morgan. - Leoni, rinoceronti,
okapi... non li si pu pi toccare.
- Il veldt  chiuso, ragazzo mio, - disse G-off.
- Ci abbiamo persino provato con il bungee jumping,
- afferm Tigue. - Pensavamo fosse sufficientemente rischioso.
- Basta legarsi un grande elastico alle gambe, - disse
Morgan. - E buttarsi. Si rimane l appesi e si aspetta che
qualcuno venga a liberarti. Tutto qui.
- Tutto qui, - ripet Tigue.
- Che umiliazione, - comment G-off, - starsene sospesi
come dei salami.
- Sentite, - dissi io. - Volete venire dentro a bere qualcosa?
- Cominciava a innervosirmi che ce ne stessimo l
fuori, tutti e sei cos, sotto la veranda. A Camelot nessuno
ci avrebbe fatto caso, ma il quartiere dei miei era diverso,
c'era sempre qualcuno nel giardino davanti casa, intento
a pacciamare crisantemi o gigli cinesi, e ad ascoltare
nel frattempo la National Public Radio dalla radiolina
portatile, guardandosi attorno per assicurarsi che tutti fossero
sintonizzati sulla stessa frequenza. Non volevo attrarre
l'attenzione su di me; anzi, non volevo neanche che sapessero
che il tizio che aveva incendiato sapete cosa era
tornato a vivere da quelle parti.
- Ma che bere e bere, lascia stare, - disse Morgan. - Piuttosto,
dicci come si fa a incendiare una casa come quella
che hai incendiato tu. E quando lo faremo anche noi, potremo
scriverci un libro.
- Case di scrittori del New England: la guida del piromane,
- disse G-off. - Il titolo l'abbiamo gi deciso.
- E che bisogno c' di diventare piromani per scrivere
un libro? - domandai. - Basta far finta di aver bruciato
qualche casa e il libro lo scrivete comunque.
- Ahi, - esclam Morgan. - Questa me la sono meritata.
- Su, via, - disse Tigue. - Sii buono.
- Certo che deve darti delle belle emozioni, - disse
G-off. - Il fuoco, il fumo, il calore -. G-off si guard le
mani, come se vi avesse scritto la battuta successiva. - Il
fuoco, - ripet.
- Sembravi sempre cos felice, - comment Morgan.
- Di una felicit semplice, come un bambino, solo pi cresciuto.
- La tua faccia rossa e gioconda, - disse Tigue.
- Elementare, - disse Morgan. - Primitivo. Proprio come
il fuoco che hai appiccato. Ti prego, ci servono solo alcune
informazioni.
- Una piccola spinta, - esort G-off. - La tua competenza
e l'esperienza.
- Ma ve ne ho gi parlato in carcere, - risposi.
- S, s, - ammise Morgan. - Ma c' l'incendio di ieri.
- Di due giorni fa, - corresse G-off.
- La casa di Belmont, - disse Morgan.
- Di Bellamy, - rettific G-off.
- Chiudi il becco, - lo azzitt Morgan. E poi, rivolgendosi
a me: - La casa di Bellamy.
- Ragazzi... - dissi io.
- Sam, amico, c' venuta questa fregola, grande e spaventosa,
- disse Morgan. - S, ci fa spavento. Ecco, l'ho
detto.
Gli credevo. Avevano davvero bisogno di me, si vedeva,
perch i due Ryan, i due muti, avevano addirittura
schiuso le labbra, come per dire qualcosa. Mi sentii persino
un po' male per loro, il che era una novit perch in
carcere li avevo sempre ammirati. Adesso sembravano patetici
e disperati, e non riuscivo neanche ad arrabbiarmi,
nemmeno con Morgan. No, non potevo serbare rancore
nei loro confronti, ma sapevo che loro si sarebbero invece
arrabbiati con me non appena gli avessi detto quello che
avevo da dire.
- Mi dispiace, ragazzi, - risposi, - ma non sono stato
io a dar fuoco alla casa di Bellamy.
- Ma di, - disse Morgan. - Chi sarebbe stato allora?
- Questa  un'ottima domanda, - ammisi. - Ma chiunque
sia stato, non guardate me.
- Sam... - cominci Morgan, ma io lo interruppi.
- Non posso aiutarvi, - affermai.
Non rimasi neppure ad ascoltare ci che segu, il coro
di minacce e di preghiere, a cui si aggiunsero altre minacce
pi dettagliate; avevo imparato bene la lezione quando
Thomas Coleman era venuto a trovarmi a Camelot, sapevo
perfettamente che cosa mi avrebbero detto gli analisti
finanziari, e cos decisi di starmene l impalato e di lasciare
che la bianca marea delle loro recriminazioni mi investisse
finch gli analisti finanziari non si furono sfogati,
ruppero il loro schieramento a V, ridiscesero i gradini della
veranda e si infilarono in una Saab, il modello con il portellone
posteriore. - Ti pentirai di non averci aiutato, Sam,
- url Morgan, e aveva ragione: solo qualche giorno pi
tardi mi sarei pentito amaramente di non averli aiutati. E
giusto per ribadire il concetto, Morgan url di nuovo: - Te
ne pentirai, - poi ingran la marcia e part.
Guardai l'orologio. Erano solo le undici del mattino.
Di fronte a me si profilava un'altra lunga, sonnacchiosa
giornata, ancora carica di tempo perch qualcun altro potesse
ricomparire dal mio passato. Mi pareva di avere due
alternative: girare per casa in attesa di un'altra spiacevole
visita a sorpresa, oppure uscire.
 
Capitolo decimo.

Uscii a piedi. Per la prima volta da quando mi ero ritrasferito
dai miei, mi concessi di camminare per le strade
di Amherst, a vedere e ad essere visto, ad essere riconosciuto
ed evitato, o peggio. Continuavo a pensare a quel
Birkenstock, a quel sandalo destro che qualcuno aveva lanciato
contro la finestra dei miei genitori moltissimi anni
prima. Mi era rimasta in mente l'idea che chiunque l'avesse
lanciato avesse poi conservato il sinistro nel suo arsenale
per tutto questo tempo, in attesa del mio ritorno. A ogni
angolo indietreggiavo al pensiero che qualche hippy con
un piedone lungo lungo mi avrebbe riconosciuto e spaccato
la testa con quel sandalo sinistro.
Ma cos non fu. Era strano. Isolato dopo isolato, nessuno
mi riconosceva, tanto che cominciai a perseguire attivamente
le occasioni di riconoscimento. Mi fermavo in
prossimit di abitazioni che conoscevo - qui la casa in cui
viveva il mio amico Rob Burnip quando eravamo piccoli,
l gli Shumacher, dove i miei giocavano a carte ogni gioved
- e indugiavo sul marciapiede, in attesa che qualcuno
uscisse di casa per dirgli: Ehi! Sono Sam Pulsifer. Da
quanto tempo non ci si vede... E cos via. E la gente, in
effetti, emergeva da quelle case ma non mi riconosceva,
n io loro. Non erano che la versione pi giovane di coloro
che ci erano vissuti nel passato: assistenti universitari
oppure giovani punto-com quasi milionari con le loro giovani
famiglie, trasferitisi da Boston o da New York ad
Amherst per via delle sue ottime scuole e dell'aria pulita
e della sovrabbondanza di caff, oppure investitori ambientalisti
di fondi fiduciari che sarebbero anche rimasti
a Berkeley come avevano fatto i loro genitori, se non fosse
che da quelle parti l'assicurazione delle loro Volvo era
diventata rovinosamente costosa. La cittadina era ancora
vecchia - ogni casa e ogni chiesa probabilmente conoscevano
qualcuno che a sua volta conosceva Cotton Mather
- ma la gente che ci abitava non lo era affatto.
Persino i contadini erano cambiati. Era domenica, il
giorno in cui i coltivatori, per tradizione, vendevano i loro
prodotti. Scorgevo lo striscione - mercato agricolo
di amherst - che sovrastava il parcheggio adiacente al
giardino, e la memoria mi spinse a raggiungerlo, cos come
solo la memoria sa fare. Quand'ero piccolo, al mercato
della domenica partecipavano gli agricoltori da cui aveva
preso il nome: uomini burberi, vestiti in salopette, con
mani e volti screpolati, che vendevano i loro prodotti direttamente
dal retro dei loro pick-up, per lo pi pannocchie
di granturco e pomodori, ma anche fagiolini e aglio,
cetrioli e zucchine, mentre in autunno le dure e croccanti
mele Mclntosh, e persino tabacco a foglia larga, degli scatoloni
ricolmi, il che sembrava logico, visto che i contadini
fumavano mentre vendevano la merce, fumavano in
continuazione mentre la infilavano nei sacchetti di carta
e sbagliavano a dare il resto ai miei genitori. Qualche volta,
quando i miei si distraevano, mi davano delle zollette
di zucchero destinate probabilmente ai loro cavalli, e io
le mangiavo, ma fu forse per questo che negli anni a venire
ebbi qualche triste incontro col dentista. Eppure,
malgrado ci, quelli erano giorni felici. Erano stati giorni
molto, molto felici, e quando finalmente raggiunsi il
mercato fui invaso da un senso di nostalgia per quel mondo
e quel periodo della mia vita, tanto che avrei voluto
abbracciare il primo contadino che avessi incontrato per
strada. Per cui forse fu un bene che non ce ne fosse nessuno
li intorno.
Apparentemente, anche i contadini appartenevano a un
passato ormai scomparso. Dei pick-up o delle sigarette non
c'era pi traccia. I prodotti erano organici - lo dicevano i
cartelli - ed erano brutti perch coltivati senza i fertilizzanti
e gli insetticidi che rendono frutta e verdura tanto
belle e gustose. Mi venne un moto di tristezza a vedere
mele e fagiolini raggrinziti e dall'aria mesta, esposti nei bagagliai
di Volkswagen famigliari, e mi venne un moto di
tristezza a vedere anche che gli uomini e le donne che li
vendevano - uomini e donne chiaramente ricchi ma sciatti
- volendo avrebbero potuto essere parenti alla lontana
degli analisti finanziari non fosse stato per le tute di maglina,
le barbe, le capigliature folte e le gonne svolazzanti,
i sandali logori ma costosi. Mi manc il fiato per un po'
quando mi resi conto di come cambi in fretta il mondo e
con quale frequenza, qualcosa per cui nemmeno un lavoro
in un campo altamente tecnologizzato quale la scienza
del packaging  in grado di prepararti. Non ci sarebbe voluto
un genio per capire che anch'io, un giorno, avrei fatto
la stessa fine dei contadini, messo da parte e superato
e totalmente perso in un mondo che non aveva pi bisogno
di me.
Ma anche qui nessuno mi riconobbe; nessuno sembrava
sapere chi fossi. Mentre mi allontanavo dal mercato
agricolo, mi azzardai persino ad avvicinarmi a una donna
che credevo di aver riconosciuto dai tempi del liceo, una
bella donna con un paio di scarpe da ginnastica costose che
si portava appresso i suoi tre figli in una di quelle complicate
carrozzine tipo risci dalle mille tasche a rete e
portabicchieri, e le dissi: - Salve, sono Sam Pulsifer.
- Fantastico, - rispose lei, e poi sterz scansandomi
e avviandosi con i suoi modi spicci attraverso il mercato e
lungo il perimetro del giardino pubblico.
- Fantastico eccome! - le urlai dietro. Non mi aveva riconosciuto;
nessuno mi riconosceva! Mi sentivo come Nerone
di ritorno a Roma dopo anni di assenza, per scoprire
che i pochi bruciacchiati cittadini superstiti non sapevano
chi fosse.
C'era ancora un'unica cosa da fare per comprovare il
mio anonimato, un altro piccolo dato di contabilit finale.
Mi diressi verso est e camminai per un paio di isolati,
fino al luogo in cui un tempo si ergeva la casa di Emily
Dickinson. Ovviamente avevano eliminato i resti carbonizzati,
e anche il nastro giallo delle emergenze, ma l'edificio
non era stato rimpiazzato da una casa nuova. Al contrario,
avevano piantato degli alberi, betulle e pini bianchi
e aceri che in diciotto anni avevano ormai raggiunto
una discreta altezza, e nel bel mezzo di questo boschetto
un'asta di metallo alta pi di un metro reggeva una targa
di bronzo che probabilmente spiegava cosa vi si ergeva un
tempo e perch non esisteva pi. Non lessi l'iscrizione sulla
targa, perch se non lo si faceva si poteva anche pensare
che prima di quegli alberi non fosse esistito nulla, ad eccezione
di altri alberi pi vecchi. Non si sarebbe saputo
niente di Emily Dickinson, n della sua casa, n del mio
incendio involontario o dell'omicidio dei poveri Coleman.
E se mi aveste visto l  probabile che non mi avreste
riconosciuto per quel ragazzo che, circa vent'anni prima,
eccetera; sebbene, come gi accennato, un tempo avessi
ottenuto una certa fama locale. Che c'era poi di tanto
strano? Del resto, non sembravo pi il ragazzo che aveva
fatto quello che aveva fatto: avevo un volto persino
pi rubicondo che in passato, con qualche ruga in pi e
un po' di ciccia sotto il mento e le guance che cominciavano
ad essere un tantino cascanti; i capelli erano un po'
pi gonfi sulla testa e pi ricci e mi stavo leggermente
stempiando; inoltre, avevo appena cominciato a farmi crescere
la barba, che prometteva gi di coprirmi presto gran
parte del volto. Non sembravo pi un ragazzo; sembravo
un altro - un uomo fatto e strafatto, forse, che aveva una
famiglia che amava ma che aveva ferito, ragion per cui ne
era stato allontanato, e che si era licenziato e trasferito
dai suoi genitori ed era ormai pronto, anzi, determinato,
a chiedere scusa. Ero finalmente un uomo fatto e strafatto,
ed era ora. Avevo aspettato cos tanto tempo prima
di diventarlo.
E che si fa quando finalmente si diventa un uomo fatto
e strafatto? Perbacco, si ritorna dalle persone che si erano
amate e perse per confessare, come dice il poeta, tutta
la verit e nient'altro che, e ci si rifiuta di andarsene in
qualunque posto prima di essere stato perdonato per aver
cominciato col mentire. Era ora. C'era da sperare che l'ora
non fosse troppo tarda. Mi allontanai dalla casa di Emily
Dickinson e mi incamminai verso l'auto parcheggiata davanti
alla casa dei miei genitori. Tornavo a Camelot, e cos
facendo mi venne in mente l'idea che mi stessi anche
allontanando dal mio passato in direzione del mio futuro,
e che avrei fatto meglio a spicciarmi e a raggiungerlo prima
che - proprio com'era successo a quei poveri contadini
e ai loro prodotti pieni di pesticidi - non ci fosse pi
bisogno di me e mi si ricordasse, se mai mi si ricordasse
ancora, solamente come qualcosa di dannoso.
Senonch qualcuno, alla fine, si ricord di me. Qualcuno
mi riconobbe e fu in quel momento che scoprii qualche
informazione utile. Avevo quasi riattraversato il mercato
agricolo quando mi imbattei in Sandy Richards, un'insegnante
di biologia di seconda liceo alla Pioneer Regional
High School, che era la scuola dove mia madre insegnava
lettere ai ragazzi di terza. Punt dritta verso di me e io
non fui in grado di evitarla. N potei evitare di notare che
Sandy, a differenza di mia madre, era invecchiata: il volto
era una mappa di rughe e chiazze; aveva inaugurato la
routine settimanale della permanente casalinga per camuffare
una capigliatura sempre pi rada; e, il peggio del peggio,
indossava quel genere di abbigliamento sportivo che
ci si mette non per fare ginnastica, ma perch non ci si sente
a proprio agio con nient'altro addosso.
- Sam? - disse. - Sam Pulsifer?
- S, sono io, Mrs Richards, - ammisi.
- Quasi non ti riconoscevo, - aggiunse.
- Quasi, - risposi io.
- E come va?
- Va bene, - risposi. Dopodich cal un enorme, opprimente
silenzio, un silenzio fatto di tutto il passato di
cui non potevamo parlare e di tutto il presente e il futuro
che quel passato aveva reso muti. Era imbarazzante. E per
rompere quel silenzio imbarazzante, Sandy Richards disse
qualcosa che fin per rivelarsi un'informazione importante
che appresi quel giorno.
- Ci manca molto tua madre, - comment.
- Davvero?
- Sarebbe bello se fosse ancora a scuola, - disse Sandy.
- Ci manca proprio il suo... - e qui il suo retaggio da
biologa la trad perch si sofferm a lungo a cercare il termine
pi adatto per descrivere che cosa le mancasse di mia
madre. - ... spirito, - disse alla fine.
- Lo immagino, - dissi io. - Non ricordo bene, per.
Da quanto tempo vi manca?
- Ormai dev'essere gi da circa sei anni, - rispose
Sandy.
- Certo, - dissi io. - Dev'essere cos -. E aggiunsi: - Sa,
mia madre  sempre stata un po' vaga sui dettagli del suo
pensionamento.
- Pensionamento... - disse Sandy, chiaramente snervata
per la piega che aveva preso quella conversazione. Le
chiazze e le macchie di fegato sembravano allargarsi e pulsare
con lo stesso ritmo del suo imbarazzo. - Be', presumo
che le abbiano chiesto di andare in pensione, o qualcosa
del genere.
-Ah.
- Per via del bere, - afferm.
- Chiaro, - dissi io. - Per via del bere.
-  una malattia, - aggiunse Sandy. - Curare, non punire,
questo  il mio motto.
-  un gran bel motto, - commentai.
Al che ci inabissammo in un altro silenzio - un silenzio
pi gratificante per me, sebbene non possa parlare anche
per Sandy. Mia madre era stata costretta ad andare in pensione
sei anni prima, ma non me l'aveva mai comunicato,
mi aveva mentito, dicendomi che andava a lavorare, e non
solo di sabato. Perch? A mio padre l'aveva detto? Dove
andava mia madre tutti i giorni? E come avrei fatto a scoprirlo?
- Sam? - disse Sandy. - Ci sei? - Era ovvio che aveva
continuato a parlarmi mentre ero immerso in questi
pensieri, e sentii la sua voce arrivare da lontano, per cui la
seguii finch non abbandonai completamente il mio mondo
per raggiungere il suo.
- Ci sono, - risposi io. - Rieccomi.
- S, be', devo andare, - disse Sandy, e diede uno scossone
alla sua borsa di tela piena di verdura organica, come
se la verdura fosse in ritardo per un appuntamento. - Fammi
la cortesia di salutarmi tua madre.
- Sar fatto, - risposi. - Lo far di sicuro.

 Capitolo undicesimo.

Quel pomeriggio tornai dal mercato agricolo alla casa
dei miei genitori con passo trionfante. Avevo scoperto
qualcosa, qualcosa di grosso, ma non era tanto l'averlo scoperto
che mi dava tutta quella soddisfazione; era l'idea che
sarei tornato a casa, avrei detto a mia madre che conoscevo
la verit sul suo lavoro, e poi me ne sarei uscito con
un Ah! Ecco, era quell'Ah! che pregustavo, al punto
che li per l mi dimenticai persino delle mie intenzioni
di tornare a Camelot, di imporre la mia persona, le mie
scuse, le mie confessioni seguite da altre scuse ad Anne
Marie e ai bambini finch non mi avessero ripreso con
loro. Fu la prospettiva dell'Ah! che avrei detto a mia
madre ad avere quell'effetto su di me, come una sorta di
amnesia. Scommetto che non ero l'unico a cui fosse successo.
Scommetto che era stato proprio quell'Ah!
trionfale e non la verit in s ad aver incitato tutti quei famosi
investigatori della letteratura di cui non sapevo molto,
a parte i nomi: Philip Marlowe, Sherlock Holmes, gli
Hardy Boys. E mentre mi dirigevo verso casa, mi venne
la voglia di urlare qualcosa per festeggiare l'evento, qualcosa
del tipo S! o Cazzo, s! proprio come avrebbe
fatto Marlowe, proprio come avrebbero fatto gli Hardy,
e forse persino Holmes, anche se, a ben pensarci, poteva
essere proprio quella la ragione per cui si portava appresso
Watson: per tenerlo a bada e far s che non cantasse vittoria
troppo presto.
Perch  possibile che non esista un vero momento
Ah! per un investigatore, n per chiunque altro. Di
certo non esistette per me quella sera. Rientrai a casa dei
miei genitori e li trovai seduti uno accanto all'altra sul
divano intenti a parlare - lo scoprii pochi istanti dopo -
con un poliziotto. Era seduto su una sedia e mi rivolgeva
le spalle: indossava una felpa grigia con un cappuccio
tutto accartocciato e ripiegato come la pelle flaccida d'un
elefante. I miei bevevano un caff al posto della birra, e
da l capii che aria tirava e che c'era qualcosa che non andava.
- Ecco.. .lo... qui, - disse mio padre. Gli trem leggermente
la mano quando lo disse, e il caff trabocc un poco
dall'orlo della tazza. Il poliziotto si alz in piedi e si
gir. Assomigliava in tutto e per tutto ai secondini gi al
carcere, che erano sovrappeso e sopraffatti e, tranne che
per le pistole, identici agli allenatori della squadra di football
del liceo che sarebbero potuti diventare. Senonch,
questo aveva un'aria persino pi giovane dei secondini.
Poteva avere al massimo venticinque anni. Aveva due
guance rosso fuoco, come per il freddo o per la vergogna,
era alto esattamente come me e nel complesso avrebbe potuto
essere il mio fratellino di molto minore se solo i miei
avessero deciso di fare un altro figlio e l'avessero vestito
da capo a piedi con colori neutri: oltre alla felpa grigia, indossava
un paio di pantaloni color sabbia, degli scarponcini
da lavoro beige e un giubbotto nocciola. - Eccomi qui,
- dissi io, facendo eco a mio padre, mentre la faccia mi si
accendeva quasi automaticamente come per intonarsi a
quella del poliziotto, come se la sua vergogna fosse una sfida
alla mia.
- Sono l'agente investigativo Wilson, - disse con una
voce sorprendentemente troppo acuta per il ragazzone che
era. Mi prese la mano e me la strinse con forza, quasi per
compensare il fatto di non averla mai stretta prima. Aveva
mani grandi e morbide, fatte apparentemente di qualcosa
che un tempo doveva avere avuto una certa consistenza
ma che in seguito si era come sciolto. - Stavo facendo
un paio di domande ai suoi genitori.
- Su cosa?
- C' stato un incendio ieri sera, Sam, - rispose mia
madre. La voce era calma, perfettamente calma, e la mano
che reggeva la tazzina era del tutto ferma, sebbene mi
fossi accorto che l'altra, la destra, era aggrappata ferocemente
al bracciolo del divano, manco il divano fosse il sedile
di una giostra del luna park. - Qualcuno ha tentato di
incendiare la casa di Edward Bellamy.
- Ok, - risposi io, sforzandomi di comportarmi come
se sentissi la notizia per la prima volta. Il che, tuttavia,
non mi veniva facile, in parte perch sapevo gi tutto, ma
anche perch l'agente Wilson non mi mollava la mano.
Non la stringeva pi, per la teneva nella sua, dolcemente,
come se volesse aiutarmi a superare un momento particolarmente
difficile. O forse ero io che aiutavo lui; era
talmente giovane che questo poteva persino essere il suo
primissimo caso. Pu darsi che fosse quella la ragione per
cui si era presentato con un titolo - agente investigativo
- e non con un nome di battesimo, perch non riusciva
a credere di averne uno. Di titolo, cio.
- Edward Bellamy era uno scrittore, - aggiunse l'agente.
- Scriveva libri -. Mi rivolse un ampio sorriso, come
se questa fosse una bella notizia e lui fosse lieto di comunicarla.
- Ah, - dissi con voce monotona, e poi, quasi avessi appena
colto il peso della notizia, ripetei: - Ah! - L'intenzione
era quella di dire questo secondo Ah! con una voce
che riflettesse panico, preoccupazione e forse persino
una punta di indignazione, ma nessun senso di colpa. Tuttavia,
non venne fuori proprio come avrei voluto, suonava
un po' troppo debole e insincero alle mie orecchie, tanto
che ero sul punto di proferire un altro dei miei Ah!
- questa volta con un po' pi di passione, un po' pi di
energia. Ma mia madre mi perfor con uno sguardo che
pi o meno significava che dovevo smettere di dire Ah!
E cos smisi.
-  successo ieri sera, - disse di nuovo mia madre ripetendosi
e parlando piano, mostrandomi una via d'uscita
da questa faccenda. - Abbiamo detto all'agente che sei
stato qui tutta la sera con noi, in questa casa.
-  vero, - confermai, ed era proprio cos.
- Ok, - disse l'agente Wilson, liberandomi la mano solo
in quel momento. La misi in tasca prima che potesse ripensarci
e riprendermela. Si rivolse a mio padre: - Perch
non mi mostra quella lettera?
- Lettera, - disse mio padre e annu. Era chiaro che si
trattava di qualcosa di cui avevano parlato prima che io
arrivassi: tutti e tre sembravano pacificamente consapevoli
dell'esistenza di quello scritto e dell'intenzione dell'agente
Wilson di darci un'occhiata. Chiaramente si trattava
di qualcosa per cui si erano gi messi d'accordo. Mio
padre si alz dal divano e si avvi barcollando in direzione
della sua camera da letto, mentre l'agente Wilson lo seguiva.
Dalla camera da letto riuscivo a sentire la voce dell'agente
che chiedeva a mio padre: - Tiene sempre le lettere
in questa scatola? In questo cassetto? - Sentii mio
padre bofonchiare un assenso. Mia madre rimase seduta
sul divano a fissare la sua tazzina con aria cupa. - Mi farebbe
bene un goccetto, - disse. - Qualcosa di forte.
- Allora, - dissi, cercando di dare di nuovo un tono distaccato
e per nulla preoccupato alle mie parole, ma fallendo
miseramente, intanto che prendevo un tovagliolo di
carta dal tavolino e lo strangolavo dal nervoso, - che lettera
sta cercando l'agente Wilson?
- Ricordi la scatola di tuo padre con le lettere di tutte
le persone che volevano che tu incendiassi quelle case? -
mi domand mia madre, mentre fissava ancora sgomenta
la sua tazza di caff. - Ce n' una l dentro di un tizio che
ti chiede di incendiare la casa di Edward Bellamy.  quella
che sta cercando.
- Perci tu sai di quelle lettere?
- Oh, s, - rispose lei.
- E l'agente Wilson lo sa?
- Oh, s, - rispose di nuovo mia madre.
- E come fa a saperlo? - domandai.
- Gliel'ha detto tuo padre.
- Davvero? - La mia voce era un po' troppo carica di
qualcosa... se avessi saputo cos'era, sarei forse riuscito a
non farcelo entrare sin dall'inizio. Ma qualunque cosa fosse,
mia madre se ne accorse. Sollev gli occhi dalla tazzina
e mi rivolse uno sguardo dapprima di incredulit, poi
di pena.
- Credevi che fosse solo una cosa vostra, vero? - domand.
- Che le lettere fossero il vostro piccolo segreto -.
Prima che potessi confermarlo, mia madre scosse la testa
con forza, come se volesse liberarsi di me, come se io fossi
un altro pensiero indesiderato nel quale non voleva perdersi.
Ma a ben vedere, io stesso avevo tutta una serie di pensieri
nuovi e indesiderati nei quali perdermi. Qualcun altro,
oltre a me e a mio padre e ai mittenti, sapeva di quelle
lettere - e quella novit bastava e avanzava. Ma cosa
avrebbe detto l'agente Wilson quando avesse scoperto che
la lettera di Mr Frazier era scomparsa? Cosa avrebbe detto
mio padre? E mia madre? Gli avrei detto la verit su
Mr Frazier e su come si era tenuto la lettera? E se avessero
scambiato la verit per una menzogna, come certamente
avrebbero fatto? Che bugia avrei potuto raccontare che
sembrasse meno bugia della verit?
- Bene, - disse l'agente Wilson, emergendo dalla stanza.
Mio padre lo seguiva a ruota: mi lanci un'occhiata
intensa, poi la rivolse a mia madre, poi di nuovo a me e infine
alla sua camera da letto, prima di chiudere gli occhi
ormai esausti per via di tutto quell'esercizio. L'agente Wilson
si ferm un momento per lasciare che mio padre riprendesse
posto sul divano, accanto a mia madre; poi ci
guard uno alla volta; dapprima con occhi sgranati, poi di
traverso, il che - credo - avrebbe dovuto comunicare tutta
la sua diffidenza, mentre invece sembr solo che avesse
qualche problema con le lenti a contatto. A quanto pareva
l'agente Wilson si aspettava che uno di noi dicesse
qualcosa, proprio come io mi aspettavo che lui dicesse: La
lettera  scomparsa. Cosa che, dopo altre contorsioni oculari,
finalmente disse.
Da mio padre nemmeno una parola: era entrato nella
stanza, ovviamente, e dunque sapeva gi che la lettera era
scomparsa. Aveva gli occhi ancora chiusi e io mi domandai
se non si fosse addormentato. Neppure mia madre e io
dicemmo nulla. Tenevamo lo sguardo puntato sull'agente,
forse per evitare di guardarci.
- Senza ombra di dubbio, - aggiunse l'agente Wilson,
probabilmente in risposta a qualcosa che sperava di sentirsi
dire da uno di noi. - Qualcuno di voi sa dov'?
- No, - disse mio padre. Teneva gli occhi ancora chiusi,
ma pronunci la sua risposta chiaramente, seppure con
una certa angoscia. Riapr gli occhi e rivolse di nuovo uno
sguardo languido alla sua stanza da letto, dopodich emise
dal naso un suono ovattato e sibilante, come il fischio
attutito di un treno che attraversi la notte.
- No, - rispose mia madre.
- No, - dissi io, e poi aggiunsi, inutilmente: - E non
ho neppure idea di dove possa essere.
Dopodich, nessuno dei Pulsifer disse altro. L'agente
Wilson si tir gi le maniche del giubbotto, poi si mise
a trafficare con il cappuccio; chiss perch, continuava a
guardare verso la porta, come se fosse su un palcoscenico
e il regista, fra le quinte, fosse in procinto di imbeccarlo
con le battute successive. - Ok, per il momento non mi
serve altro, - disse infine, afflosciando visibilmente le spalle.
- Mi far sentire -. Poi, senza stringere la mano a nessuno,
n lasciare il suo biglietto da visita, si tuff letteralmente
fuori, nella notte. Mio padre scomparve nella sua
camera da letto, indubbiamente per ricontrollare le condizioni
della sua preziosa scatola da scarpe e la lettera mancante.
Il mio pensiero, invece, era ancora rivolto all'agente
Wilson, che era venuto per trovare una risposta e se n'era
andato lasciando tutte quelle domande. Perch non
aveva continuato a interrogarci fino a quando non avesse
ottenuto qualche risposta? Anche lui faceva casini? Qualcuno
aveva capito che cavolo stava succedendo? E comunque,
che razza di agente era?
- Di che sezione  l'agente Wilson? - domandai.
- Sai, mi pare che non l'abbia detto, - rispose mia madre.
Sentivo mio padre gemere forte in camera sua, come
una mucca ferita. Ma mia madre sembrava non accorgersene.
Continuava a fissarmi con quegli occhi pieni di domande,
tutte quelle domande che orbitavano intorno ai
soli immobili delle sue pupille. Ne hai combinata una delle
tue, Sam? - voleva sapere. - Sei appena tornato a casa;
hai gi fatto qualcosa che non dovevi? Oh, Sam, che hai
combinato? Come riuscirai a deludermi questa volta?
Aveva tutte queste domande, d'accordo, ma non dovette
formularle. Perch mia madre, grazie al cielo, era un'alcolizzata,
e anche questa era una delle cose positive dell'essere
alcolizzati: c'era una domanda che avrebbe sempre
vinto su tutte le altre.
- Chi vuole bere qualcosa? - domand mia madre, poi
si alz dal divano e si diresse in cucina prima ancora di sapere
chi, oltre a lei, volesse qualcosa da bere.
Ero cos strapieno di domande che mi svegliai alle cinque
di mattina al pensiero di quelle che poco prima mi erano
parse le pi urgenti. Perch mia madre non mi aveva
detto di essere stata licenziata? E cosa faceva ogni giorno
quando avrebbe dovuto essere al lavoro? Avrei potuto
aspettare un'ora pi decente per chiederle tutto questo,
ma se poi, una volta sveglio, fossero arrivate altre domande
che esigevano altre risposte? E se poi nuovi misteri fossero
sorti a oscurare i vecchi?
Mi tirai su dal letto e mi trascinai, intontito, fino alla
stanza di mia madre, la stanza che i miei genitori un tempo
condividevano. C' sempre qualcosa di disturbante e
di illecito nell'insinuarsi nella camera da letto dei propri
genitori quando si  piccoli, e da adulti la cosa non  poi
tanto diversa. La porta era chiusa. Rimasi li impalato per
qualche momento, facendomi animo per intrufolar mici,
poi girai piano la maniglia e aprii la porta. Persino al buio
la stanza mi si presentava come me la ricordavo. A destra
c'era un com di legno dove mio padre, almeno in passato,
teneva i suoi vestiti; ad angolo con il com c'era una
cabina armadio con uno specchio, dove mia madre appendeva
i suoi abiti e le gonne. E ad angolo con quella, un tavolino
con sopra un telefono e una sveglia digitale e una
serie di fotografie incorniciate di lei e me insieme. E giusto
a met strada tra me e il tavolino c'era il grande letto
matrimoniale dei miei genitori, ma era vuoto. Non ci stava
dormendo nessuno. Passai una mano sul copriletto e
poi, per assicurarmi ulteriormente, mi ci sedetti sopra.
Non solo non ci dormiva nessuno in quel momento, ma
non ci aveva dormito nessuno neanche prima. Il letto era
stato rifatto e il copriletto, ad eccezione dell'area dove ero
seduto, era ben teso. A capo del letto c'erano due cuscini,
ma nessuna testa vi si era poggiata, non quella notte e forse
neppure la notte precedente e quella prima ancora e...
Perci, nonostante i miei sforzi, ecco sorgere una nuova
domanda, e per giunta di prima mattina: dove diavolo
era mia madre? Avevo cos tante domande che cominciai
a chiedermi se avrei mai trovato qualche risposta, o addirittura
se sapessi com'era fatta una risposta. E poi sentii
un tonfo al piano di sotto. Era chiaramente il tonfo del
giornale del mattino che si schiantava contro il portoncino
d'ingresso, e allora compresi che, indipendentemente
da come fosse fatta una risposta, la si poteva sempre
riconoscere dal suono: un tonfo. Ecco a cosa pensai, mentre
me ne stavo li in mutande. Scesi al piano di sotto, aprii la
porta di casa, ritirai il giornale e cominciai a sfogliarlo a
mo' di zombi, un po' come si fa quando ci si  alzati troppo
presto e si va cercando qualcosa che ci possa svegliare.
E lo trovai proprio l, nella rubrica dedicata alle notizie
locali. La sera prima qualcuno aveva appiccato il fuoco
alla casa di Mark Twain a Hartford, nel Connecticut,
a circa quarantacinque minuti di autostrada in direzione
sud. L'articolo diceva che l'incendio era sospetto, ma
io lo sapevo senza bisogno che me lo dicessero.
  PARTE TERZA.


Capitolo dodicesimo.

Se dovessi scrivere io il memoir degli analisti finanziari,
Case di scrittori del New England : la guida del piromane,
il mio primo consiglio sarebbe questo:
Fate pratica. Per amor del cielo, fate pratica.
Chiunque avesse tentato di incendiare la casa di Edward
Bellamy non aveva fatto pratica, era ovvio, e lo stesso
valeva per chiunque avesse tentato di incendiare la casa
di Mark Twain. Ma prima di recarmi alla casa di Mark
Twain, quella mattina, e prima di ritornarci adesso con la
memoria, mi dovetti introdurre furtivamente nella stanza
di mio padre, aprire la sua scatola da scarpe contenente le
lettere, e scoprire innanzitutto chi volesse bruciarla. A differenza
di mia madre, mio padre era in casa: lo sentivo nella
sua camera da letto che russava col naso chiuso e tanto
rumorosamente da scuotere il rivestimento di legno dell'intero
edificio. Aprii la porta della sua stanza - prima
oppose resistenza poi scricchiol un po', come fanno le
porte delle case vecchie, sebbene non tanto forte da farsi
udire al di sopra del suo russare -, quindi avanzai furtivamente
verso il tavolino. Dalla strada, giusto all'altezza di
una finestra, un lampione illuminava la stanza, fino a che
l'interno non fu di un tono appena pi chiaro del buio pesto
e a fatica riuscii a scorgere il profilo di mio padre sotto
le coperte. Durante il giorno sembrava piccolo, ridotto,
ma su quel letto, nella luce fioca e sotto le coperte, pareva
stranamente immenso e misterioso, molto pi uomo
di quanto non fosse nella realt. Ricordo di aver pensato
a come fosse triste che mio padre - e forse tutti noi - fosse
molto pi imponente quand'era addormentato piuttosto
che quand'era sveglio.
Ad ogni modo, individuai il tavolino nella quasi totale
oscurit, aprii il cassetto facendo meno rumore possibile,
ne estrassi la scatola e uscii dalla stanza. Me ne andai in
cucina, dove trovai una caffettiera piena a met di caff
del giorno prima, lo riscaldai e lo bevvi mentre frugavo tra
le lettere. Non avevano un ordine particolare - Wharton
precedeva Alcott, che veniva dopo Melville - ma alla fine
mi riusc di trovare la lettera sulla casa di Mark Twain. La
portai con me al piano di sopra e la infilai nella tasca della
giacca che avrei indossato quel giorno, poi mi feci una
doccia, la barba, mi vestii e mi resi complessivamente presentabile
agli occhi del mondo su cui intendevo investigare.
Dopodich scesi al piano di sotto. Circa a met della
scala mi fermai: mio padre era sveglio e stava uscendo dalla
cucina. Indossava un paio di boxer, solo un paio di boxer
e nient'altro e, strano a dirsi, pareva molto virile per essere
un sessantenne reduce da un colpo apoplettico: arti e
petto avevano un certo tono, e la pelle delle braccia non
era flaccida, n pendeva pesantemente verso il basso come
talvolta pu accadere alla pelle dei vecchi; camminava
con un passo pi baldanzoso che strascicato e mi venne
quasi da urlargli Ehi, bel giovanotto!, senonch mi accorsi
di cosa aveva tra le mani. In una, ovviamente, una
lattina grande di Knickerbocker, ma nell'altra la scatola
delle lettere. Mentre avanzava, mio padre la fissava con
uno sguardo incuriosito, come se la scatola fosse un estraneo
e lui fosse in attesa di presentazioni. Continu a guardarla
anche mentre scompariva nella sua stanza, chiudendosi
la porta alle spalle. A cosa pensava mio padre l dentro
? Si domandava chi avesse preso la scatola dalla sua
camera da letto e l'avesse portata in cucina? Sospettava di
me? Dopo tutto, di chi avrebbe potuto sospettare se non
c'era nessun altro? O forse aveva creduto di averlo fatto
lui stesso la sera prima, quand'era ubriaco - la sera prima
ci eravamo dedicati al nostro solito rituale famigliare del
bere - e di esserselo semplicemente dimenticato? Senza
ombra di dubbio, anche questo era uno degli aspetti positivi
del bere: non che il bere ti facesse dimenticare le cose,
certo, ma ti permetteva di fingere in maniera plausibile
di averle dimenticate. Ad ogni modo, era alquanto inutile
continuare a rimuginarci sopra: mio padre era tornato
in camera sua con la scatola, mentre io avevo la lettera che
mi diceva esattamente dove andare, e chi voleva che ci andassi.
Di per s, la giornata fu molto diversa da quella in cui
ero andato a trovare Mr Frazier e la casa di Edward Bel-
lamy. Stavolta il tempo era autunnale, autunnale davvero:
l'aria ti sferzava la gola, il vento era freddo e cercava qualche
sciarpa da portarsi via e il cielo era di un azzurro tanto
intenso che pareva trattato con qualche additivo chimico
per potenziarne l'azzurrit. Era una di quelle giornate in
cui si sarebbe sentito l'odore di foglie che bruciavano da
qualche parte, se non ci fosse stata una legge che vietava di
bruciare le foglie. Ero nervoso, molto pi nervoso di quando
guidavo verso la casa di Edward Bellamy, ma forse perch
avevo letto cos tanto di Twain su richiesta di mia madre
- era il suo preferito, e io lo sapevo e volevo farla contenta,
per cui mi sforzavo sempre di ridere per le cose che
lei mi segnalava come divertenti, e di scuotere il capo con
ammirazione per le cose che mi segnalava come perfide. O
forse ero pi nervoso perch il tragitto era pi lungo di quello
che mi aveva portato alla casa di Bellamy e mi dava pi
tempo per innervosirmi; sicch anche questa sarebbe stata
una cosa da inserire nella mia guida del piromane: se si  alle
prime armi  probabilmente pi facile dar fuoco alla casa
vicina di uno scrittore sconosciuto piuttosto che alla casa
di uno scrittore pi famoso in una citt pi lontana.
Quando arrivai, per, mi resi conto che nessuno aveva
davvero incendiato niente e che la casa di Mark Twain se
la sarebbe cavata bene. Come sempre, un nastro giallo ne
contornava il perimetro e si vedevano dei segni di bruciatura
ai lati e intorno alle finestre del primo piano, ma non
c'erano stati danni permanenti da nessuna parte, tranne
alcuni cespugli che avevano preso fuoco, in seguito estinto,
e che adesso si trovavano in pessime condizioni. La casa
era esageratamente alta e solida - una normale casa vittoriana
sotto l'effetto degli ormoni per la crescita - ed era
circondata da altre tre case leggermente meno massicce, e
tutto il complesso mi ricordava gli edifici del sogno che
avevo fatto qualche notte prima, il sogno in cui comparivano
molte case, la donna nuda e i libri in fiamme, e forse
fu per quello che il posto mi parve estremamente disturbante,
triste e inabitabile. Chiss se la pensava cos anche
Twain: aveva costruito quel posto, la casa dei suoi sogni,
ma alla fine l'intera struttura si presentava tanto imponente
e fantastica da non volerci pi vivere. Non una luce era
accesa alle finestre della casa principale e, tranne me, gli
unici altri esseri umani sulla propriet erano i reporter: tre
o quattro reporter televisivi nei loro vestiti azzimati, seguiti
da cameraman con attrezzature high-tech, ciascuno
dei quali indossava uno di quei gil di tela dalle mille tasche,
che sarebbero andati benissimo per un safari. Anche
i reporter e i cameraman mi rendevano nervoso, non perch
pensassi che mi avrebbero riconosciuto, ma perch mi
parevano molto pi preparati, organizzati ed equipaggiati
di me. Tuttavia, le loro attenzioni erano rivolte alla casa,
non a me. Inoltre, avevo visto ci che ero venuto a vedere,
e avevo scoperto le due cose che ora credevo di sapere:
qualcuno che aveva avuto accesso alla scatola da
scarpe di mio padre aveva memorizzato o copiato le lettere
che mi chiedevano di dare alle fiamme le case di Bellamy e
di Twain; la casa di Mark Twain era stata bruciata,
o meglio non bruciata, dalla stessa persona che era riuscita
anche a non bruciare la casa di Edward Bellamy. Non
pensai nemmeno che persone diverse potessero fallire allo
stesso modo nel dar fuoco alle case di diversi scrittori
del New England. Se uno  casinista, si pu essere sicuri
che vedr i casini da lui combinati come qualcosa di unico,
come una sorta di impronta digitale, del tutto tipici
della sua persona. La verit  che il mondo  pieno di casinisti
tali e quali a te, e se pensi di essere speciale, be', allora
anche in questo hai combinato qualche casino.
Con la lettera, quanto meno, non avevo combinato nessun
casino. L'avevo letta svariate volte e anche con grande
attenzione. Me la mandava un professore di Letteratura
inglese dell'Heiden College di Hartford, il quale mi
chiedeva di incendiare la casa di Mark Twain come regalo per
la sua amica, anche lei docente al college. Lui si
chiamava Wesley Mincher, lei Lees Ardor. La lettera era
incredibilmente colta - c'erano costui e costei dappertutto,
e un sacco di punteggiatura complicata - ma era difficile
capire perch volesse farle questo regalo. E poi perch
lei avrebbe dovuto desiderarlo? Perch non una collana,
una crociera o un'automobile? Mincher non lo diceva, o
almeno ero io che non riuscivo a capire cosa dicesse: gli indugi
e le esitazioni professoriali sono molto pi densi degli
indugi e delle esitazioni dilettantesche, e dovetti ricorrere
a uno di quegli enormi dizionari che puoi anche scordarti
di consultare senza una lente d'ingrandimento per
giungere al nocciolo del significato. Alla fine della lettera,
per, fu lui stesso a rivelarlo: In conclusione, dunque, mi
auguro che Lei voglia accettare l'invito a incendiare la casa
di Mark Twain, giacch  parere della professoressa Ardor
che Mr Twain fosse [e qui si percepiva una pausa d'imbarazzo
trasparire fra le righe] una scrofa del trivio.
Non avevo idea se i due professori stessero ancora insieme
(la lettera risaliva a undici anni prima), n se la signora
fosse ancora del parere che Twain fosse una scrofa
del trivio. Avevo una certa idea, per, di cosa fosse il trivio,
e sapevo anche bene dove avrei trovato il professor
Mincher: nella lettera aveva indicato il numero di telefono
del suo ufficio. Chiamai, ma Mincher non rispose e io
non lasciai messaggi. Decisi, invece, di contattare il dipartimento
di Inglese (Mincher aveva scritto su carta intestata
del dipartimento di Inglese, come se quella fosse una
lettera ufficiale e io una rivista letteraria). La donna all'altro
capo del telefono mi disse che il professore non c'era,
e allora domandai della professoressa Ardor, la quale, risult,
riceveva proprio quella mattina.
Lees Ardor era professore associato di Letteratura americana
- era scritto sulla targhetta della porta dell'ufficio
- ma la letteratura non le piaceva, non ci credeva. Lo scoprii
immediatamente dopo aver bussato; lei apr e io rimasi
l impalato per troppi secondi a osservarle i capelli. Erano
lunghi, rossi e lisci: quel tipo di capelli che esigono di
essere spazzolati religiosamente duecento volte al giorno.
Erano lucenti come un pavimento di cucina appena incerato,
incantatori come l'orologio d'oro che un ipnotizzatore
ti fa oscillare davanti agli occhi, e furono anche l'unico
elemento fisico di Lees Ardor che mi rimase impresso.
Sono certo che ne avesse degli altri - aveva un corpo,
per esempio, e indossava dei vestiti; aveva anche una voce
che si collocava nella sfera delle normali voci umane -,
ma ci che ricordai di lei furono i suoi capelli. I capelli di
Lees Ardor la rappresentavano per intero, cos come la
gamba di legno di Achab rappresentava lui.
Ad ogni modo, devo aver fissato i suoi capelli un po'
troppo a lungo, perch Lees Ardor mi fece schioccare le
dita proprio sotto il naso, ripetendo il gesto due volte. Fu
quello schiocco che mi risvegli dalla mia trance. Allungai
la mano e chiesi, tanto per verificare l'esattezza della
targhetta sulla porta: - La professoressa Ardor? - Senza allungare
la mano per stringere la mia, mi rispose con un'altra
domanda: - E cosa, per la precisione, sarei tenuta a
professare?
Ammetto, ne rimasi alquanto sbalordito, e di conseguenza
mi dimenticai di presentarmi, balbettai qualcosa
per un momento per poi uscirmene infine con un: - A professare
la letteratura, - dopodich indicai la targhetta sulla
porta su cui c'era scritto cos.
- Io non credo nella letteratura, - disse. - Non mi piace
nemmeno.
- Ma lei  una professoressa di letteratura.
-  vero.
- Non capisco, - risposi. Sapevo per esperienza che era
proprio quella la risposta che gli insegnanti preferiscono
pi di tutte, perch li fa sentire necessari. Quand'ero al
Nostra Signora del Lago avevo capito cos poche cose da
trasformarmi in una sorta di beniamino degli insegnanti.
- Il ragionamento fila, - disse lei. - No? - Senza aspettarsi
una risposta mi volt le spalle, raggiunse la sedia dietro
la scrivania e si sedette; era quel tipo di sedia con le
ruote, molto comoda, alla quale ci si pu appoggiare reclinandosi
fino quasi a raggiungere una posizione orizzontale.
L'unica altra sedia dell'ufficio era una di quelle antiche,
con lo schienale duro, di legno, che i miei severi antenati
yankee avevano probabilmente costruito apposta
perch fosse tanto scomoda, sicch per un puritano rimanervici
seduto era una tale tortura da voler ritornare al lavoro.
Presi posto dall'altra parte della scrivania di Lees Ardor.
La scrivania fra di noi e la gerarchia delle nostre sedie
mi fecero sentire inferiore, come se appartenessi a una
forma di vita pi primitiva.
- Mi citi un libro che dovrebbe piacermi, - disse Lees
Ardor. - Mi citi un libro che sia tanto bello da dovermi
piacere.
Pensai a lungo a tutti i libri che mia madre mi aveva
fatto leggere, ad alcuni libri che tutti consideravano belli,
e ovviamente me ne uscii con Huckleberry Finn. Era il romanzo
preferito di mia madre e quando, da bambino, le
chiedevo il perch, lei rispondeva sempre che vi si riconosceva,
anche se non seppi mai se si riconoscesse in Huck,
in Jim, in Tom o nel Duca, oppure in uno dei personaggi
minori. Inoltre, se mi trovavo li era perch il compagno di
Lees Ardor, Mincher, voleva vedere la casa di Mark Twain
arsa al suolo, per cui pensai che forse avrei scoperto qualcosa
di importante su di lei e sul caso se avessi detto: - Che
ne dice di Huckleberry Finn?
- Huckleberry Finn un cazzo, - rispose Lees Ardor. Mi
rivolse un sorriso accattivante, come se avessimo raggiunto
un accordo di qualche tipo, malgrado io non avessi capito
affatto il significato di Huckleberry Finn un cazzo,
e lei neppure, credo.
Non ebbi modo di chiederle spiegazioni, per. Lees Ardor
si mise a raccogliere in fretta e furia libri e taccuini,
poi si alz, super la scrivania e me, e disse da sopra la
spalla: - Siamo in ritardo per la lezione.
Certo, non essendomi ancora presentato, doveva aver
pensato che fossi un suo studente, uno studente che non
riconosceva e di cui non sapeva il nome, nonostante il semestre
dovesse essere ben oltre la met ormai. Ad ogni
modo, mi alzai da quella sedia scomoda e la seguii lungo il
corridoio. Era molto bello, il pi bel corridoio istituzionale
che avessi mai visto e ben lontano da quelli di Nostra
Signora del Lago. Nessun controsoffitto, n chiazze d'acqua
sull'intonaco, ed era tutto un rivestimento di legno
scuro e marmo, addirittura impreziosito qua e l da mosaici.
Solo a guardare i soffitti dell'Heiden College ti veniva
voglia di studiare, mentre a guardare i soffitti della
mia alma mater ti veniva voglia di non guardare i soffitti.
Gli studenti del corso di Lees Ardor, tuttavia, erano
molto simili agli studenti di Nostra Signora del Lago. I ragazzi
avevano un cappellino da baseball che portavano
all'incontrario, e le ragazze indossavano jeans a vita bassa e
magliette striminzite che lasciavano scoperta una striscia
di pelle bianchissima tra la maglietta e i pantaloni. Oltre
a me, solo altri due personaggi, in tutta la classe, avevano
un aspetto aberrante: un tizio stravagante alla Richard
Nixon con indosso un completo con gil grigio e una cravatta
a motivi cachemire rossi, e un'altra tizia stravagante
che sembrava la versione femminile del presidente Mao,
con la sua famosa scodella di capelli e un completo di jeans
da operaio, oltre a una serie di piercing facciali, tra cui un
anello incastrato nel setto nasale con il quale, suppongo,
la si trascinava in giro. Quei due erano seduti nell'ultima
fila e io mi sedetti in mezzo a loro. Non mi considerarono
neanche quando chiesi dapprima alla ragazza e poi al ragazzo:
- Ehi, che corso  questo? - Tuttavia percepii una
tacita affinit con loro, quella che accomuna sempre gli intoccabili
dell'ultima fila.
Lees Ardor aveva preso posto di fronte alla classe ed
era intenta a osservare gli studenti, con la chioma che le
ricadeva sulla schiena, quasi fosse una toga accademica in
versione da testa. Continu a fissarli per tre minuti buoni.
All'inizio pensai che stesse registrando mentalmente le
assenze. In aula, per, c'erano soltanto quattordici studenti
- li avevo contati - e non ci avrebbe messo tutto quel
tempo a capire chi c'era e chi no. Inoltre, il suo sguardo
non era veramente diretto a noi, ma piuttosto a un punto
sul muro, in fondo alla stanza, che sembrava quasi voler
perforare. Alla fine, con gli occhi ancora rivolti al muro,
disse: - Willa Cather  una troia.
- Uhhh! - dissi io, apparentemente ad alta voce, visto
che molti degli studenti veri si voltarono a guardarmi prima
di riprendere posizione, con la faccia rivolta in avanti.
Non sembravano affatto colpiti dalle parole di Lees Ardor,
anzi ne parevano addirittura annoiati, mentre io rimasi
sbalordito da quella parola proibita, la pi proibita
di tutte le parole proibite, sebbene avessi letto la lettera
di Wesley Mincher, per cui avrei dovuto aspettarmelo o
aspettarmi comunque qualcosa di simile. Mi rivolsi alla
stravagante sosia di Mao e sussurrai: - Ha davvero detto...
- e qui ci fu una pausa, perch non osavo pronunciare
quella parola, il termine pi sconcio di tutti i termini
sconci per definire la femmina del maiale, - ... quella
parola?
- S, - rispose lei. Pronunci la sua risposta con un sibilo
forte, bagnato, il che mi fece supporre che avesse anche
un anello sulla lingua, oltre ai vari altri piercing. Sarebbe
stata molto richiesta come modella per Face and
Metal, se mai fosse esistita una rivista del genere.
- Perch?
- Stiamo leggendo La mia Antonia, - disse la stravagante
sosia di Mao. La mia faccia doveva sembrare tanto
perplessa quanto il suo possessore, perch precis: -  un
libro. Di Willa Cather.
- Lo so, - dissi io. La mia Antonia era un altro dei libri
che mia madre mi aveva fatto leggere e me lo ricordavo
bene: la vasta prateria del Nebraska, la neve che ti arrivava
alla vita, gli scandinavi e gli slavi trapiantati, con la loro
etica professionale, le donne robuste vestite di cotonina,
sempre a bere caff forte. E poi c'era Antonia, la quale,
oltre a possedere altre nobili qualit, rimaneva nei miei
ricordi come una ragazza intrepida. - Ma perch ha detto
che Willa Cather ... - e qui dovetti chiamare a raccolta
tutto il mio coraggio per poi finalmente sputare il termine,
- ... una troia?
La stravagante sosia di Mao non si scompose quando
pronunciai quella parola. - La professoressa Ardor lo dice
di tutti gli scrittori.
Mi voltai verso lo stravagante sosia di Nixon per avere
la sua opinione in merito, ma non stava prestando attenzione
ai nostri discorsi. Aveva gli occhi puntati su Lees
Ardor; sul volto uno sguardo vitreo, eccitato, e continuava
ad accarezzarsi e allisciarsi la cravatta, e non bisognava
certo essere uno studente di Inglese, n un lettore professionista
per capire la simbologia di quel gesto.
Nel frattempo, nei banchi davanti a noi, si discuteva
animatamente. Una delle normali ragazze universitarie discinte
aveva detto del libro La mia Antonia: - A me  piaciuto.
- Cosa intendi per piacere? - aveva chiesto Lees Ardor,
con lo stesso tono con il quale mi aveva chiesto cosa avrebbe
dovuto professare. Ne era seguito un lungo dibattito su
cosa vogliamo dire quando diciamo che qualcosa ci piace.
Non badai molto a questo discorso, non tanto perch non
capissi la discussione, quanto per la distanza dai miei interessi
personali. Finalmente esaurirono l'argomento, e qui
intendo esaurire in senso letterale: persino l'aria in quell'aula
pareva consumata.
- Mi dispiace per sua madre, - disse un'altra delle solite
ragazze universitarie poco vestite.
- Di cosa sta parlando? - chiesi alla stravagante sosia
di Mao.
- La madre della professoressa Ardor  morta, - mi rispose
bisbigliando. - La scorsa settimana ha dovuto annullare
le lezioni per andare al funerale.  stato in Nebraska
-. Si interruppe di nuovo, si tocc l'anello al naso, come
un toro immerso nei propri pensieri, e poi aggiunse:
- A proposito, anche La mia Antonia  ambientato in
Nebraska.
- So anche questo, - risposi io. - Sai, l'ho letto il libro.
- Sua madre  morta di cancro, - disse ancora. - Uno
di quelli brutti.
Percepii qualcosa di diverso nella voce della stravagante
sosia di Mao, sentii che la noia e la saccenza evaporavano
lentamente per lasciare penetrare l'empatia. Riuscii
a cogliere un cambiamento anche nelle sue compagne di
corso. Sedevano ritte sulla sedia e si sporgevano in avanti,
verso l'insegnante, e si avvertiva che il loro disprezzo
nei confronti di Lees Ardor stava vacillando. Ai ragazzi
non importava nulla - stravaccati sulle sedie, come al solito,
avevano abbassato i cappellini da baseball sulla faccia,
come se cercassero di nascondersi o, al contrario, di
richiamare ancor pi l'attenzione verso l'apatia che li attanagliava
-, ma alle ragazze Lees Ardor importava eccome:
dopo tutto le era morta la madre e avevano appena letto
La mia Antonia, e senza dubbio pensavano anche loro
quello che pensavo io. Senza dubbio immaginavano il malinconico
ritorno di Lees Ardor alla vasta prateria dell'America
del Nord. E probabilmente le studentesse immaginavano
che la prateria fosse popolata da donne forti, vestite
di cotonina, che esibivano tutta la loro forza al
funerale della madre di Lees Ardor e alla fine bevevano
caff forte. E poi c'era la madre di Lees Ardor, la quale
(cos immaginavano, parlando per la componente femminile
del corso alla quale io stesso, in quella circostanza, mi
sentivo appartenere) era tanto forte e stoica quanto qualsiasi
altra donna del Nebraska - forte quando il marito era
morto d'infarto dieci anni prima e lei si era ritrovata a dover
vendere la fattoria, forte durante i sei mesi in cui la
leucemia la stava divorando. La madre di Lees Ardor aveva
suscitato cos tanta ammirazione in chiunque l'avesse
conosciuta che nessuno sentiva di doversi dilungare a
esprimerla, n levare lacrimosi calici alla sua memoria perch,
era convinzione di tutti, Mrs Ardor avrebbe odiato
un simile gesto. Lees Ardor, immaginai, si era talmente
commossa di fronte a questa stoica dimostrazione di rispetto
da sciogliersi in lacrime al funerale e singhiozzare
pubblicamente come non faceva da tempo immemore. Si
era coperta il volto con le mani, e il suo pianto era risuonato
stranamente distante, come quello di una principessa
tenuta prigioniera in qualche lontano castello. Sua madre
aveva lasciato questo mondo e nessun'altra l'avrebbe
mai sostituita, e ora Lees Ardor era rimasta sola con se
stessa. Non sarebbe mai stata in grado di perpetuare l'eredit
della madre, questo lo sapeva bene. Come poteva
emularla se a stento era riuscita a trattenere le lacrime persino
il tempo necessario per accettare il caff forte che le
veniva offerto dalle accolite materne le quali, a loro volta,
sarebbero presto scomparse altrettanto stoicamente? Ecco
cosa immaginai, seduto l, al mio banco, e ci avrei scommesso
che era stato lo stesso anche per le donne presenti
in aula, e cos facendo, insieme, avevamo anche escogitato
un modo per empatizzare con Lees Ardor. Qualcuna risucchi
addirittura un singhiozzo, cosa che Lees Ardor
non apprezz affatto. Lo so perch rivolse uno sguardo furibondo
alla classe - i suoi capelli risplendevano come
un'armatura sotto la luce ronzante dei neon - e poi disse:
- Mia madre era una troia.
Questo era troppo: ci fu un collettivo rantolo di stupore,
e poi tutte le donne in aula se ne andarono en masse,
compresa la stravagante sosia di Mao con il piercing alla
lingua. Quasi tutti i ragazzi si defilarono allo stesso modo,
non perch si fossero offesi al sentire la parola troia,
ne sono del tutto certo, ma perch non avevano prestato
attenzione e, vedendo le ragazze lasciare l'aula, avevano
dato per scontato che la lezione fosse terminata prima. Per
cui rimanemmo solo io, Lees Ardor e lo stravagante sosia
di Nixon, che la guardava intensamente come se fosse in
balia di terrore e amore al contempo. Magari era uno di
quei damerini leccati che non sapeva amare nessuno a meno
che non ne fosse terrorizzato. Senza dubbio l'uso multiplo
della parola troia da parte di Lees Ardor lo aveva
fatto innamorare pazzamente di lei.
- Vedi di sparire! - gli disse Lees Ardor. Lo stravagante
sosia di Nixon si afflosci con piacere sulla sedia, poi si
alz barcollante e usc dall'aula. Lees Ardor attravers la
stanza e richiuse la porta alle sue spalle, poi si sedette a un
banco e si mise a piangere tanto forte da farmi temere che
le si staccassero gli occhi dalle orbite, rimbalzando sul banco
e sbavandone i graffiti. Dopodich, visto che il pianto
non le bastava, Lees Ardor cominci a picchiare la testa,
dapprima piano, poi sempre pi violentemente, come un
picchio determinato a fare quel che fanno i picchi, ma senza
neppure usare il becco. Temevo che procurasse danni
seri a se stessa, alla sua fronte e al banco.
- La prego, non pianga, - le dissi. Solo due giorni prima
avevo detto la stessa cosa a Mr Frazier. Era questo che
faceva un investigatore, dopo tutto? Tentare di far smettere
di piangere i suoi sospetti il tempo necessario per porre
loro tutte le domande alle quali voleva una risposta?
- La prego, la smetta.
- Le volevo bene, ma proprio tanto, - rispose Lees
Ardor.
- A sua madre? - tirai a indovinare.
- S, - rispose lei. - Perch ho detto cos di lei?
- Non pensa che sia una troia, vero?
- No, - rispose. - Le volevo bene.
- Allora perch l'ha detto?
- Non lo so.
- Oh, certo che lo sa, - risposi. Perch mi era capitato
spesso di dare quella risposta a mia madre - Non lo so -
quand'ero piccolo e dovevo affrontare una domanda particolarmente
difficile, e ci avevo provato anche con i miei
professori di Scienza del packaging, ma nessuno aveva mai
accettato un Non lo so. Scommetto che nemmeno Lees
Ardor accettava quella risposta dai suoi studenti, e nemmeno
io, adesso, ero disposto ad accettarla da lei. - Mi dica
perch ha detto che sua madre era una troia.
- Perch, - rispose Lees Ardor. Aveva la testa appoggiata
sul banco, le mani intrecciate dietro alla testa, come
se la stessero arrestando, sicch le parole emersero smorzate
sebbene con grande forza, probabilmente perch voleva
pronunciarle da cos tanto tempo. - Perch non volevo
essere la protagonista di un libro che avevo fatto leggere
ai miei studenti.
- Non voleva essere Antonia, - precisai, nonostante
non stessi davvero pensando al libro, n a Lees Ardor: stavo
pensando pi a mia madre e a come si fosse liberata dei
suoi di libri, e se la cosa le avesse fatto bene. Nei panni di
quale personaggio mia madre non voleva pi calarsi?, mi
domandai. C'erano in lei cos tanti personaggi che, nell'attimo
esatto in cui smetteva di interpretarne uno, si trasformava
subito in un altro?
-  cos, - rispose Lees Ardor. Sollev la testa e mi rivolse
uno sguardo avido, come se volesse dire qualcosa di
importante per la prima volta in vita sua. - Non volevo essere
un personaggio coriaceo, una persona che avesse sopportato
ogni tragedia per poi emergerne migliorata, persino
pi comprensiva.
- Perch no?
- Non capisce, - disse, e riprese a piagnucolare. - Voglio
essere una persona reale.
- La capisco, sa? - risposi. Perch ero del tutto certo
di capirla, del tutto certo di sapere perch non credesse
nella letteratura o perch non le piacesse molto. Non ci
credeva, n amava i libri perch temeva di essere soltanto
un personaggio fittizio e non una persona reale, qualunque
cosa ci significasse, e il non sapere che cosa significasse
essere una persona reale faceva si che il suo odio verso
i libri aumentasse, verso i libri e verso le parole in essi
contenute, e allora il suo odio si estendeva a tutte le parole
del mondo, come la parola troia, che detestava ma
che non riusciva a smettere di usare e che, come tutte le
parole, era brutta e inadeguata. Forse erano state le parole,
tutte, tutte le parole esistenti, tutte quelle capaci di indicare
fiaccamente la rabbia che si provava senza peraltro
rendere giustizia alla sua complessit, a spingerla - o a
spingere il suo Wesley Mincher - a contattare un perfetto
sconosciuto per chiedergli di incendiare la casa di Mark
Twain. Fu questa la teoria che emerse dalla mia testa, completamente
formata, come la figlia di quel dio greco che
gli balz fuori dal cranio per entrare dritta filata nel mondo
dell'antichit.
Dopodich commisi un errore. L'empatia ci spinge a fare
cose che non dovremmo fare, e allora viene da chiedersi
perch sia una delle emozioni tenute in pi alto conto.
Fu per empatia che toccai Lees Ardor, dolcemente, sulla
schiena, e solo per farle sapere che avevo capito cosa stava
provando e per informarla che, nel mio ruolo di investigatore,
ero l per lei, per consolarla. Ma apparentemente
non cercava affatto un investigatore, n qualcuno che
la consolasse. Quando la toccai balz su dalla sedia e si gir
verso di me. Le lacrime scomparvero quasi all'istante, come
se fossero composte di uno speciale tipo di sale a essiccazione
rapida. - Ma chi diavolo  lei, si pu sapere? - domand.
- Mi chiamo Sam Pulsifer. Il suo... - e qui feci una pausa,
come avrebbe fatto chiunque, - ... amico, il professor
Mincher, mi ha scritto una lettera molto tempo fa, chiedendomi
di incendiare la casa di Mark Twain.
Il suo volto cambi completamente espressione. La
rabbia e il sospetto si sostituirono alla tristezza, come accade
cos di frequente. - Allora sei tu quel bastardo di
Sam Pulsifer.
- S, - risposi io, anche se il modo in cui lo disse mi fece
rimpiangere di esserlo. Lees Ardor mi rivolse uno sguardo
tanto incredulo da indurmi a pensare che la conversazione
avrebbe potuto proseguire solo se le avessi fornito
qualche tipo di identificazione. Cos estrassi la patente dal
portafogli e gliela porsi. La guard, poi guard me, poi di
nuovo la patente, e infine disse con voce bassa, sibilante:
- Ci devi tremila dollari.
- Ah s? - risposi.
- S, - conferm. - Non fingere di non sapere di cosa
sto parlando.
- Non sto fingendo, - dissi.
- E invece s, - insistette lei.
- E invece no, - ribattei, e continuammo cos per un
po', come nemici disarmati e dotati soltanto di un vocabolario
molto limitato. Alla fine decisi di fare l'unica domanda
che avrebbe potuto porre fine alle ostilit: - Perch
vi devo tremila dollari?
- E va bene, - rispose. Poi mise su un tono annoiato,
teatrale, solo per farmi sapere che stava al gioco, ma senza
troppo entusiasmo: - Ci devi tremila dollari perch  la
cifra che ti abbiamo pagato per incendiare la casa di Mark
Twain. Cosa che non hai fatto.
- E avete pagato me personalmente? - chiesi, stando
al gioco anch'io.
- No, - rispose. - Hai mandato una lettera a Wesley
dicendogli che eri disposto a incendiare la casa per tremila
dollari. E Wesley ha accettato. Ti ha messo i soldi in
una busta che ha lasciato in un cassonetto vicino a Cumberland
Farms, proprio in fondo alla strada che scorre davanti
alla casa di Mark Twain.  accaduto ieri, a mezzogiorno.
Sei stato molto preciso nel darci le tue istruzioni.
- Presumo di s, - dissi. - Solo che non ero io -. E prima
ancora che potesse ribattere, aggiunsi: - Se fossi stato
io, perch mai avrei fatto la mia comparsa adesso, dopo
non aver doverosamente appiccato il fuoco per il quale mi
avete pagato, e fornendovi l'occasione per chiedermi indietro
il denaro? Avendo gi intascato i soldi, perch non
filarmela e basta?
Ci pens su per un po', la fronte aggrottata, come se io
fossi un brano particolarmente difficile di un romanzo e
lei si stesse sforzando di interpretarmi. Chiss, forse stava
cercando di capire se anch'io fossi solo un personaggio
fittizio e, se cos era, quale.
- Merda, - disse infine Lees Ardor. -  meglio se andiamo
da Wesley.
Wesley Mincher e Lees Ardor abitavano a West Hartford,
in una casa molto simile a quella dei miei genitori:
una casa coloniale, vecchia e stantia, piena di stanze che
parevano tutte degli studi piuttosto che il salotto, la sala
da pranzo e il tinello che probabilmente nei progetti dovevano
essere. Ogni stanza aveva degli enormi scaffali traboccanti
di libri, una luce fioca, un'aria trasandata, e condizioni
di usura e logorio intellettuali. Trovammo Wesley
Mincher seduto nella stanza pi grande: aveva steso le gambe
su un poggiapiedi e mi diede subito l'impressione di uno
che a occhio non faceva abbastanza esercizio fisico e aveva
il diabete. Aveva una faccia giallognola, ma forse era colpa
della luce. Stava leggendo un libro dall'aria antica, con
una rilegatura in tessuto e pagine che dovevano essere ingiallite
quanto la pelle di Mincher.
- Wesley, - disse Lees Ardor, - c' qualcuno che vuole
vederti -. Lui non rispose, anche se erano solo a un passo
l'uno dall'altra. - Wesley, - ripet, ma con una voce
pi dolce, come se le piacesse il suo modo di non risponderle.
Lo chiam altre cinque volte, con un tono che pareva
dire Amore, amore e non Wesley, Wesley. Ancora
nessuna risposta. Non che Mincher fosse sordo, no;
era solo uno di quegli accademici distratti cos persi nei
propri labirinti mentali da metterci un po' di tempo a capire
che la loro presenza avrebbe potuto essere gradita nel
mondo esterno al proprio cranio. Ma infine sent: sollev
lo sguardo, la vide e le rivolse un grande sorriso affettuoso.
Mise persino gi il libro, o piuttosto lo infil in una busta
protettiva di plastica, allo stesso modo in cui Anne Marie
avrebbe infilato un panino per il pranzo di Katherine in
uno di quei sacchetti per alimenti. A proposito, avevo progettato
io entrambi i sacchetti, o, quanto meno, avevo lavorato
con qualcuno che li aveva progettati.
- Wesley, - disse Lees Ardor, - questo  Sam Pulsifer.
- Appartengo alla quarta generazione dei Mincher delle
colline pedemontane delle Great Smoky Mountains, nel
North Carolina, - disse Wesley Mincher a proposito di un
bel niente. Aveva un accento del Sud, con la tipica cadenza
dolce e melodiosa. Mio padre aveva curato molti libri
sulla storia del Sud, scritti da storici del Sud, per la editrice
universitaria, e io stesso avevo conosciuto alcuni dei
suoi autori, come li chiamava lui, lo avevo sentito parlare
di loro, sicch riconobbi subito Wesley Mincher per
quel che era: anche lui era un personaggio, uno del Sud,
che credeva che essere un personaggio del Sud avesse qualcosa
a che fare con le acrobazie linguistiche mistificanti,
e con la sconfitta nella guerra di Secessione e col non volerne
sentir parlare da nessuno salvo poi essere incapaci di
smettere di parlarne, e con l'avere alle spalle dei vecchi
saggi e lugubri e verande su cui farli accomodare, e con la
gente di colore, sempre di colore, di cui si conosceva tutto
e nessun altro ne conosceva un cazzo, e con l'idea che
l'autocritica sia arte ma che la critica altrui sia ipocrisia, e
con illuminati sceriffi alla buona, e con Dio, e con gli animali
da fattoria e il buon cibo che non sarebbe stato altrettanto
buono se lo si fosse mangiato al ristorante piuttosto
che nella cucina della propria Marna, e con una serie
di pneumatici bicolore appoggiati al granaio che farebbero
una gran bella figura montati sulla Buick del 1957 a
proposito della quale si ha una storiella assai divertente da
raccontare.
- Mr Pulsifer ha qualcosa da dirci sulla casa di Mark
Twain, Wesley, - disse Lees Ardor con un tono dolce, dolcissimo.
Si percepiva l'affetto che sgorgava da lei, esattamente
come avevano fatto le lacrime solo un'ora prima.
- Il cosiddetto montanaro degli Appalachi parla un inglese
molto pi corretto di qualunque yankee che abbia
frequentato Harvard.
- Dice di non essere lui quello che ha incendiato la casa,
o che ha tentato di farlo.
- Mia madre sapeva preparare un cataplasma con la linfa
dei pini capace di toglierti il mal di denti prima ancora
che ti accorgessi di averlo, bello mio.
- Dice che non  a lui che abbiamo dato i tremila dollari.
- Il nostro Bobby Lee conservava una ciocca di capelli
della figlia nella sua bisaccia. Era magica, quella ciocca.
Lo proteggeva dalle pallottole Mini.
Me ne stavo l, impalato e un po' assopito per via della
luce fioca, a godermi lo spettacolo. Quei due, ci scommetto,
avrebbero potuto continuare a parlarsi cos per ore,
i discorsi che si intrecciavano a stento, per poi arrivare,
sempre alla fine della serata, a un necessario terreno d'intesa.
- Io gli credo, Wesley, - afferm Lees Ardor. - Credo
che ci stia dicendo la verit.
- Allora gli credo anch'io, amore, - rispose Mincher.
Si allung, le offr la mano e lei la strinse. Si tennero per
mano per tutto il tempo in cui mi trattenni da loro, come
se non fossi presente, o come se lo fossi solo per testimoniare
il loro tenersi per mano.
Quel giorno ottenni un'unica prova, ma mi ci vollero
ore e ore. Fondamentalmente, Mincher mi raccont la storia
di come si fossero conosciuti. Erano stati nel corpo docente
di Heiden per otto anni, ma non si erano davvero
mai accorti l'uno dell'altra, perch ciascuno si era murato
dentro il proprio ghetto di risentimento, incapace di vedere
qualunque cosa che si trovasse al di l di quelle mura.
Lees Ardor era l'unica donna del dipartimento, il che
forse spiegava (lei stessa lo ammise) perch usasse la parola
troia cos di frequente. Quanto a Wesley Mincher,
era l'unico docente che provenisse dal Sud - l'unico ad
avere una laurea della Sewanee e un dottorato della
Vanderbilt, piuttosto che di Amherst e Harvard - e risultava
difficile per Wesley Mincher riuscire a scorgere chi, nel
dipartimento, si trovasse al di l degli alti bastioni della
sua diffidenza. Fu quella la frase che us - gli alti bastioni
della mia diffidenza - e io la memorizzai nel caso in
cui decidessi mai di costruire e quindi di descrivere dei bastioni
miei.
Ad ogni modo, fu Mincher a notare per primo Lees Ardor,
a un consiglio di facolt, il cui argomento centrale era
una conferenza che si sarebbe tenuta a Heiden dal titolo
Mark Twain: il problema della grandezza. Al consiglio
di facolt c'era stata una lunga discussione sulle sessioni
plenarie, sugli intervalli e sugli ospiti d'onore, ma alla fine
di tutto questo Lees Ardor aveva detto ad alta voce:
- Mark Twain  una troia.
Ovviamente i suoi colleghi avevano gi sentito questo
genere di cose molte volte prima di allora, e la sua capacit
di scioccarli, cos come accadeva con i suoi studenti,
era quasi nulla. La ignorarono tutti, tranne Mincher. C'era
qualcosa di grazioso, di fragile e misterioso nel modo in
cui aveva detto: Mark Twain  una troia, e una volta
terminato il consiglio, Wesley Mincher la insegu lungo il
corridoio e le chiese: - Avresti qualche interesse a bere del
vino rosso con me e a parlare della valuta sudista e magari
a dare un'occhiata alla mia rara litografia della zecca sudista
di Richmond, in Virginia? - Lees Ardor si sorprese
a dire di s (non ricordava, me lo confess lei stessa, quando
fosse stata l'ultima volta che aveva acconsentito a qualcosa).
Nel corso dei sei mesi successivi Lees Ardor avrebbe
detto di s a Wesley Mincher molte altre volte (lei arross
quando lui lo raccont, ma si vedeva che non ne era
infastidita), e un bel giorno, alla fine, lui le chiese perch
avesse detto quello che aveva detto su Mark Twain.
- Ho paura di diventare come la zia Polly, - aveva confessato
Lees Ardor. Chiaramente si riferiva alla zitella acida
de Le avventure di Huckleberry Finn e Le avventure di
Tom Sawyer. Anch'io avevo letto quei libri, capivo perfettamente
di cosa avesse paura, e mi resi conto che forse faceva
bene ad averne paura. - Non voglio diventare come
zia Polly, - aveva detto a Mincher.
- Neanch'io lo voglio, - aveva risposto lui, all'epoca, e
anche a me, a casa sua, qualche anno pi tardi. - Cos mi
sono dato alla cavalleria, come hanno da sempre fatto gli
uomini della mia famiglia -. Al che cominci a raccontarci
la lunga storia dei numerosi Mincher cavallereschi, susseguitisi
di generazione in generazione, per concludere finalmente
con se stesso, Wesley Mincher, che aveva deciso
di incendiare la casa di Mark Twain come prova del suo
amore per Lees Ardor. Gli era venuto in mente di aver letto
di un giovane che aveva distrutto la casa di Emily
Dickinson ad Amherst, nel Massachusetts (pare che avesse
ridotto un suo collega - un esperto di poesia lirica - in
lacrime). E fu cos che scrisse una lettera all'incendiario,
spedendogliela al suo indirizzo di casa. Poi era rimasto in
attesa. Erano passati mesi e anni; il suo amore per Lees
Ardor si faceva sempre pi grande e viceversa. Ma la casa
di Mark Twain rimaneva: le passavano davanti ogni
giorno recandosi al college (lei si era trasferita da lui un
anno dopo che si erano innamorati), e aveva la funzione
di ricordargli i suoi fallimenti come uomo, e di come Lees
Ardor non si fosse ancora totalmente liberata dei suoi incubi
sulla zia Polly.
- Aspetti un secondo, - interruppi io a questo punto
della storia. - Ma perch non le ha semplicemente chiesto
di sposarla? Se l'avesse sposata non sarebbe diventata come
zia Polly.
- Prima di tutto volevo dimostrare che ero degno di lei,
- rispose Mincher. - La distruzione della casa di Mark
Twain lo avrebbe comprovato -. Mi parve il sentimento
pi ridicolo che avessi mai sentito, proprio il genere di
sciocchezza assurda e romantica che Lees Ardor avrebbe
deriso se fossero stati i suoi studenti a esprimerla o se l'avesse
letta in un libro. Ma quando fu Mincher a pronunciarla,
Lees Ardor non la derise. Si protese in avanti e gli
accarezz dolcemente il collo giallo, indugiandovi poi con
la mano; lui fremette in modo percettibile, come se la carezza
di Lees Ardor fosse ghiaccio della pi bell'acqua.
- Ma perch mi avete aspettato per tutto questo tempo?
- domandai. - Perch non avete tentato di incendiarla
voi stessi?
Mincher non rispose; si limit a fissarmi con disprezzo.
Ma io ne conoscevo anche le ragioni: nel mondo di
Mincher o si  esperti o non lo si . Non gli sarebbe mai
balenata l'idea di dar fuoco alla casa, cos come non mi
avrebbe mai permesso di pensare che sapevo qualcosa della
Causa Persa.
Tutto ci ci port - e voi con noi - ad accelerare il passo,
fino ad arrivare al giorno prima che sentissi questa storia,
quando la lettera di chiunque fosse che fingeva di essere
me venne recapitata in campus, nella casella di posta
di Mincher. Wesley and fino al cassonetto, deposit i tremila
dollari, poi fece ritorno a casa e confess a Lees Ardor
cosa aveva appena fatto per lei. Lei era scoppiata in
lacrime, come fanno spesso le persone esteriormente dure,
una sorta di autoricompensa per apparire tali.
- Che succede? - aveva chiesto Mincher.
-  un gesto tanto carino, - aveva risposto lei. - Ma
non  questo ci che voglio.
- E cosa vuoi?
- Vorrei che mi chiedessi di sposarti.
E cos fece. - Non sono mai stata tanto felice, - afferm
Lees Ardor. E a questo punto mi sventol davanti
un anello di fidanzamento con diamanti che, fino a quel
momento, era la sola cosa in grado di competere con la lucentezza
dei suoi capelli. Erano - l'anello e i capelli - due
stelle comete nella luce fosca e malata del salotto. - L'unica
cosa di cui non sono contenta  che hai sprecato tutti
quei soldi.
- Le donne dei Mincher sono sempre state... come dire...
frugali, - comment lui. Sorrise a Lees Ardor, e io
non lo biasimo mica: era bella, persino pi bella dell'anello
e dei capelli messi assieme. Non poteva essere pi lontana
dalla donna che avevo visto in aula, quella professoressa
Ardor che aveva chiamato troia la propria madre
defunta.
- Ce l'avete ancora la lettera? - domandai.
- Come? - chiese Mincher. Era di nuovo sprofondato
nella sua mente, era ovvio, ma avrei scommesso che c'era
anche Lees Ardor l dentro, il che lasciava ancora meno
spazio per me e per le mie domande.
- La lettera che le avrei inviato, chiedendole dei soldi.
Ce l'ha ancora?
- S, - rispose Mincher. Si alz e si avvi verso una scrivania
in un angolo della stanza, estrasse una lettera da un
cassetto, fece dietrofront dalla scrivania, mi porse la lettera,
torn a sedersi sulla sua sedia e si riprese la mano di
Lees Ardor, tutto senza mai staccare gli occhi da lei, come
se fosse la sua bussola, la sua stella polare. Tirai fuori
la lettera dalla busta. Era scritta a macchina e diceva, pi
o meno, quello che Mincher e Ardor mi avevano riferito
che diceva. La busta era immacolata. Nessun timbro postale,
nessun nome, n indirizzo del mittente, nessuna indicazione
del luogo da cui proveniva, n di chi l'avesse recapitata.
Insomma, era la prova meno utile che avessi mai
recuperato. Infilai di nuovo la lettera nella busta e me la
misi in tasca, proprio accanto all'altra, a quella che in prima
battuta mi aveva portato da Wesley Mincher e Lees
Ardor.
- Arrivederci, - dissi loro, ma parve che non mi ascoltassero
neanche, e perch mai, poi, avrebbero dovuto volerlo?
Perch avrebbero dovuto voler avere a che fare con
il mondo esterno a loro due? L fuori non erano che esseri
umani piccoli e mediocri, come tutti noi, del tipo che
non si pu che detestare e compatire. Separatamente erano
due personaggi, e non in senso positivo. Ma insieme
erano qualcosa di fronte a cui ci si meravigliava e che forse
si invidiava persino. Quando uscii, dirigendomi verso
la macchina, mi venne in mente questo pensiero assolutamente
poco originale: l'amore ci cambia, ci trasforma in
persone che altri poi desiderano amare. E questa  la ragione
per cui, per tutti noi che ne siamo privi, l'amore 
quella voce che ci domanda: Cos'altro? Cos'altro? E
per tutti noi che un tempo abbiamo avuto l'amore, ma l'abbiamo
perduto o buttato via, allora l'amore  la voce che
ci riconduce all'amore, per farci capire se possa ancora essere
nostro o se l'abbiamo perduto per sempre. Per quelli
come noi che l'hanno perduto, l'amore  anche ci che ci
fa parlare dell'amore per aforismi, ragion per cui ci sforziamo
di recuperarlo, cos da poter smettere di parlare in
quel modo. Per aforismi, cio.
 
Capitolo tredicesimo.

Nessuno parcheggia lungo la strada a Camelot. Non c'
divieto; non ci sono segnali che dicano che  vietato parcheggiare
da tale ora a tale ora, in tali giorni e per tali motivi.
Per nessuno lo fa, forse perch i vialetti di casa sono
talmente lunghi e larghi da poter ospitare tutta una flotta
di SUV e monovolumi, i cocchi family-friendly pi amati
dalla nostra trib. O forse perch c' qualcosa di aberrante,
derelitto e sinistro in un'auto solitaria parcheggiata lungo
la strada, cos come fu per la jeep nera di Thomas Coleman
quel tardo pomeriggio in cui mi fermai davanti a casa
mia.
Rimasi sorpreso nel vedere la sua jeep? Per niente. O
quanto meno, mi ero sorpreso cos tante volte nei giorni
precedenti che nulla riusciva pi a sorprendermi veramente.
La sorpresa era diventata dentro di me quasi il suo contrario,
qualcosa di familiare, come l'essere a casa. Parcheggiai
l'auto nel vialetto, accanto a quella di Anne Marie, nel
tentativo di distinguermi (marito e padre) da quell'uomo
(estraneo e minaccioso), caso mai qualcuno mi stesse osservando
dalla finestra panoramica centrale. Cosa che, come
risult, non stava facendo nessuno.
Fui io a osservarli, per, dal rifugio della mia auto parcheggiata.
Non i bambini - non si vedevano da nessuna
parte -, ma Thomas e Anne Marie. Lui era seduto su uno
sgabello, al banco della colazione. Aveva una mano posata
sul piano, col palmo rivolto in gi. Anne Marie era in
piedi dietro di lui, piegata in due; gli applicava quella che
sembrava una striscia di garza sul dorso della mano, come
per proteggere un nuovo tatuaggio, o chiss, forse per coprire
una qualche ferita. Magari una bruciatura. Certo.
Una bruciatura. Cominciavo a vederci chiaro, e dalla mia
prospettiva, l, dentro la macchina, sembrava che Thomas
Coleman avesse arrecato pi danni alla propria mano che
alla casa di Mark Twain. Anne Marie allisci e picchiett
la garza con tale delicatezza e cos tante volte che cominciai
a diventare geloso di quella garza, e poi della mano sulla
quale era stata applicata, e poi della persona a cui quella
mano apparteneva.
La paura e l'amore possono anche lasciare un uomo
tranquillo e soddisfatto, ma la gelosia lo far sempre scendere
dalla macchina. Scesi dalla macchina e mi incamminai,
determinato, verso il portoncino d'ingresso. Questa
volta ce l'avrei fatta: avrei detto la verit ad Anne Marie,
a cominciare dal mio amore per lei e dal fatto che mai e
poi mai l'avevo tradita, al contrario di quanto le avevo detto
e di quanto le aveva riferito Thomas Coleman, senza
tralasciare come sapevo in che modo si era procurato quella
bruciatura sulla mano. Sarei partito da l.
Peccato, per, che non partii affatto. La porta d'ingresso
era sprangata. Provai con la mia chiave, ma non funzion:
Anne Marie aveva cambiato la serratura. Era gi
abbastanza dura che lei fosse l dentro, a toccare il braccio
di Thomas Coleman, che avevo cominciato a considerare
sempre meno una vittima e sempre pi un acerrimo
nemico. Gi cos era dura abbastanza. Ma che motivo aveva
di cambiare la serratura della nostra porta d'ingresso?
Non mi veniva in mente un tradimento peggiore di una
moglie che cambi la serratura a insaputa del marito, proprio
come non mi era mai venuto in mente di incendiare
e uccidere e infine mentire su tutti questi eventi. E cosa
fa un marito quando  tradito nel modo in cui ero stato
tradito io? Si infuria. Perci mi infuriai, il che vale a dire
che mi misi a dar pugni alla porta. Tuttavia, c' qualcosa
di umiliante in un uomo che prende a pugni la propria porta
d'ingresso, e quando Anne Marie finalmente l'apr,
quella porta la sentivo molto meno mia di quanto non mi
fosse mai accaduto.
- Che c'? - disse Anne Marie. Indossava una gonna
nera, lunga, e quegli stivali neri che amavo, e un top bianco,
quasi trasparente, rigonfio in tutti i posti giusti.
- Ti amo tantissimo, - dissi.
- Buon per te, - rispose lei, ora con le braccia incrociate
sul petto. Sembrava un generale Mac Arthur mediterraneo,
con le extension ai capelli e senza la pipa di tutolo.
Aveva un portamento militaresco, ecco quello che voglio
dire. - Cos'altro?
- Thomas, - dissi, sentendomi stranamente senza fiato
e quasi ansimando nel pronunciare quel nome. - Non
ti sta dicendo la verit.
- Me l'ha detto - rispose - che in realt non sei stato
a letto con sua moglie. Mi ha anche detto che lui non ce
l'ha nemmeno, una moglie.  questa la verit, Sam?
- Ges, - dissi. - S -. Mi sentii improvvisamente
stanco, tanto da dovermi sedere, proprio l, sul gradino di
fronte. La verit ti rende stanco, non libero; ecco un'altra
delle cose che inserirei nella mia guida del piromane - laddove
fosse pertinente con l'incendiare le case degli scrittori
del New England, cio.
- Bene, allora, - concluse lei, e si volt per rientrare in
casa.
- Aspetta, - dissi, alzandomi maldestramente in piedi.
- Posso tornare a casa, adesso?
- No, - rispose Anne Marie, sempre voltandomi la
schiena. Aveva la mano sulla porta aperta, pronta a rimetterla
fra lei e me.
- Perch no? - chiesi.
- Perch mi hai mentito, - rispose, girandosi a guardarmi.
- Non so perch tu mi abbia mentito, ma l'hai fatto,
e non mi fido pi di te -. La fatica aveva preso il posto
della ferocia nella voce di Anne Marie; forse la verit
rendeva stanca anche lei.
- E pensi di poterti fidare di lui? - domandai, senza
dover specificare a chi mi riferissi con quel lui.
- Non so cosa pensare di lui, - ammise Anne Marie,
che era un modo per farmi sapere che me mi conosceva fin
troppo bene, ma che Thomas era ancora misterioso e che
il mistero  talvolta pi vicino all'amore di quanto non lo
sia l'intimit - a seconda, ovviamente, della persona con
cui si  intimi.
- Ti prego, lascia che ti spieghi, - esortai, ma lei sollev
la mano per bloccare la mia spiegazione.
- Thomas si  fatto male, - afferm. - Mi sto occupando
di lui.
- E perch, allora, non gli chiedi come si  fatto male?
- dissi, mentre la voce mi si tramutava in un falsetto isterico.
- Vai e chiediglielo subito!
Anne Marie mi guard con curiosit, con le sopracciglia
e il naso che si muovevano, avvicinandosi, e trasformando
la faccia stessa in un punto di domanda del tutto
peculiare. - Ok, lo far, - rispose, dopodich si richiuse
la porta alle spalle.
Io presi questa risposta per un: Vado a chiederglielo
e poi torno per riferirti cosa mi ha detto. Per cui aspettai
l davanti a lungo. Scese la sera e le luci dei lampioni si
accesero. I vicini tornavano dal lavoro e, poich ci trovavamo
a Camelot, facevano del loro meglio per ignorare
l'auto di Thomas parcheggiata lungo il marciapiede, e me
seduto sul gradino di fronte all'entrata. Alla fine mi stancai
di aspettare. Mi alzai in piedi e bussai alla porta, e poi
bussai e ribussai e ribussai ancora. Stavo facendo un tale
fracasso che mi domandai per quanto ancora avrebbero
potuto ignorarmi i miei concameloti. Ma a me non importava
niente. Che mi guardassero pure dai loro bovindi; che
mi guardassero pure bussare. Mi sentivo forte; avrei potuto
bussare per tutta la notte.
O meglio, avrei potuto bussare per tutta la notte se non
avessi sentito un'auto fermarsi nel vialetto alle mie spalle.
Smisi di bussare, mi voltai e vidi una Lincoln Continental
verde scuro fare retromarcia dietro alla monovolume di
Anne Marie. Era l'auto di mio suocero; la riconobbi all'istante
perch da sempre guidava una Lincoln Continental,
e poi perch mio suocero era un uomo di saldi principi
e uno dei principi che gli stavano maggiormente a cuore
era di parcheggiare sempre in retromarcia.
Ma non fu mio suocero il primo a uscire dall'auto:
fu Katherine, mia figlia. Era legata a uno zaino talmente
pi grande di lei che le arrivava quasi in cima alla testa.
Avanz lungo il vialetto di casa con grande cautela, forse
per evitare che lo zaino la facesse ribaltare. Era come osservare
un giovane sherpa femmina con un carico eccessivo,
uno sherpa che amavo e che mi mancava moltissimo.
- Ti voglio bene, - le dissi quando mi fu vicina abbastanza
da sentirmi. - Mi sei mancata tantissimo -. Abbracciai
forte Katherine e il suo zaino, e loro ricambiarono con
grande affetto, cosa di cui fui molto grato.
- Vieni dentro, papi? - domand Katherine. Era abbastanza
grande da fare domande di cui conosceva gi le
risposte, per poi fingere di non riconoscere le bugie che
riempivano quelle risposte.
- Arrivo tra un secondo, - le dissi.
- Ok, - disse lei. Katherine arriv al portoncino d'ingresso,
gir e spinse la maniglia per scoprire, ovviamente,
che la porta era chiusa a chiave. Si volt verso di me con
un'occhiata indagatrice - Sei mio padre, - suggeriva quellosguardo, - e la porta d'ingresso di casa tua  chiusa a
chiave e non puoi aprirla -, poi si sporse indietro, apr la
cerniera di una delle tante tasche dello zaino, estrasse il
suo mazzo di chiavi e con mano esperta apr la porta di casa.
Quella fu la cosa pi straziante che avesse mai fatto fino
a quel momento - non c' niente di pi triste di una
bambina con il suo personale mazzo di chiavi - e mi sarei
messo a piangere l per l, se non fosse che all'improvviso
mi trovai Christian aggrappato alle gambe, tutto avvolto
a me e alle mie gambe, come se fossimo piombati nel nostro
vecchio gioco, in cui io facevo il gigante predatore e
lui il lillipuziano determinato a stendermi a terra.
- Ehi, ciccio, - dissi, stringendolo forte a me. - Ehi,
figliolo Parlavo in quel modo strampalato e subdolo in
cui i padri parlano ai figli piccoli, sapendo che non sarebbe
passato molto tempo prima che quei figli fossero cresciuti
abbastanza da poter dire ai loro padri di smettere di
essere tanto subdoli e strampalati.
- Quel dannato seggiolino, - disse mio suocero. Me lo
trovai sotto il naso; aveva un alito che sapeva di caff e
del polistirolo del bicchiere in cui era stato versato. - Non
riuscivo a slacciare Christian da quel dannato coso -. La
sua voce fece l'effetto del teletrasporto su Christian: scomparve
dalle mie gambe per materializzarsi sul gradino di
fronte, accanto alla sorella. Mi salutarono con la mano e
si dileguarono in casa.
Qualcosa su mio suocero: era pi basso di me e magro,
indossava - e, per quanto ne so, indossa ancora - un paio
di pantaloni di tela chiara, ampi e ben stirati, e dei mocassini
comodi, ormai ammorbiditi dall'uso, acquistati nella
sezione ribassi del catalogo della L. L. Bean. Non lo si vedeva
mai con addosso una camicia senza colletto e al momento
ne aveva una col colletto, a righe rosse, larghe, e con
le maniche abbottonate. A parte la fede nuziale, non l'avevo
mai visto portare gioielli. La moglie, Louisa, fa solo una
breve apparizione in questa storia, ma in quella di suo marito
aveva un ruolo importante: a grandi cene di famiglia lo
avevo sorpreso spesso a guardarla, con gli occhi umidi e pieni
di gratitudine - gratitudine, presumo, per avere lei come
moglie e, forse, anche per avere due occhi con cui guardarla.
Faceva altrettanto con Anne Marie, la sua unica figlia.
Era un buon marito e un buon padre, mi verrebbe da
dire. Certo, era anche un razzista, come ho gi detto; e
probabilmente non servirebbe a nulla affermare che non era
razzista se non quando si parlava del tema della razza, e anche
allora solo in determinate circostanze. Col che non voglio
dire che non fosse razzista, bens che quando ripenso
a lui, adesso, penso al suo razzismo come a un elemento in
competizione con altre sue qualit migliori. Il pi delle volte
mi piaceva, e anch'io volevo piacergli, cosa che per lo pi
avevo ottenuto, credo, almeno fino a quel momento.
- Per favore, lascia in pace Anne Marie, - disse. La sua
voce tradiva una forte delusione e lui tentava di mantenerla
ai livelli minimi. Aveva due occhi enormi, colmi di
risentimento, e a me dispiaceva molto di averlo trascinato
in tutto questo. Mio suocero era appena andato in pensione
dopo trenta e passa anni di attivit come investigatore
sulle richieste di indennizzi per una compagnia di assicurazioni.
Aveva finalmente estinto il mutuo sulla casa.
La figlia si era sposata e il matrimonio sembrava funzionare;
lei aveva due bambini, una casa, una vita propria. E
adesso questo. Doveva essere terribile trovarsi nella sua
condizione: padre e nonno in l con gli anni e costretto a
prendere su di s un secondo carico di grattacapi di famiglia
proprio quando si era liberato del primo.
- Non ce la faccio, - risposi. - Non ce la faccio proprio.
- Devi, - ordin.
- Non vorr mica che la lasci con quel... - e qui ebbi
qualche difficolt a trovare il termine pi appropriato che
rendesse giustizia al sentimento particolare che nutrivo nei
confronti di quella particolare persona, - ... tipo, no?
- Lo so, - ammise, e la cosa mi risollev un poco. - Mi
preoccupa. Fatto sta che Anne Marie vuole che tu la lasci
in pace.
- Non posso, - ripetei. - Io l'amo.
- Lo so che l'ami, Sam, - replic, e io fui percorso da
quel brivido terribile che ti attraversa quando la conversazione
si fa tanto seria da sentirti chiamare per nome.
- Non sono sicuro, per, che lei ami ancora te.
Dopodich, anche lui scomparve in casa - aveva dato
un lieve colpetto alla porta, probabilmente un segnale privato,
perch la porta si apr giusto per farlo entrare e poi
molto autorevolmente si richiuse alle sue spalle - mentre
io, ancora una volta, mi ritrovai da solo nel vialetto. Presumo
che, se fossi stato un padre e un marito separato migliore,
avrei ripreso a bussare e continuato a farlo finch
non mi avessero concesso qualche risposta, l e in quel preciso
istante. Ma da separato non ero un padre e un marito
migliore di quando ero stato un padre e un marito non
separato e compiacente. E poi c'era la mia tristezza, che
era enorme. Se la tristezza fosse stata un evento competitivo,
avrei battuto il primato del comprensorio. Talvolta,
quando si  tristi - come mi premurer di riportare nella
mia guida del piromane - bisogna fermarsi un attimo ad
aspettare che la tristezza si trasformi in qualcos'altro, cosa
che accadr di sicuro, giacch la tristezza, da questo
punto di vista,  uguale al carbone o alla maggior parte delle
larve.
Nel frattempo, per, avevo quanto meno dei nuovi misteri
da aggiungere ai vecchi. Perch Thomas aveva confessato
ad Anne Marie che non l'avevo tradita? Cosa le
aveva detto della sua bruciatura alla mano? E perch tutti
questi eventi non l'avevano spinta a liberarsi di Thomas
e a tornare con me? Avevo qualche speranza di scoprirlo;
se non come marito, quanto meno come investigatore. Perch
forse anche questa  una delle cose che ti distinguono
come tale: non tanto che tu sia particolarmente bravo come
investigatore, ma che tu sia particolarmente inetto in
tutto il resto.
 
Capitolo quattordicesimo.

Erano gi le sette passate quando arrivai a casa dei miei
genitori, nell'oscurit novembrina, anzi in un'oscurit persino
pi fitta perch era salita anche la nebbia. Era quella
sorta di nebbia densa che preannuncia qualche drastico
cambiamento meteorologico, un tipo di nebbia inquietante
che ti induce a pensare di aver udito l'ululato di un segugio
provenire da qualche parte, lontano. Era anche quel
tipo di nebbia che non ti permette di riconoscere la casa
dei tuoi fino a quando non ci hai quasi sbattuto il naso contro,
e quando hai quasi investito tua madre, la quale, allontanandosi
da casa e dirigendosi verso la sua auto, attraversa
la strada come una saetta. Mia madre, per, doveva
aver sentito lo stridio dei freni, perch rivolse un gestaccio
osceno nella mia direzione senza mai guardare realmente
verso di me, e infine salt nella sua auto. Era parcheggiata
sul lato sbagliato della strada e non nel nostro vialetto
di casa, dal momento che molte altre macchine lo occupavano
gi e altre ancora erano allineate lungo il nostro lato
della via; in casa nostra ogni singola luce sembrava accesa,
come se si trattasse di un faro a tre piani che, nella nebbia,
chiamasse chiss quale marinaio disperso. Volevo sapere
cosa stava succedendo a casa nostra, ma volevo anche
sapere dove stava correndo mia madre con quella fretta
disperata, oltre a voler sapere perch mi aveva mentito
dicendomi di essere ancora un'insegnante di lettere, e
dov'era finita la sera prima. Perci, quando usc dal parcheggio
con la sua Lumina verde, la seguii.
La seguii a distanza ravvicinata per via della nebbia.
Anzi, le stavo proprio addosso, i miei fanali a stretto contatto
col didietro della sua auto. Era probabilmente il pedinamento
meno riservato nella storia dei pedinamenti; se
mai avessi avuto una licenza per farlo, me l'avrebbero revocata
di sicuro. E poi non  che mia madre mi facilitasse
proprio l'operazione: guidava con rabbia, e seguirla nella
nebbia fu una lezione di freno e gas, gas e freno. Per
fortuna non sembr accorgersi di me, n si spinse tanto
lontana, giusto fino al centro di Belchertown, a cinque miglia
da casa nostra, dove accost di fronte a una di quelle
vecchie, monolitiche logge massoniche, le quali - dal momento
che pare esserci un numero sempre minore di massoni
da alloggiarvi - ospitano adesso studi, monolocali, teatri
comunali, appartamenti. Mia madre balz fuori dalla
macchina, evidentemente ancora in piena agitazione per
qualcosa; attravers la strada di corsa e varc il portoncino
d'ingresso. Aveva anche un'andatura elegante, un incedere
a lunghe falcate, che la rendevano una sorta di creatura
fuggente da ammirare nel suo dileguarsi in una vecchia
loggia massonica, evaporando dalla nebbia.
La seguii, ma siccome il mio incedere non  n a lunghe
falcate, n elegante, mi ritrovai a pi di qualche passo
indietro. Una volta attraversata la porta d'ingresso, penetrando
nell'entrata rivestita di piastrelle in ceramica, era
gi scomparsa. C'era una porta sulla sinistra dell'entrata e
una sulla destra. Mr Robert Frost (alla cui casa, in quanto
struttura praticabile, restava meno di un giorno da vivere
sulla faccia di questa terra, come scoprirete presto)
diceva che intraprendere la strada meno battuta faceva
una gran bella differenza, ma questo consiglio era utile soltanto
se si sapeva gi qual era la strada meno battuta. Scelsi
la porta a destra senza una ragione particolare.
Attraversata la porta non fu mia madre ci che trovai,
bens un salone tutto echi che, senza ombra di dubbio, era
il luogo in cui i massoni procedevano all'investitura dei
nuovi membri e praticavano la loro magia bianca. Questo
salone era grande quanto la palestra di una scuola ed era
interamente rivestito di legno scuro: i pavimenti erano formati
da larghe tavole di legno, anch'esse verniciate di scuro,
e gli alti, altissimi soffitti avevano metri e metri di incastri
a linguetta. Ai lati si elevavano anche delle grandi
scatole verticali, dalle dimensioni e dalla forma di confessionali,
quel genere di contenitori in cui sarebbe stato possibile
esprimere il proprio voto o confessare i propri peccati.
Le uniche cose che non fossero di legno erano un
organo a canne e l'alta pedana di marmo sulla quale esso
poggiava. Ai piedi della pedana un gruppo di persone erano
sedute su sedie pieghevoli disposte in un cerchio. Non
mi avevano sentito entrare, e cos avanzai silenziosamente,
con la speranza di vedere se mia madre fosse tra loro.
Non era cos, me ne accorsi quando mi avvicinai, e notai
anche che il gruppo era composto da uomini e donne
- forse una quindicina in tutto - vestiti da maghi e streghe,
con indosso cappelli a punta e mantelli neri decorati
con immagini di lune piene e bacchette magiche e calderoni
fumanti e di altre semi-stronzate del genere, simboli
dell'occulto. Il tutto riusc a spaventarmi per un attimo, e
mi domandai se i massoni si fossero reinventati, trasformandosi
in un'istituzione mista e dedita alla stregoneria.
Poi, per, osservai pi attentamente e notai che tutti - uomini
e donne - avevano un libro in mano. Lo riconobbi
all'istante. I miei figli ne possedevano una copia a testa,
persino Christian che non sapeva ancora leggere bene. Era
uno di quei libri per ragazzi pubblicati in Inghilterra, tanto
famosi che per qualche ragione non sono nemmeno pi
considerati libri per ragazzi e che, ad ogni modo, avevano
scatenato una tale febbre tra i lettori da indurli a vestirsi
come i personaggi del libro e a mettersi in coda a mezzanotte
per acquistare l'ultimo uscito della serie e usare
parole britanniche invece che americane. In effetti, sia
Katherine sia Christian si erano rifiutati per un po' di
andare in qualunque posto senza la loro copia, come i diabetici
con l'insulina; a Halloween si travestivano da qualche
personaggio del libro, e anche il giorno dopo Halloween.
Tutto questo a me pareva normale.  cos che si comportano
i bambini: i bambini hanno le loro manie, i bambini
si travestono. Ma per gli adulti  un altro paio di maniche,
no?  questo ci che l'amore per un libro ti spinge a fare?
 l'amore per un libro che ti rende di nuovo bambino?
O forse si tratta soltanto di ci che l'amore ti spinge
a fare e basta, libro o non libro?
Possibile. Ma non era questa la ragione per cui quegli
uomini e quelle donne - della mia et e genitori come me -
erano vestiti nel modo in cui erano vestiti, riuniti nel modo
in cui si erano riuniti, e con in mano il libro che tenevano
in mano. Non erano l per il romanzo (stavo origliando
adesso), ma piuttosto per capire meglio i propri figli,
per entrare a far parte del loro mondo, cos come avrebbero
potuto fare mettendosi ad ascoltare l'hard rock dei
loro ragazzi o sviluppando qualche dipendenza dalle droghe
pesanti che prendevano loro.
- Dobbiamo sostenere i nostri figli, - disse un mago.
Aveva un paio di occhiali grandi e ovali, a rischio di trasformarsi
in occhiali da sub, tanto erano spessi, e una barba
brizzolata, che grattava con foga mentre parlava. - Se
leggono e amano questo libro, allora anche noi dobbiamo
leggerlo e amarlo.
- E se il libro non  per niente bello? - domand una
strega con un paio di sandali sportivi. - Devo dire che ho
letto il primo capitolo e non  che mi sia piaciuto granch
-. Quando la strega in sandali sportivi pronunci
questa frase, non guard in faccia nessuno; era intenta a
fissarsi i piedi, che erano grandi e tutti arrossati e spingevano
per uscire dai lati e dal dorso dei sandali, manco
fossero formaggio fuso.
- In un certo senso, non ha alcuna importanza se il libro
sia bello o brutto, - rispose il mago serio. - E poi, in
un certo senso, il libro deve per forza essere bello.  parte
della cultura.
Seguirono un forte brusio e un mormorio di assenso da
parte del gruppo, e io ne approfittai, usandolo come copertura
mentre mi giravo e mi dirigevo verso la strada pi
o meno battuta, a seconda di quale fosse considerata quella
sbagliata, e verso l'ingresso, dove provai con la porta a
sinistra che risult chiusa a chiave. Cosa avrei dovuto fare
davanti a un'altra porta chiusa? Sapevo, per esperienza
recente, che non sarebbe servito a nulla bussare. Ma
che altro avrei potuto fare? Dov'era finito il poeta che
avrebbe saputo dirmi che fare quando la porta della strada
meno battuta  chiusa a chiave? Dov'era finito il poeta
che avrebbe saputo dirmelo?
Era nel New Hampshire, o, quanto meno, lo era ancora
la sua casa, per il momento, perci feci ci che sapevo
di dover fare, ci in cui ero diventato ormai un esperto:
uscii e, nella nebbia, spiai mia madre dalle finestre di fronte,
le quali, come l'intero edificio del resto, erano enormi.
Eccola li, al secondo piano. La sua era l'unica finestra illuminata,
e mia madre vi era seduta davanti, a un tavolo,
con le mani che reggevano il mento e lo sguardo perso nel
vuoto. L'unica cosa pi malinconica dell'essere da soli in
una stanza, senza avere niente da guardare o da fare o da
reggere all'infuori del proprio mento,  osservare qualcun
altro in quella condizione. Avrei voluto ritornare dentro
la vecchia loggia massonica e strappare di mano una copia
di quel famoso libro a una delle false streghe o dei falsi maghi
per lanciarlo a mia madre dalla finestra che, intanto,
avrei dovuto farle aprire, cos come Giulietta aveva aperto
la sua per Romeo, e Raperonzolo per quel giovanotto
che tanto disperatamente voleva che gli buttasse gi la
treccia. Se solo mia madre avesse avuto un libro da reggere
fra le mani non sarebbe sembrata cos sola. E forse anche
questo  uno dei motivi per cui si legge: non tanto per
sentirsi meno soli, ma piuttosto per far s che gli altri ci
trovino meno soli con un libro in mano, e quindi non provino
pena nei nostri confronti e ci lascino in pace. Accadeva
la stessa cosa anche ai maghi e alle streghe? Che i loro
figli, cio, leggessero libri affinch i genitori non li trovassero
soli e li lasciassero in pace? Magari avrei potuto chiederglielo
intanto che gli strappavo una copia del libro da
dare a mia madre.
- Sam Pulsifer, - disse una voce alle mie spalle. Mi voltai
per affrontare la voce e la persona a cui apparteneva:
l'agente Wilson.
Somigliava di pi a un agente investigativo questa volta:
indossava ancora un paio di pantaloni color sabbia e
degli scarponcini da lavoro, ma si era sbarazzato della felpa
con il cappuccio, preferendo una camicia azzurra con i
bottoni agli angoli del colletto e una giacca sportiva blu
che probabilmente era stata di suo padre o forse di un
agente pi vecchio. La giacca sportiva blu avrebbe anche
potuto stargli bene, se solo non si fosse sforzato di abbottonarla.
E invece si era sforzato di abbottonarla, infliggendo
una punizione inutile al suo stomaco, alla giacca e ai
bottoni. In pi, qualcuno doveva avergli detto che non
avrebbe potuto fare l'investigatore se non avesse bevuto
fiumi di caff. Reggeva un bicchiere di plastica, e soffiava
contro il fumo che si levava dal coperchio forato.
- Che ha fatto li dentro per tutto questo tempo? - domand.
- Visita a sua madre?
- Spiavo i maghi, - risposi. - E anche le streghe.
- Come?
- Credo di aver intrapreso la strada meno battuta, - gli
dissi.
- A proposito di strada, - replic lui, sforzandosi di riportare
la conversazione su un terreno che avrebbe saputo
capire e controllare, - le sono stato dietro mentre guidava.
Lei ha una pessima guida.
- Seguivo mia madre.
- Lei non  capace di seguire un cazzo.
- Lo SO.
- Avrei potuto multarla, - disse.
- Sono contento che non l'abbia fatto, - risposi, soprattutto
perch, se mi avesse dato una multa, mi avrebbe
chiesto di esibire la patente e io non sarei stato in grado
di mostrargliela. Perch Lees Ardor non me l'aveva pi
restituita - me n'ero appena accorto. La rivedevo in aula,
mentre teneva in mano la mia patente ma non mentre me
la restituiva, e questo, insieme alla lettera di Mr Frazier,
era stato un altro errore di cui mi sarei pentito. Comunque,
ero certissimo di aver fatto altri errori, per cui non
pensai troppo a quello che avevo appena commesso. Ecco
un'altra delle cose che avrei scritto nella mia guida del piromane:
se commetti un errore, non starci a pensare troppo,
altrimenti finirai per commetterne molti altri.
- Se avesse cercato di darmi una multa, - dissi, - le
avrei chiesto di mostrarmi il distintivo -. Mi erano venute
in mente alcune cosette sull'agente Wilson, per esempio
che non aveva detto ai miei genitori a quale sezione
della polizia apparteneva, qualora appartenesse a qualche
sezione. - Ma ce l'ha, almeno, un distintivo?
- Eccolo qui, - rispose, e me lo mostr infilato in un
portafogli sottile. Il distintivo era dorato e aveva una sorta
di sigillo o di stemma in rilievo, e sullo stemma un'iscrizione
di qualche tipo che per non riuscivo a leggere sotto
la luce e nella nebbia. Tuttavia, finsi di esaminarlo con
attenzione, come se sapessi distinguere perfettamente un
distintivo autentico da uno falso. Sull'altra ala del portafogli
c'era un documento con una foto, il nome - Robert
Wilson - e il titolo: agente investigativo, Squadra dolosi,
Sezione incendi dello stato del Massachusetts. Il documento
sembrava piuttosto autentico: lo esposi alla luce di un
lampione e osservai una filigrana e degli ologrammi dall'aspetto
ufficiale.
- Lei  un vigile del fuoco, - dissi.
- Sono uno sbirro, - rispose in maniera un po' troppo
forzata, dandomi a capire perfettamente quale nervo avesse
scoperto e quanto detestasse che glielo toccassero.
- Ok, - dissi, e gli restituii il distintivo. L'agente Wilson
lo afferr e lo infil nella tasca della giacca. Cos facendo,
la giacca si apr di scatto lasciando scoperto il petto,
sicch riuscii a scorgergli la fondina a spalla e il calcio
della pistola che da essa sporgeva. Per cui, sebbene non
fosse uno sbirro, si trattava pur sempre di un vigile del
fuoco con la pistola, il che, immaginai, era pi o meno la
stessa cosa.
- Sa che la notte scorsa qualcuno ha tentato di dare alle
fiamme la casa di Mark Twain? - domand.
- Non sono stato io, - risposi.
- Non l'ho pensato, - disse, bench il sorriso saccente
sul suo volto suggerisse che in realt lo pensava, il che mi
spinse ad aggiungere come contromisura del tutto non necessaria:
- E nemmeno la casa di Edward Bellamy l'ho incendiata
io.
- Non l'ho pensato, - ripet, questa volta con ancor
meno sincerit di prima. Infil la mano sinistra nella tasca
della giacca sportiva e attraverso la fodera si diede una pacca
allegra sulla coscia.
- No, certo che no, - dissi io. - Ecco perch mi ha seguito
fin qui.
- Forse non stavo seguendo soltanto lei, - afferm.
- Magari stavo seguendo anche sua madre.
- E perch mai avrebbe dovuto farlo?
- Avr le mie buone ragioni, - rispose, e poi aspett
che gli facessi la domanda pi ovvia, cosa che in effetti
feci.
- E quali sono le sue ragioni? - domandai. - Perch segue
mia madre?
- La sera in cui qualcuno ha cercato di dar fuoco alla
casa di Edward Bellamy, - disse, - lei si trovava a casa dei
suoi genitori, non  vero?
- S.
- E c'erano anche loro? - domand, muovendo il pollice
in direzione di mia madre, seduta davanti alla finestra
illuminata. - Sua madre era a casa quella sera?
- Certo, - risposi. Ma era cos? Era davvero a casa?
- Dove poteva essere se no? - dissi pi a me stesso che a
qualcun altro, ma ovviamente lo dissi anche ad alta voce,
perdendo quindi la mia esclusiva ad ascoltarlo.
-  possibile che fosse qui, - disse l'agente Wilson. - 
possibile che fosse altrove. Ovunque fosse, lo scoprir -.
Sembrava fiducioso, il che mi spavent. Non c' niente di
pi spaventoso, per qualcuno sprovvisto di fiducia in s,
di chi ne esibisce molta. Per cui, in quel preciso momento,
me ne venni fuori con qualcosa che, come al solito, tanto
per non smentirmi, non avrei dovuto dire e avrei finito
per rimpiangere di aver detto.
- So chi ha tentato di dare alle fiamme la casa di Mark
Twain, - affermai.
- Davvero? - rispose l'agente Wilson. La sua fiducia
non scomparve del tutto in quell'istante, tuttavia mi sembr
di averla in parte smorzata.
- S, - dissi. - Si chiama Thomas Coleman. Non 
escluso che abbia incendiato anche la casa di Edward Bellamy.
Non so dove abiti, per ci sono buone probabilit
di trovarlo a casa mia, a Camelot.
- A casa sua, a Camelot, - ripet.
- Hyannisport Way centotredici, - confermai.
- Perch mai dovrebbe trovarsi a casa sua?
- Se la fa con mia moglie, - dissi, ammettendolo a me
stesso e a qualcun altro per la prima volta. - O ci sta provando.
E quale fu la reazione dell'agente Wilson a tale notizia?
Inaspettata. Non mi rivolse alcuna domanda, non si
chiese chi fosse questo Thomas Coleman, n la ragione per
cui avrebbe voluto incendiare quelle case, n infine come
facessi a sapere dei suoi attentati. L'agente Wilson non mi
fece nessunissima domanda. Si limit a voltarmi le spalle,
avviarsi verso la sua auto, aprire la portiera di guida e salire.
- Aspetti, - gridai, raggiungendolo dalla sua parte. L'agente
Wilson aveva scritta in faccia tutta la sua confusione,
cos come un attimo prima aveva esibito tutta la sua
fiducia in se stesso; il volto sembrava persino pi giovane,
il che significa che la fiducia in s invecchia, mentre la confusione
mantiene giovani, cos come ci si aspetterebbe da
un atteggiamento positivo e dalle creme per il viso svedesi,
anche se non accade mai. - Dove va?
- Vado a casa sua, - rispose, - a parlare con sua moglie
e con questo Thomas Coleman.
- Solo perch gliel'ho detto io? - domandai. Era cos
facile fare il canarino della polizia? E chi mai se lo aspettava
che bastasse dar voce ai propri sospetti e puntare il
dito su qualcun altro per ottenere dei risultati tanto celeri
? - Cos di botto?
- S, Sam, - disse. - Cos di botto. Ma far meglio a non
mentirmi. Far meglio a non prendermi per i fondelli.
- Non la sto prendendo per i fondelli, - gli assicurai,
sebbene in realt fossi io ad aver bisogno di rassicurazioni.
Thomas Coleman era il mio sospetto numero uno, anzi
l'unico e il solo. Sentivo dal profondo del mio cuore che
era stato lui ad appiccare gli incendi; sentivo che era lui il
colpevole. Cos l'avevo riferito all'agente Wilson, ma subito
dopo fui colto da dubbi, dubbi enormi. Il mio verdetto
era stato colpevole, e un istante dopo mi pareva quasi
che Thomas Coleman potesse essere innocente. Mi domandai
se sarebbe apparso nuovamente colpevole se avessi detto
innocente. Ma ormai era troppo tardi, per cui mi limitai
a domandare: - Ma prima di andarsene non vuole chiedere
a mia madre dove fosse ieri sera? E non vuole neanche
chiederle dove fosse la notte dell'incendio alla casa di
Bellamy? - Lo domandai non perch volevo che glielo chiedesse,
ma perch l'agente Wilson - con il suo distintivo e
il tesserino, con la pistola e il caff - sembrava sempre pi
un vero investigatore, e io desideravo tanto sapere quali
erano le domande di un vero investigatore, e quando le faceva
e su chi.
- Non ora, - rispose. - E poi so dove trovarla -. E a
queste parole l'agente Wilson tir su il finestrino e part,
sprofondando nella nebbia di quella notte e lasciandosi alle
spalle lo stridio delle gomme, l'odore del tubo di scappamento
e questa lezione: essere un vero investigatore significava
sapere dove trovare le persone. Adesso sapevo
dove trovare mia madre. Ma perch era l? Era il suo
appartamento? Ci viveva con qualcun altro? Era quella casa
sua? E la notte dell'incendio alla casa di Edward Bellamy
si trovava in quell'appartamento invece che a casa
nostra? E ieri sera? Era stata in qualche altro posto oltre
che nel suo alloggio? Mi tastai la tasca della giacca e toccai
le due lettere: quella di Mincher che mi chiedeva di incendiare
la casa di Mark Twain, e quell'altra, anonima e
scritta a macchina, che chiedeva a Mincher tremila dollari
per appiccare il fuoco. La lettera non aveva timbro postale,
il che significava che qualcuno l'aveva recapitata a
mano, forse da una localit vicina. Ma intanto perch una
lettera? Perch non chiamare Mincher al telefono e spacciarsi
per me? L'unica risposta era che chiunque avesse
scritto a macchina e consegnato la lettera non poteva spacciarsi
per me al telefono. Poteva farlo qualunque uomo ma
non una donna. E quale donna avrebbe voluto fingere di
essere me? Veramente io di donne ne conoscevo solo due:
una si trovava a Camelot, l'altra proprio di fronte a me,
sebbene paresse sempre meno la madre che pensavo che
fosse e sempre pi una perfetta sconosciuta.
- Oh, mamma, - dissi piano. Mia madre era ancora seduta
alla finestra; non leggeva, non mi guardava. Per quanto
potessi intuire, si limitava a fissare il vuoto.
In quel momento il gruppo di maghi e streghe usc dall'edificio,
ciascuno con in mano una copia del libro tenuto
a distanza dal corpo, quasi fosse una bacchetta da rabdomante
capace di portarli dritti al centro del cuore dei
loro figli. Avevano un'aria cos felice, esalavano gioia da
tutti i pori, come succede quando si crede di aver trovato
la risposta a una questione particolarmente difficile. Ognuno
si sent in dovere di salutarmi calorosamente con un
Salve o un Buona sera, e poi si misero a parlare della
nebbia, di quanto fosse britannica, proseguendo con una
lunga e franca discussione sulla magia di quella nebbia, e
poi assicurandosi che una volta a casa avrebbero certamente
svegliato i bambini per mostrargliela e cercato un brano
del libro che parlasse di nebbia, cos da confrontare la
nebbia letteraria con quella meteorologica, e nel bel mezzo
di tutto questo parlottare, percepii, con la coda dell'occhio,
un balenio di luce. Spostai lo sguardo dai maghi e
dalle streghe verso la finestra dell'appartamento di mia
madre; era immersa nel buio adesso, e di mia madre pi
nessuna traccia. Devo essere rimasto a guardare la finestra
per cinque, dieci, quindici minuti buoni. I maghi e le streghe
salirono in macchina e si allontanarono nella notte,
mentre io rimasi ancora ad aspettare che mia madre riaccendesse
la luce, ad aspettare che uscisse dal palazzo, ad
aspettare qualcosa. Ma questa  un'altra delle cose che scriver
nella mia guida del piromane (che, come avrete capito
ormai,  anche la guida dell'investigatore, la guida del
figlio, una guida cio tanto specifica o tanto generica a seconda
dei bisogni di ciascun lettore): si pu aspettare solo per un po' che una finestra buia torni ad essere illuminata.
E quando si comincia a domandarsi se quella finestra
possa mai tornare ad essere illuminata, e se si sia visto
davvero ci che si pensava di aver visto e chi si pensava di
aver visto quando la luce era accesa, allora si  aspettato
troppo a lungo e la cosa migliore da fare  tornare a casa
propria. Cos me ne tornai a casa mia.
 
Capitolo quindicesimo.

Sarebbe il caso di dire, a questo punto, che sin dall'inizio
avevo capito che mio padre era un alcolizzato e che
non aveva mai avuto un colpo apoplettico. Dovevo saperlo;
come facevo a non saperlo? Ovviamente lo sapevo. Fingevo
soltanto di credere che mio padre avesse avuto un
colpo apoplettico. Perch lo sappiamo tutti: essere figli significa
mentire a se stessi sul proprio padre. Ma una volta
che cominci a dirti la verit, vuol forse dire che smetti
di essere figlio e lui di esserti padre? E allora cosa sei? E
lui cos'?
La verit  che mio padre era un ubriacone, e che c'era
stato un festino a casa dei miei. Doveva essersi concluso
non molto prima che io rientrassi per la seconda volta
quella sera. Il posto era un disastro, persino peggiore di
prima. C'erano posacenere ovunque, traboccanti di mozziconi,
tanto che, piuttosto che svuotarli, gli ospiti avevano
usato ogni singola superficie disponibile - piana o concava,
altamente infiammabile o pi moderatamente infiammabile
- per depositare la cenere. Il salotto aveva
un'aria postvulcanica. Sul tavolino erano allineati dei bicchieri
alti per le bibite, e all'interno di ciascun bicchiere
fluttuavano i resti acquosi di un liquido scuro e ripugnante,
qualcosa che, senza dubbio, o si beveva d'un fiato o
non si beveva affatto. Sul divano qualcuno aveva lasciato
quel tipo di visiera che ci si aspetterebbe in testa a un croupier
o a un cronista alle prime armi, in qualche vecchio
film. Sul pavimento, tra il divano e il tavolino, giaceva un
imbuto trasparente, di quelli per la benzina. Lo raccolsi e
notai che all'estremit penzolava eloquente un lungo pezzo
di manichetta o di tubo bianco che rimisi subito al suo
posto. La cyclette era stata buttata in un angolo della stanza,
rovesciata su un fianco; un pedale puntava verso il soffitto
e girava ancora. Il televisore era acceso, ma l'audio
era muto; era un programma di chirurgia coronarica, e continuavano
a mostrare primi piani di ferite al petto, dapprima
aperte poi ricucite. La musica era altissima, al punto
che non saprei nemmeno dire cosa fosse, n da dove
provenisse, tanto pi che i miei genitori, per quanto ne sapessi
io, non possedevano uno stereo. Seguii il suono, attraversando
il salotto ed entrando nella camera di mio padre.
Il letto era un macello come il resto della casa: alcuni
lenzuoli pendevano dalla sedia, dal comodino, dalla testiera,
erano dappertutto tranne che sul letto. Un grosso stereo
portatile era adagiato sul pavimento e vibrava per il
suono che riproduceva. Al di sopra del fragore di chitarra
e bassi, mi riusc di distinguere la voce del cantante che
chiedeva ambiguamente: Per caso qualcuno ha un cannone?;
spensi lo stereo e udii delle normali voci di esseri viventi
provenire dalla cucina. Le seguii. Mio padre era seduto
al tavolo, e dall'altra parte c'era un altro uomo, qualcuno
che non avevo mai visto prima. Tra lui e l'altro, sul
tavolo, c'erano la scatola da scarpe e le lettere sparpagliate
intorno. In quel momento mia madre mi mancava da
pazzi, cos come pu mancarci un genitore quando l'altro
sta facendo qualcosa che non dovrebbe fare.
- So dov' la mamma, - dissi a mio padre, ma lui non
mi aveva sentito, o fingeva. L'altro uomo, invece, mi aveva
sentito eccome; sollev lo sguardo e mi sorrise in quel
modo vacuo, imperturbabile, di chi  davvero andato. Aveva
pressappoco la stessa et di mio padre, forse un tantino
pi vecchio, indossava una giacca malconcia di velluto
grigio a coste, e aveva un naso tipo quello della renna Rudolph
se Rudolph avesse mai fatto la boxe - buscandole.
Sul tavolo, di fronte a loro, troneggiava una lattina di
Knickerbocker da un litro, e altre vuote erano sparpagliate
dappertutto in cucina.
- E adesso questa, - disse mio padre, - questa  una
delle mie preferite. E di un tizio di Leominster che chiede
a mio figlio di incendiare la casa di Ralph Waldo Emerson
perch lo avevano chiamato Waldo, per via di Emerson appunto,
e nessuno gli aveva mai permesso di scordare quanto
fosse stupido quel nome -. Anch'io ricordavo quella
lettera: chi scriveva mi informava che forse avrebbe dovuto
chiedermi di incendiare anche la casa dei suoi genitori,
innanzitutto per avergli dato quel nome, senonch
i suoi erano morti e lui adesso viveva nella loro casa - ormai
libera da mutui, vincoli, trascrizioni e iscrizioni ipotecarie
pregiudizievoli - e se le avessi dato fuoco avrebbe
dovuto pagarsi un affitto altrove. Mio padre pass la
lettera all'uomo, dall'altra parte del tavolo, e lui le diede
un'occhiata assente, come se fosse la fotografia di persone
che non conosceva; poi la pos sul tavolo. - E questa
lettera - continu mio padre -  di una donna che
chiedeva a mio figlio di incendiare la casa di Herman
Melville, a Pittsfield...
E via dicendo. Ci che conta non  tanto cosa dicesse
mio padre, quanto il modo in cui lo diceva. Farfugliava
un po' mentre parlava, ma ogni impedimento o danno articolatorio
erano totalmente assenti nella sua parlata.
Adesso s che sentivo, vedevo e capivo chiaramente. Osservavo
mio padre, non da solo o con mia madre, ma nel
suo ambiente naturale, e anche questo andr a finire nella
mia guida del piromane: osservare il proprio padre nel
suo ambiente naturale riempie il cuore di tristezza. Mi
ero rattristato quando avevo creduto che il babbo avesse
subito un ictus e fosse rimasto semiparalizzato, ma almeno
allora potevo considerarlo un eroe. Questa, invece, era
una tristezza diversa, pi profonda, la tristezza che provi
quando scopri che la persona che ami non  la persona
che pensavi di amare. E la mattina dopo, al mio risveglio,
guardando mio padre, sarei stato triste in qualche altro
modo? E comunque, quante forme di tristezza esistono
al mondo?
- Che cosa strana, - diceva mio padre, sebbene l'uomo
dall'altra parte del tavolo non lo stesse pi a sentire: teneva
ancora la mano intorno alla lattina di birra, ma aveva
gli occhi chiusi e il collo combatteva una battaglia persa
per sostenere la testa ed evitare che si schiantasse sul tavolo.
- Alcune lettere sembrano scomparse -. Mio padre
raccolse tutte le lettere, le ordin una sull'altra, e poi cominci
a passarle in rassegna, mentre le labbra si muovevano
ad accompagnare il suo inventario. Esaminata una,
passava a un'altra. La testa dell'uomo si accasci con un
tonfo, ma mio padre non se ne accorse nemmeno. Forse
perch era stufo di essere ignorato, l'uomo si alz da tavola,
sulla fronte gli si era gi formato un bernoccolo, e lasci
la stanza e poi la casa; sentii la porta d'ingresso aprirsi
per poi richiudersi. Mio padre continu a non accorgersi
di nulla. - Non capisco proprio, - disse.
- Quali lettere mancano? - gli chiesi con tono pacato,
perch, per quanto mi sembrasse, non era per nulla consapevole
della mia presenza e io non volevo spaventarlo.
Lui, per, non parve affatto sorpreso di sentire la mia voce.
Non  escluso che sapesse fin dall'inizio che ero l, o
forse non gli importava.
- La lettera di Edward Bellamy, ovviamente, - rispose
lui. - Ma ne mancano altre sei.
- Quali sono? - domandai. Sapevo fin troppo bene che
quella della casa di Mark Twain non poteva esserci, dal
momento che ce l'avevo io in tasca. E infatti mio padre la
menzion, e poi aggiunse: - Ma ne mancano altre cinque,
e non riesco proprio a ricordarmi quali.
- Allora come fai a sapere che mancano?
Mi guard con aria compassionevole. - Ti hanno mandato
centotrentasette lettere. E qui ce ne sono soltanto
centotrenta Si diede dei pugnetti sulla testa, quasi a stanare
i nomi che aveva dimenticato.
- Lo sapevi che ieri sera hanno tentato di incendiare la
casa di Mark Twain? - domandai.
- S, - rispose mio padre. Si volt a guardarmi per la
prima volta, nonostante il suo volto non esprimesse assolutamente
nulla a parte preoccupazione e sconcerto. - Ecco
perch ricordo la lettera sulla casa di Mark Twain, perch
sapevo che qualcuno aveva provato a incendiarla. Me
l'ha detto tua madre. Mi ha anche detto che, chiunque sia
stato, non ha fatto un lavoro accurato.
- E lei come lo sa? - gli chiesi.
- Presumo che l'abbia letto sui giornali, - rispose. - E
tu? Come facevi a saperlo?
- Anch'io l'ho letto sui giornali, - dissi, il che corrispondeva
a verit, o a una parte di essa. E aggiunsi: - Pap,
ho visto la mamma uscire di casa prima.
- S,  stata qui, - rispose mio padre, rimettendosi a
contare le lettere. - E poi se n' andata.
- Non sembrava tanto allegra, - commentai.
- Ho fatto un po' di casino, - disse. - Do una festa ogni
marted. Tua madre le tollera fintanto che la metto al corrente
di quando sono, cos che possa starsene alla larga.
Ecco perch sono sempre di marted.
- Oggi  luned, - dissi io.
-  stato questo l'errore, - ammise. - Pensavo fosse
marted. Cos ho telefonato a tutti e a ciascuno di loro ho
detto: Dove sei? Raggiungimi.
- Raccontami di queste feste, pap, - lo esortai, sebbene
me le immaginassi gi abbastanza bene. Dovevano essere
popolate da uomini come quel vecchio dal naso rosso
che aveva sbattuto la testa contro il tavolo della cucina,
uomini il cui unico e solo ambiente naturale era la cittadina
universitaria: specializzandi del tutto falliti o in via di
fallimento, professori alcolizzati o redattori come mio padre,
tutti con indosso una giacca di velluto a coste pi o
meno logorata. Questi tizi, in passato, avevano tutti avuto
un loro ambito - la letteratura vittoriana, la botanica
tropicale, la portata culturale della macchina da scrivere
manuale -, ma un bel giorno si erano resi conto che il loro
ambito non gli piaceva pi, non tanto quanto gli piacesse
bere, ad ogni modo. E l'unica altra cosa che gli piacesse
tanto quanto bere era l'eccentricit, il che aveva senso,
giacch erano tutti sia eccentrici sia alcolizzati. Mio padre
e le sue bisbocce e suo figlio, incendiario e assassino, e tutte
quelle lettere rientravano perfettamente in entrambi i
profili. Riuscivo gi a immaginarmeli, ogni marted, a casa
dei miei genitori, a bere e ad ascoltare mio padre mentre
leggeva quelle lettere, finch non avessero esaurito gran
parte del liquore e mio padre avesse esaudito gran parte
della loro curiosit e non avessero cominciato a dileguarsi,
fino a quando non fosse rimasto un ultimo tizio col naso
rosso, sempre il pi ubriaco di tutti, quello che non aveva
nessuno da cui tornare, e nessun posto in cui andare e
niente da fare tranne che sedersi al tavolo della cucina e bere
l'ultima Knickerbocker e ascoltare mio padre che la menava
e la menava e la menava con le sue lettere, lettere,
lettere, come aveva fatto in passato con molti altri alcolizzati.
Sapevo tutto questo senza che mio padre me lo raccontasse,
anche se lui lo fece, in realt, alla lettera.
- E quindi alla mamma queste feste non piacciono, -
commentai. Capivo il perch, ma c'era qualcosa che non
riuscivo a cogliere appieno. Dopo tutto non mi sembrava
che mia madre avesse alcun problema con gli alcolizzati in
genere, essendo lei stessa una di loro, tanto pi che era
sposata a uno di loro, e aveva un figlio che stava quasi per
diventarlo a sua volta. Perch mai, dunque, una manciata
di altri ubriaconi in giacche di velluto a righe la urtavano
cos tanto? - Perch non le piacciono queste feste? - chiesi
a mio padre.
- Non ne ho idea, - rispose, e anche questa  una cosa
che scriver nella mia guida del piromane: attenti a chi
risponde Non ne ho idea quando gli viene chiesto perch
alla moglie non piace qualcosa che lui ha fatto, che poi 
solo un altro modo per dire: attenti agli uomini in generale.
- Forse non le piace come riducono la casa i miei ospiti,
- rispose.
- A proposito di casa... - dissi. - Pap, da quanto tempo
la mamma si  trasferita?
- Trasferita? - ripet mio padre. - Non  del tutto corretto.
In fondo i suoi vestiti sono ancora tutti qui, o quanto
meno la maggior parte. E poi viene a casa quasi ogni sera
a bere.
- Pap, - dissi, - ho visto il suo appartamento stasera.
L'ho vista nel suo appartamento a Belchertown, al tempio
massonico. So tutto.
- Oh, - esclam. Si rabbui un po' in viso, che cominci
a sembrare sempre pi quello del padre invalido che
avevo creduto e voluto che fosse e che forse anche lui
avrebbe voluto essere. - Mi dispiace che tu sia venuto a
sapere di tutta questa faccenda.
- Ma almeno siete ancora sposati?
-  complicato, - rispose.
- Cosa? - domandai.
- Il matrimonio, - disse.
- L'ami ancora?
- Amo molto tua madre, - rispose mio padre in modo
automatico. Voleva dire che l'amava oppure no? Se mi
avesse fatto la stessa domanda su Anne Marie, gli avrei
dato la stessa risposta e gliel'avrei data allo stesso modo.
- Vorrei che tua madre non fosse in quell'appartamento,
- disse. - Vorrei che fosse qui, con noi.
- E allora perch non  qui?
-  complicato, - ripet mio padre. Mi resi conto che
complicato era la parola che usava per descrivere qualcosa
che non capiva, cos come io usavo la parola incidente.
Mio padre abbass lo sguardo e poi lo fiss di nuovo
sulle lettere. Ne prese una e io notai che gli tremava la
mano. A ogni secondo che passava, sembrava sempre pi
debole e distratto, e pensai che sarebbe stato meglio smetterla
con le domande se non volevo che tornasse ad essere
il padre completamente invalido che avevo creduto che
fosse.
- Pap, quante persone hanno visto queste lettere?
- Ho perso il conto, - rispose, e la risposta sembr soddisfarlo.
Si riprese un po' e cominci a camminare per la
cucina, scuotendo le lattine per vedere se contenessero ancora
della birra e scolando i residui rimasti.
- Qualcuno sa dove conservi le lettere?
- Certo, - rispose. Torn a sedersi al tavolo e riprese a
frugare tra le carte. - Un sacco di gente.
- E c' qualcuno di sospetto che lo sa? - chiesi. Questa
era una domanda stupida e mio padre mi lanci uno
sguardo che sembrava dire: Lo sono tutti, per cui mi
sforzai di pensare a qualcosa di pi specifico. Qual  l'aspetto
di una persona sospetta?, mi chiesi e subito mi si
present alla mente Thomas Coleman, soprattutto perch
aveva fatto capire di conoscere mio padre, sapeva dov'era
la sua camera da letto, ed era stato in questa casa solo
il giorno prima. In pi, lo avevo gi segnalato come colpevole
all'agente Wilson, per cui avevo gi scommesso sulla
sua colpa. In pi, non pensavo di poter citare nessun altro
tranne mia madre, e non volevo farlo, a meno che non vi
fossi costretto.
- Conosci un tizio di nome Thomas Coleman? - gli domandai.
- Conosco un sacco di gente, - rispose mio padre.
-  biondo, - aggiunsi. - Magro, con gli occhi azzurri
Riflettei un altro po'; avrei voluto disporre di altri
modi per descrivere fisicamente qualcuno che mi stava rovinando
la vita. - Magrissimo, - ripetei. - Ti sembra di
riconoscere qualcuno che abbia visto le lettere?
- Le ha viste un sacco di gente magra, - disse mio padre,
rivolgendosi pi alle lettere che a me.
- Pap, stammi a sentire! - gli urlai, cos come fa un
genitore al figlio, e cos come un giorno o l'altro fa il figlio
al proprio genitore, vendicandosi per quelle urla ricevute
cos tanti anni prima, l dove la vendetta  un'altra delle
molte forme di tristezza. Mio padre alz la testa di scatto
e la tenne ferma, prestando grande attenzione. - I genitori
di Thomas Coleman sono morti nell'incendio alla casa
di Emily Dickinson, - gli spiegai.
- Ah s? - rispose.
- S, - confermai. - Sono stato io a ucciderli -. Ammetterlo
finalmente mi procur una bella sensazione, sebbene
ogni bella sensazione esista soltanto finora quando
non la si rovina, e io la rovinai aggiungendo: -  stato un
incidente.
- Un incidente, - ripet mio padre.
- Conosci Thomas Coleman? - chiesi di nuovo. - Ha
visto le lettere? Sono sicurissimo che sia stato qualcuno
che ha visto le lettere a tentare di incendiare sia la casa di
Bellamy sia quella di Twain. Non  escluso che la stessa
persona abbia anche le cinque lettere mancanti. Pap, ti
prego, pensaci bene. Conosci un certo Thomas Coleman?
 importante.
Mio padre ci pens bene; lo sapevo perch le linee sulla
fronte, segno di preoccupazione, si ispessirono e moltiplicarono.
Port persino il dito indice alle labbra, tenendolo
l per un po'. Alla fine disse: - Non ne ho idea. Mi
dispiace, Sam, ma non lo so.
- Va bene, - risposi, e gli credetti, e anche questo sar
scritto nella mia guida del piromane: non fidarsi mai di chi
dice Non ne ho idea, ma non sottovalutare nemmeno la
sua capacit di non averne. - Pap, - dissi, - tu non credi
che possa essere stata la mamma a dar fuoco a quelle case,
vero?
- No, - rispose. - Perch mi fai una domanda del genere?
- Perch sono quasi convinto che sia una donna, - risposi.
- Se non  stato questo tizio, questo Thomas Coleman,
sono sicurissimo che sia stata una donna.
- E come mai?
-  complicato, - risposi io, rilanciandogli la sua parola
preferita. - Ma fidati, sono sicurissimo che sia stata una
donna.
- E perch mai tua madre? - chiese mio padre. Adesso
era davvero lucido, di colpo il suo sguardo si era liberato
dell'alcol, delle lettere e Dio solo sa di cos'altro lo avesse
annebbiato.
- Non lo so, - dissi. - Magari non  contenta che io sia
tornato. Magari  per colpa mia.
- Non dirla mai pi una cosa simile! - url mio padre.
E url davvero, e poi diede un pugno sul tavolo, offrendo
anche alla mano l'opportunit di urlare. Non credo di averlomai visto urlare, n dare pugni quando ero piccolo. Generalmente
metteva su il broncio e poi se ne andava. Non
so dire quale fosse meglio o peggio. Avevo solo quelle due
scelte? Di solito non se ne hanno di pi? - Tua madre non
ti farebbe mai niente del genere, - mi disse. - Non essere
ridicolo.
- Ok, - risposi.
- Ti vuole bene, stupido, - afferm. - Non sai quanto.
- Va bene, va bene, - tagliai corto. - Per sono sempre
convinto che sia stata una donna.
- Allora si tratta di un'altra donna, - disse lui. - Vattene
a cercare un'altra -. Era ovvio che dicesse cos, e ovviamente
gli diedi retta. Cercarsi un'altra donna: la speranza
che muove gran parte degli uomini e la speranza che,
un giorno o l'altro, li frega.
E quello fu tutto. Dopo avermi ordinato di andare a
cercare un'altra donna, mio padre sembr ripiombare nella
sua condizione di invalido. Rimise le lettere nella scatola
da scarpe, la sistem sotto il braccio, si alz dalla sedia
e si trascin fino alla camera da letto. Prima di lasciare
la cucina, per, allung la mano libera per prendere un
libro sul ripiano. - Comunque, - disse. Sollev la biografia
di Morgan Taylor e me la lanci. Non seppi reagire
con sufficiente velocit e il libro mi colp giusto nello stomaco.
Che coincidenza! Era proprio quello il punto nel
quale, a detta della copertina, il libro mi avrebbe colpito.
- L'ho letto. E io dovrei c'entrare qualcosa?
- Be', non proprio tu, - risposi. - Ma le cose che hai
fatto, i posti che hai visitato quando hai lasciato me e la
mamma. Quelle sono le tue storie.
- Se lo dici tu, - disse mio padre. Tir su le spalle e si
trascin a letto.
Come molti dei pesi morti, maschi e giovani che fungevano
da narratori nei libri che mia madre mi faceva leggere
quando ero un giovane peso morto io stesso, andai a letto
senza cena, e se per questo anche senza pranzo. Avevo
lo stomaco che tuonava dalla fame, al passo col tuonare
della mia testa. Le cose alle quali avrei dovuto pensare erano
cos tante che non riuscii a pensarne nessuna. Quand'
cos, l'unica cosa da fare  identificare un pensiero solo, il
pi semplice, quello che ti sta pi a cuore, e fare di tutto
per eliminarlo, e poi procedere cos, pensando a quello successivo
che vorresti eliminare.
Il pensiero che mi stava pi a cuore quella notte era il
seguente: Morgan Taylor aveva rubato le storie di mio padre
per il suo memoir. Mio padre l'aveva letto e aveva detto
che non c'entrava niente, anche se le cartoline che mi
aveva mandato testimoniavano il contrario. Da bambino
conservavo le cartoline di mio padre in una grande busta
avana, sullo scaffale pi alto dell'armadio. Mi alzai dal letto,
trascinai una sedia vicino all'armadio, montai sulla
sedia, mi allungai su su fino al ripiano pi alto e l trovai
la busta. All'interno c'erano le cartoline: le lessi l, al
momento, ancora in piedi sulla sedia. Erano esattamente
come me le ricordavo, con la calligrafia di mio padre, la
calligrafia che avevo riconosciuto sui biglietti con su scritto
Bevimi che mi lasciava di mattina, vicino alla pozione
dopo-sbornia. Me la ricordavo benissimo quella calligrafia,
in parte perch era l'unica volta che avessi mai visto
uno dei miei genitori scrivere qualcosa che non fosse un
illeggibile commento ai margini dei compiti o dei manoscritti
dei loro studenti, e persino quella scrittura non era
affatto una scrittura, piuttosto una serie di simboli che
suggerivano di andare o no a capo. Me la spiegai cos: i
miei scrivevano talmente tanto al lavoro che quand'erano
a casa non ce la facevano a scrivere un bel niente - nemmeno
la lista della spesa o un biglietto di auguri. Eccezion
fatta per le cartoline di mio padre. Era possibile che mio
padre non se le ricordasse bene, per esistevano eccome,
una prova scritta che qualcosa di importante era successo
davvero nel modo in cui ricordavo che era successo. Ogni
cartolina si chiudeva con un Ti voglio bene, pap.
- Anch'io ti voglio bene, - dissi alle cartoline, tornando
a sistemarle nella busta per poi riporle sullo scaffale pi
alto. Il padre che si trovava al piano di sotto mi pareva
strano e non mi piaceva molto, ma quello delle cartoline
esisteva ancora nel mio cuore e sullo scaffale pi alto dell'armadio.
Avendo una cosa in meno a cui pensare, me ne
tornai a letto e cercai di prendere sonno. E lo feci, per tre
ore, quando il telefono mi svegli. Continu a suonare suonare
suonare - i miei non avevano una segreteria telefonica,
il che mi sembr pi che logico, dal momento che non
credo di aver sentito il telefono squillare neppure una volta
da quando ero tornato a casa - finch non mi strapp
dal letto e mi trascin al piano di sotto, dove i miei tenevano
il telefono. Sollevai la cornetta e risposi come di consueto,
ma dall'altra parte sentii una voce di uomo che non
riconobbi: - La Residenza di Robert Frost, Sam. A mezzanotte,
- e poi riagganci. Rimisi a posto la cornetta, poi
mi avviai verso la camera di mio padre. Ero pronto a svegliarlo,
ma in realt era gi sveglio. La luce sul comodino
era accesa. Accanto alla lampada c'era un cartone di vino,
di vino rosso che gocciolava sul pavimento dal rubinetto.
Mio padre era seduto sulla sedia, un bicchiere di vino fra
le mani e la scatola da scarpe scoperchiata sulle gambe.
Stava in piedi fino a tardi, bevendo vino da un cartone, a
preoccuparsi per le lettere scomparse, allo stesso modo in
cui un altro padre sarebbe stato in piedi fino a tardi, bevendo
caff, a preoccuparsi per un figlio o una moglie
scomparsa.
- Pap, - dissi, - hai sentito il telefono?
- S, - rispose, e scol il vino. Mise il bicchiere sotto il
rubinetto, lo riemp solo a met, e poi lanci velocemente
uno sguardo deluso alla scatola, facendomi capire che
era vuota.
- Era qualcuno che mi informava del suo prossimo incendio
alla Residenza di Robert Frost. Con queste esatte
parole.
- Peter Le Clair, - disse automaticamente. - Strada statale
diciotto numero dieci, Franconia, New Hampshire -.
Mi guard con imbarazzo e annu. - Avrei dovuto ricordarmelo,
quello l.
       
PARTE QUARTA.
 
Capitolo sedicesimo.

Era bello il New Hampshire. Tanto per cominciare, subito
dopo aver superato il confine di stato si era messo a
nevicare e io ebbi la sensazione che la neve da quelle parti
non smettesse mai di cadere e che, se mi fossi voltato
indietro a guardare il Massachusetts, avrei scorto una densa
linea di separazione tracciata dagli eventi atmosferici:
da una parte la tormenta, dall'altra soltanto palme a vista
d'occhio e brezze tiepide. Ma non mi girai a controllare.
Tenni lo sguardo ben fisso sulla strada, davanti a me, perch
la neve veniva gi grossa cos, e con tutti quei camion
che trasportavano merci verso nord era proprio difficile
vederci qualcosa: solcando la loro scia, raffiche e sferzate
di neve si abbattevano sul mio parabrezza. Mi pareva di
guidare alle spalle di un feroce e terribile tsunami targato
Quebec. Poi un camion rimase incastrato in un solco di
neve, sband a sinistra, fece un testa-coda nel traffico e
fin fuori strada in un fossato, al che le auto cominciarono
a slittare a destra e a manca nel panico generale, e fu
come se tante vetture di un autoscontro avessero perso le
loro aste avanzando nella neve a cento chilometri all'ora
e con una visibilit orripilante. Fu un vero putiferio, e sapevo
che se fossi rimasto ancora sull'autostrada anch'io mi
sarei presto ritrovato in un fosso, se mi andava bene, perci
decisi di prendere l'uscita successiva.
Fuori dell'autostrada era tutto una magia: nevicava ancora
forte, ma niente rimorchi n velocit sostenute e quindi
era pi celestiale, lontano dai pericoli e dagli impedimenti
visivi; tutto sommato, si trattava di un New Hampshire
ben pi piacioso. Attraversai una dozzina di cittadine,
graziose cittadine costellate di case dai rivestimenti
bianchi di legno e di giardini ammantati di neve e chiese
congregazionaliste come tante funzionali scatole bianche,
e di ponti di legno coperti e persino di un paio di mulini
ad acqua, le cui pale, per quanto audaci e speranzose, giravano
a fatica in rivoli ghiacciati e senza grandi risultati
rispetto a tutto quel girare. Sarebbe stato bello se non
mi fossi limitato ad attraversarlo in macchina e se avessi
imparato a dipingere: avrei potuto trasferirmi nel New
Hampshire e fare l'artista, immortalando quei villaggi.
Ecco quant'erano graziosi. A Red Bell passai davanti a
una locanda di fronte alla quale erano parcheggiate sei o
sette vetture, tutte con targhe di altri stati, chiaramente
di gente in vacanza. Io, dal canto mio, una vacanza non
l'avevo mai fatta, non precisamente, ma adesso capivo
perch la gente ci andava. Si andava in vacanza non tanto
per allontanarsi da casa propria, bens per immaginarsi
di possederne un'altra, una casa pi bella in cui vivere
una vita migliore. Lo avevo capito perch, mentre guidavo,
quel buco che eravamo io e la mia esistenza si rimpiccioliva
sempre pi, riempiendosi del New Hampshire, o
forse solo dell'idea del New Hampshire, ma che importanza
aveva, ci che contava era che stesse realmente colmando
il vuoto. Perci non  escluso che una vacanza servisse
proprio a questo: a riempire il buco che eri tu quando
non eri in vacanza.
Perch Red Bell aveva questo effetto su di me: mi faceva
sentire ricolmo e allo stesso tempo mi spingeva a riflettere.
E ora che mi ero reso conto di com'erano le vere
cittadine del New England, riuscivo anche a vedere Camelot
con gli stessi occhi con cui Anne Marie lo aveva visto
la prima volta: di cattivo gusto, sterile e cos desolato, mentre
le sue case non si prestavano affatto ad essere un rifugio
dal mondo tanto crudele. Al contrario, se ci fossimo
trasferiti qui, a poca distanza da un mulino, le cose sarebbero
andate diversamente. Era troppo tardi? Magari no.
Magari Anne Marie e io avremmo potuto aggiustare tutto
nel New Hampshire; magari le chiese a forma di scatola
avrebbero aiutato lei a dimenticare le mie bugie e me a
dirle finalmente la verit; magari da queste parti, a Red
Bell o nelle vicinanze, sarei pure riuscito a non combinare
tanti casini. Dopo tutto, quel posto era cos vecchio e
ne aveva gi viste cos tante che forse avrei potuto evitare
di fare qualcosa che non fosse gi stato fatto in passato.
Prendiamo per esempio i suoi antichi e tortuosi muretti
di pietra: li si trovava ancora ovunque, e se nemmeno
gli indiani e gli inglesi e generazioni di bestiame erano riusciti
a intaccarli, mi pareva che neppure io avrei mai potuto
rovinarli. Avevano un'aria solida e perenne, quei muretti,
per quanto la neve che vi si era depositata li facesse
apparire anche morbidi, sensazione che cominciavo a nutrire
anche nei confronti della mia esistenza - o meglio,
che cominciavo a nutrire nei confronti della mia futura esistenza
nel New Hampshire. S, quello stato mi stava gi
facendo uno strano effetto. Ero nel New Hampshire soltanto
da un'ora e gi mi ero immaginato una vita intera l
con Anne Marie e i bambini; il che era un'operazione piuttosto
semplice da compiere, era facile dimenticare che in
quel momento Anne Marie si trovava insieme a Thomas
Coleman e che non voleva pi avere niente a che fare con
me. Mi domandai se anche mio padre si fosse sentito cos
durante i suoi tre anni d'esilio - se anche lui avesse alimentato
sogni e speranze prospettandosi una vita nuova
con sua moglie e suo figlio a Duluth, a Yuma, eccetera.
Non era proprio andata a finire cos per lui, ma le cose sarebbero
andate meglio per me e per i miei cari, ne ero convinto.
Perch ciascuno di noi sa bene che se c' una costante
nella storia dell'umanit, quella  rappresentata dal
progresso, e la Duluth di mio padre non era certo il mio
New Hampshire, il suo disastro famigliare non era il mio,
per cui mi promisi di dare un'occhiata ai prezzi delle propriet
locali e alle offerte di lavoro non appena avessi scoperto
chi mi aveva chiamato, ordinandomi di incontrarlo
a mezzanotte alla Residenza di Robert Frost.
Poi per continuai a guidare verso nord, verso le White
Mountains in direzione di Franconia, e tutto prese un'aria
squallida e deprimente che nemmeno la neve riusciva
a dissimulare. Innanzitutto le case persero i rivestimenti
di legno e al loro posto ne comparvero di alluminio, sempre
dello stesso colore ma che parevano sporchi a confronto
con il bianco naturale e legittimo della neve. Che tristezza
provai per quelle case, per dover essere confrontate
con la neve immacolata uscendone cos gravemente
sconfitte. Sarebbe stato meglio per loro e per la gente che
ci abitava trasferirsi al Sud, dove non c'era la neve, cos
da non dover sempre essere alla sua altezza.
Ad ogni modo, accelerando i tempi (giacch questo
viaggio dur ore e ore - si capiva perch chi andasse di
fretta e non avesse occhio per il dettaglio fosse cos affezionato
all'autostrada), continuai a guidare verso nord,
mentre le prime case mobili fecero la loro comparsa qua e
l, fino a quando non furono ovunque, e allora cominciai
a sentire la mancanza delle case con i rivestimenti di alluminio.
Oh, che tristezza quegli edifici! A confronto, il
quartiere di Mr Frazier a Chicopee pareva Shangri-La. Davano
anche l'impressione di essere fredde, isolate cos in
campo aperto, senza alberi a proteggerle dal vento e dalla
neve che si accumulava. Alcune di queste case mobili avevano
ingressi di compensato fissati sulla facciata o su un
lato con delle graffe metalliche, e da lontano riuscivo a
scorgerli mentre si agitavano nel vento. Dal tetto di ciascuna
casa fuoriusciva il tubo di una stufa, che sporgeva
dalla carta catramata come un dito solitario. Il fumo usciva
a fiotti dai tubi, la legna si consumava a velocit raddoppiata,
s da non trascorrere un minuto pi del necessario
nelle case mobili. In ogni cortile auto scassate occupavano
il posto degli alberi, ed erano anch'esse ricoperte di
neve, come i muretti di pietra incontrati pi a sud. Ma
mentre la neve aveva ammorbidito i macigni, i rottami parevano
crudeli con i loro parafanghi arrugginiti e deformati
che perforavano la neve, lasciando sgradevoli buche nei
cumuli. Mi trovavo a Franconia, nel bel mezzo delle White
Mountains, e il paesaggio avrebbe dovuto essere piacevole,
ma non lo era. Persino le montagne sembravano irraggiungibili,
come se si rifiutassero di avvicinarsi troppo alle
case mobili. Era tutto orribile, ecco la parola, talmente
squallido e deprimente che a questo punto il buco che mi
portavo dentro - quello in cui si trovavano Anne Marie e
i bambini, il buco che la graziosa Red Bell aveva cominciato
a colmare - si era fatto pi vasto che mai, tanto da
farmi dimenticare del tutto Red Bell, tanto da non farmi
pi ricordare cosa lo rendesse cos bello, tanto da non permettermi
neppure di immaginarmelo, un mulino. Ecco,
presumo sia questo l'effetto della povert: riesce a guastare
il ricordo di cose pi belle, ragione di pi per fare il possibile
per sbarazzarsene.
L'indirizzo di Peter Le Clair: Strada statale 18, numero
10. Trovai il posto grazie al numero verniciato a mano
sulla buca delle lettere, la quale, ripiegata in avanti su se stessa,
pareva sul punto di staccarsi dal palo, quasi si vergognasse
del suo stesso indirizzo. La casa mobile in cui abitava
era uguale a tutte le altre, tranne che per un particolare:
in piedi, dietro a una finestra sulla strada, Peter mi
osservava mentre mi immettevo nel vialetto di casa sua. Il
suo volto scomparve dal riquadro, e qualche secondo pi
tardi la porta di compensato marroncino che portava all'ampliamento
di compensato nero si spalanc all'improvviso.
Eccolo l, Peter, con un barba lunga di cinque giorni,
una camicia di flanella, senza giacca e con un fucile in
mano. Solo che non era un fucile - vista e congetture mi
stavano facendo brutti scherzi -, era uno sturalavandini
(in aggiunta a tutte le altre grane, Peter aveva dei seri
problemi idraulici). E comunque fosse, Peter aveva un'aria
robusta e minacciosa. Era grande e grosso, alto pi di un
metro e novanta, il torace che sovrastava per met il mio.
Di fronte alla casa, proprio accanto alla mia monovolume,
c'era la casetta di un cane che ulul dall'interno senza per
uscirne. Mi sarebbe piaciuto essere nella cuccia col cane,
che conosceva Peter meglio di me e forse avrebbe potuto
darmi qualche suggerimento su come risultare simpatico
al suo padrone. O forse era proprio quello ci che il cane
si sforzava di fare con i suoi ululati, che erano forti e rimbombavano
dall'interno della cuccia. Vattene, poteva
significare il suo latrato. Vattene, vattene.
Ma io non potevo andarmene. In primo luogo, perch
erano solo le sei e avrei dovuto rimanere nei paraggi almeno
fino a mezzanotte se volevo scoprire chi aveva fatto
quella telefonata e perch. E poi non avevo nessun altro
posto in cui andare, n altro da fare. Forse l'abitazione di
Peter a Franconia era la cosa pi simile a una casa che sarei
riuscito a ottenere. Forse, per un uomo come me, non
esisteva pi quella cosa che chiamiamo casa, perci potevo
anche smetterla di fare tanto il pretenzioso, rimanendomene
seduto in macchina e rifiutandomi di scendere
perch gli edifici erano deprimenti e gli inquilini grossi e
minacciosi. SI, dovevo proprio uscire dall'auto. E ora che
l'avevo capito, gli ululati del cane avevano assunto tutt'altro
significato, e invece di Vattene, vattene, dicevano
piuttosto Esci dall'auto, esci dall'auto. Uscii dall'auto.
Mannaggia, che freddo faceva! Quel tipo di freddo che
ti penetra nelle ossa e che, passato appena un secondo, ti
impedisce di sopportarne un altro uguale. Persino Peter e
il suo sturalavandini facevano meno paura di quel freddo.
In pi, nevicava ancora parecchio e io non avevo un cappello,
e se fossi restato l fuori sarei finito sepolto, com'era
successo alle auto scassate del cortile. Ce n'erano tre sul
lato sinistro della cuccia del cane; riuscivo a scorgerne le
antenne che spuntavano dal cumulo di neve.
- Mr Le Clair, sono Sam Pulsifer, - dissi, dirigendomi
verso di lui. E poi, senza nemmeno ricordargli chi fossi,
n della lettera che mi aveva spedito Dio solo sa quanti anni
prima, e senza aspettare neppure una risposta, proposi:
- Entriamo in casa, che ne dice? Sto tremando come una
foglia, con questo freddo -. E ci detto, mi incamminai
verso l'interno della casa mobile, superandolo, ma non perch
fossi particolarmente coraggioso, piuttosto perch la
paura mi si era agghiacciata nelle viscere. Ecco che freddo
faceva.
Dentro si stava meglio. C'erano stivali dappertutto, e
giacche, camicie di flanella foderate e felpe col cappuccio
appese ad attaccapanni e sulle spalliere delle sedie e persino
sul dorso del televisore, per tenerle al caldo. Era enorme,
quella vecchia Tv. Non si era mai lasciata azionare da
alcun telecomando, n sarebbe mai accaduto. E c'erano
anche dei pesanti tappeti logori, sparsi ovunque - uno, addirittura,
era inchiodato a una parete del salotto, a mo' di
pelle d'animale -, tappeti non troppo colorati (principalmente
marroni o rosso scuro), e si capiva che qualche nonna
ci aveva lavorato sodo per un anno e forse pi. E poi i
libri: il salotto - i mobili, i pavimenti - era completamente
ricoperto di uno strato di libri, quasi uno strato di polvere.
Arrivavano tutti da qualche biblioteca; riconoscevo
sul dorso le etichette laminate rivelatrici. Abbassai lo
sguardo, sollevai il piede sinistro e mi accorsi che stavo calpestando
una copia di Ethan Frome, un romanzo che ogni
allievo delle medie del Massachusetts aveva dovuto leggere
da quando Edith Wharton l'aveva scritto, per poi chiedersi
il perch. Lo spostai con un piede, un gesto che avrei
voluto compiere da ventisei anni, e nel farlo pensai che
quel calcio era a nome di tutti quei lettori poco pi che adolescenti
che lo avevano letto controvoglia. C'erano cos
tanti libri che mi domandai se Peter non avesse fatto fallire
la biblioteca della citt per poi trapiantarla nel suo salotto.
Salotto... In realt, oltre ad essere la biblioteca e il
salotto, era anche la stanza della Tv e la sala da pranzo.
Esisteva pure un cucinino, di poco pi grande dello stesso
televisore, e le due camere erano separate dall'elettrodomestico
pi importante di tutta la casa: la stufa a legna.
La stufa bruciava a pi non posso, forte e bollente, al punto
che li dentro l'aria era talmente secca che le narici finivano
col dare di matto. Il mio viso, ancora sconvolto per
la temperatura di fuori, non aveva perso il suo rossore
adesso che ero in casa, e l'effetto del calore estremo non
era tanto diverso da quello del freddo estremo.
La porta sbatt e vibr nervosamente nel suo telaio.
Mi guardai intorno. Peter si trovava giusto alle mie spalle,
all'entrata della stanza. In una mano reggeva ancora lo
sturalavandini - sembrava ci fosse tanto affezionato - e
non aveva ancora pronunciato parola. Mi sentivo il volto
scottare ancora di pi solo a guardare il suo. Mannaggia
quant'era bianco! Come neve, solo pi pallido sebbene
non altrettanto puro. Peter aveva attinto a una sorta di
biancore primordiale, come un pesce preistorico in una
grotta, non fosse stato per il fatto che era vestito di flanella
ed era alto pi di un metro e novanta. Mi faceva paura,
da sempre. Al liceo c'erano ragazzi come lui, ragazzi di
campagna con due manone ruvide, grandi e grossi e minacciosi,
di poche parole, perch le parole non servivano.
Sembravano pi vecchi, pi seri di me, pi maturi, e sembravano
anche possedere caratteri e qualit e cose di cui
io non disponevo, persino quando non si trattava di un
granch, com'era piuttosto evidente per Peter. Intravedevo
giornali e asciugamani appallottolati a riempire buchi
sul fondo della casa mobile, l dove le intemperie avevano
consumato il metallo arrugginito.
- Cos va molto meglio, - dissi, strofinandomi le mani
a dimostrazione di quanto fosse migliorata la circolazione
del sangue. - Fiuuu -. Peter non aveva ancora detto
niente, e ora che mi ero riscaldato un po' avevo ancora
pi paura, sicch per calmarmi i nervi e lisciarmi l'ospite
aggiunsi: - Che bel fuoco! Davvero. Fa proprio un bel calduccio.
Ancora nessuna risposta. All'improvviso mi torn alla
mente quella volta al liceo, in cui avevo finito una mela e
l'avevo lanciata in un cestino dei rifiuti da una distanza
molto grande, o meglio ci avevo provato, colpendo invece
un tizio di nome Kevin, il figlio di un casaro. Avevo
tredici anni e anche Kevin ne aveva tredici, ma pareva fossimo
di due pianeti diversi, il suo, enorme e popolato da
una razza di guerrieri, e Kevin si precipit verso di me non
appena comprese chi era stato a lanciargli la mela. E una
volta raggiuntomi, cominci a fissarmi allo stesso modo in
cui mi fissava Peter adesso, cos mi misi a balbettare delle
scuse, dicendo che era stato un incidente e che ero un
tiratore davvero imbranato (che lo chiedesse pure all'istruttore
di ginnastica), continuando cos per via del nervosismo
e del terrore, finch Kevin non mi scaravent un
pugno dritto in faccia, mettendomi al tappeto. Pensai che
me le avesse date perch lo avevo colpito con la mela, e invece
pi tardi scoprii - da fonti attendibili - che mi aveva
dato un pugno solo perch non smettevo di parlare. Non
ci riuscivo neanche con Peter, il che dimostra che la storia
si ripete, che tu ne sia consapevole o meno.
- Le Clair, - dissi. - Cos', francese? Voglio dire,
francocanadese? Del Quebec?
Niente. Chiss se sia mai possibile emergere da un silenzio
per scivolare in un silenzio ancora pi muto, perch
era successo questo a Peter. I suoi occhi, che erano di un
azzurro pallido e piuttosto infossati, ora si erano ritirati
ulteriormente nelle orbite. La fronte e il mento erano puntati
contro di me come due pistole.
- Perch ci sono andato in luna di miele, - continuai,
- con mia moglie, Anne Marie. Adesso abbiamo qualche
problema, ma spero di rimettere tutto a posto, anche se 
troppo complicato per parlarne ora. Le ho mentito, per
lei crede che l'abbia fatto per qualcosa su cui le avevo detto
la verit, ma questo non posso dirglielo perch la bugia
vera  peggiore della bugia che lei crede che le abbia detto.
Vabb, a questo punto pu anche darsi che stia pensando
che le abbia mentito su tutt'altro. Capisce quant'
complicato? Ma torniamo al Quebec, ci siamo stati in luna
di miele, anche se non parlavo una parola di francese.
E neanche adesso. Mi sono sempre un po' pentito di non
aver studiato un'altra lingua, bench ci siano poi tutti gli
altri rimpianti a far compagnia a quello. Scommetto invece
che lei  capace. Di parlare francese, cio. Chiss, magari
invece no. L'ha mai studiato a scuola? Dicono che sia
utile vivere nel paese in cui lo si parla. Ci  mai vissuto?
O magari sono stati i suoi genitori a insegnarglielo.
Ancora niente. Sentivo i latrati del cane l fuori, e avrei
di nuovo voluto essere al suo posto nella cuccia in quel momento,
piuttosto che stare in casa con Peter, perch quanto
meno il cane non era muto e aveva qualcosa da dire.
- Come si chiama il cane? - gli chiesi. - E quanti anni
ha? E una femmina? Io non ho mai avuto un cane. E nemmeno
un gatto. Mai avuto animali.  castrato? O sterilizzata?
- E via dicendo, finch non cominciai ad avere la
nausea delle mie stesse parole e dei miei balbettii. Per poi
ricredermi e averne abbastanza di lui, di Peter, e del suo
silenzio, infine di tutti gli stoici in generale. Non avevano
mai niente da dire, questi stoici? Oppure avevano un sacco
da dire, ma non le cose giuste, o magari quelle sbagliate
non sapevano dirle nel modo giusto? Vabb, e con ci?
Qualcosa di tutto questo mi aveva mai fermato per caso?
Era risaputo o no che parlare faceva bene, come una medicina
o un succo di frutta? A Peter avevano detto che per
essere un uomo bisognava starsene col broncio e la bocca
chiusa? Era questo ci che aveva imparato leggendo le storie
del malinconico e inespressivo Ethan Frome? (Avevo
gi spostato il libro con un calcio, ma mentalmente lo calciai
ancora, tanto per abbondare). Questi uomini silenziosi
mi avevano talmente stancato da darmi l'impressione di
averli avuti intorno per tutta la vita, non amando il silenzio
e non desiderandolo neanche. Il loro mutismo era come
un brutto cappello che qualcuno gli aveva messo in testa
e che loro portavano, ma controvoglia. Provavo quasi
nostalgia per Thomas Coleman; quanto meno lui parlava
e lo faceva con disinvoltura, anche se le sue parole erano
sinistre e facevano male e talvolta erano del tutto false. E,
certo, le diceva a mia moglie; anzi, adesso che ci pensavo
poteva essere con lei proprio in quel preciso istante. All'improvviso
mi ero stancato anche di Thomas, e poteva
darsi che non fossi solo stanco degli uomini che rimanevano
in silenzio, bens di tutti gli uomini, il che era preoccupante
perch li in mezzo c'ero anch'io.
- Ascolti, - dissi. - Come le ho gi detto, mi chiamo
Sam Pulsifer. Devo sapere,  lei Peter Le Clair? E lo stesso
Peter Le Clair che mi ha scritto qualche anno fa, chiedendomi
di incendiare la Residenza di Robert Frost?
A questa notizia, Peter non pos lo sturalavandini, n
sorrise o disse niente. Per alz le spalle. Come avrei capito
nelle ore successive, era il suo gesto preferito, quello
che usava probabilmente per esprimere complicit, confusione,
sonno, fame, lealt, ubriachezza, impazienza, empatia,
attrazione sessuale. Era un gesto economico che ammiravo
talmente da pensare di ricambiarlo. Poi per mi
torn alla mente quella volta in carcere quando avevo detto:
Sono un uomo fatto e strafatto, dopo aver giocato
a pallacanestro con Terrell e lui me le suon; questa volta
non c'erano guardie in giro a proteggermi. Perci non alzai
le spalle a mia volta. Avrei voluto farlo, per, e ci scommetto
che se ne avessi avuto l'occasione l'imitazione avrebbe
fatto un gran bene al nostro rapporto. Perch ho l'impressione
che il mondo sarebbe un luogo pi bello in cui
vivere, ci sarebbe pi empatia, se solo potessimo copiare
l'uno i gesti dell'altro senza che chi  imitato si offenda o
minacci qualche violenza.
- Ha alzato le spalle, - dissi. - Significa si?
- S, - rispose, con una voce roca ma un po' pi acuta
di quanto non mi aspettassi, una sorta di versione dura del
canarino Titti. - Sono io Peter Le Clair.
Bene, avevamo avviato una normale conversazione - ci
sedemmo, come per adattarci a qualcosa - e io non volevo
certo perdere il filo, per cui feci domande semplici in
modo che potessimo seguirle entrambi.
- Sa perch sono venuto?
- S, - rispose Peter, e poi, prima ancora che potessi
ribattere, aggiunse: - Voglio che incendi quella casa. Per
non posso pagarla -. Mentre parlava, abbass lo sguardo
sugli stivali e poi lo rialz, fissandomi negli occhi, come
se dentro di s orgoglio e vergogna stessero facendo a cazzotti.
Capivo Peter e volevo fargli sapere che quella lotta
intestina non era solo sua; faceva parte della condizione
umana, era anche la mia condizione. Forse era quella la
ragione per cui avevo una faccia tanto rossa. Volevo dirgli
tutte queste cose, per non volevo cambiare argomento,
il mio difetto, cos come restare in silenzio era il difetto
di Peter.
- Non pu pagarmi, - dissi, solo per prendere un po'
di tempo cos da riflettere e mettermi in pari. - L'ha per
caso chiamata qualcuno per parlarle di un incendio alla Residenza
di Robert Frost? - Ripensavo alla telefonata che
avevo ricevuto ad Amherst. Non era la voce di Peter, adesso
lo sapevo, ma poteva darsi che anche lui l'avesse ricevuta.
E invece no. - Niente telefonate, - rispose. - Niente
telefono -. Quindi scroll di nuovo le spalle. Lo fece in
modo definitivo, e io capii che non c'era pi nulla da dire
riguardo alla telefonata. E cos non aggiunsi altro e mentalmente
passai in rassegna ci che sapevo o che pensavo
di sapere. Peter non aveva ricevuto nessuna telefonata; io
s, ma chi chiamava non aveva parlato di soldi per dar fuoco
alla Residenza di Robert Frost, sempre che fosse quella
la sua intenzione. La persona che aveva tentato di incendiare
la casa di Mark Twain, quella s che aveva richiesto
dei soldi per farlo, ma per lettera, non al telefono, ed era
pi che probabile che non si trattasse di un uomo, per cui
anche pi che probabile che non avesse nulla a che fare
con la persona che avrei dovuto incontrare a mezzanotte
alla Residenza di Robert Frost. E nessuna di queste persone
sembrava avere necessariamente nulla a che fare con
chiunque avesse tentato di incendiare la casa di Edward
Bellamy. Mi prese il panico, a fare l'inventario di tutto ci
che ancora non sapevo, lo stesso panico che si prova da
scolaretti quando si prende in mano una penna per un compito
in classe, sapendo di non essere preparati. E come
ogni scolaro sa, il panico fa alla vescica quello che l'amore
o l'odio o l'esercizio fisico fanno al cuore.
- Torno subito, - dissi a Peter, e poi mi avviai verso sinistra,
attraversando l'unico corridoio visibile della casa
mobile. Il bagno era la prima porta a sinistra e si rivel interessante.
C'erano elettrodomestici e complementi d'arredo
dappertutto - tubi e condotti di stucco e piastrelle
crepate e bastoni e tende per la doccia e un armadietto dei
medicinali senza anta. E come sull'arca di No, c'erano
due esemplari di ogni oggetto necessario: due lavandini
(uno fissato alla parete e l'altro al pavimento) e due posacenere
e due asciugamani e due portasciugamani e due gabinetti,
uno azzurro e uno giallo. Adesso s che lo sturalavandini
di Peter aveva un po' pi senso. Tuttavia, nella
fretta, non riuscivo a decidere quale gabinetto avrei dovuto
usare, cos usai quello azzurro in onore del bambino che
ero stato un tempo e che, essenzialmente, ero ancora adesso.
Quand'ebbi finito, uscii dal bagno in fretta e furia senza
preoccuparmi di vedere se fosse il gabinetto giusto,
quello funzionante cio. Perch se lo era, bene, ma se no,
be', non avevo nessuna voglia di scoprirlo.
- Non posso pagarla, - ripet Peter non appena ritornai
in salotto. Lo capivo: la sua mancanza di denaro gli pesava
molto e aveva bisogno di liberarsene, essendo la povert, per
il suo contenitore, ci che la pip era appena stata
per il mio.
- Non si preoccupi per i soldi, - dissi. - Che ne dice di
andare fino alla Residenza di Robert Frost a vedere di che
si tratta?
- Ho la macchina rotta, - rispose.
- Quale?
- Tutte, - disse. - Prendiamo la sua. Andiamo.
E a quelle parole, cominci a lanciarmi dei vestiti: una
maglia termica, bianca in passato, ma ora gialla di sporco;
una camicia di flanella foderata; un enorme parka azzurro,
tutto gonfio, che avrebbe fatto la sua figura sull'omino
della Michelin; un cappello da sci della Ski-Doo con
un'ottimistica nappina gialla, puzzolente come se un mese
prima il cane se lo fosse messo in testa dopo un bagnetto
nel kerosene. Peter non aveva tutti i torti: se dovevamo
uscire, era meglio che mi coprissi. Era buio ormai e
forse faceva persino pi freddo di prima, e addosso avevo
solo i miei vestiti di sempre: i pantaloni di tela con troppe
pieghe, che si arruffavano in modo cos poco elegante
ogni volta che mi sedevo, un paio di scarpe da ginnastica
e una felpa grigia, roba troppo leggera persino per il tropicale
Massachusetts. cos, sopra i miei, mi misi i vestiti
che mi dava Peter. Mi sembrava di aggiungermi uno strato
di pelle, e poi un altro ancora. Lo stesso Peter si stava
mettendo altri strati di flanella, per finire con un grande
parka col cappuccio, e a un certo punto, non appena il rivestimento
fu terminato, ci volgemmo l'uno verso l'altro
come a dire: ta-taaa! Ed eravamo l, con le nostre barbe e
la flanella, manco fossimo due ragazzine che si agghindano
fianco a fianco per la loro grande serata. Era tutto cos
improbabile e dolce, come lo sono soltanto le cose improbabili.
- Pronto? - mi chiese. Lo ero e glielo confermai. Peter
scagli lo sturalavandini nell'angolo della stanza e poi si
chin sul divano. C'era un cane accucciato fra le coperte:
pensai che fosse quello che prima ululava nella sua cuccia.
Chiaramente Peter lo aveva lasciato entrare mentre ero in
bagno. Era difficile distinguerlo - oscillava, come tutto il
resto della casa, tra il marrone e il rosso cupo - ma lo sentii
sospirare felice quando Peter gli accarezz la testa, indugiando
con la mano per un momento, un suono che mi
riemp della peggior tristezza, una sorta di autocommiserazione.
Com'era che quel bastardino tutto chiazzato aveva
tutte queste cose preziosissime - l'amore e le carezze
affettuose di qualcun altro, un divano su cui stendersi, un
luogo (due, anzi) che poteva chiamare casa - e io no?
Cos mi ero ridotto? Pi in basso e sfortunato di un cane?
C'era mai stato qualcuno pi infelice in tutto il New England,
in tutta la storia del New England? Persino quel peso
morto di Ethan Frome, guardandomi, avrebbe pensato
di avere un gran culo a possedere la sua terra da due soldi,
la sua fattoria in rovina, la casa tutta spifferi, una moglie
bisbetica, il suo amore impossibile, il suo vocabolario
a mala pena funzionale? Persino Ethan Frome sarebbe stato
felice di non essere al mio posto? S, l'autocommiserazione
pesava nell'aria, la stanza ne era satura, come pochi
minuti prima la mia vescica. Forse era quella la funzione
del secondo gabinetto. Era un'idea interessante - avere
un posto in cui depositare la propria autocommiserazione
- e pensarlo mi fece stare meglio per un attimo.
Poi, fiuuuu, ci immergemmo nel freddo e nella neve e
dentro la macchina. Non ricordo nulla, se non che all'inizio,
dentro la monovolume, non faceva pi caldo che fuori.
Oh, che freddo! Non lo ripeter mai abbastanza. Era
quel genere di freddo che ti fa uscire di senno e ti ossessiona
come un pensiero fisso, scaldarti, scaldarti, scaldarti.
Il riscaldamento ci metteva una vita a entrare in temperatura,
e per evitare di continuare a pensare al freddo
che faceva, mi concentrai sulle indicazioni di Peter che mi
diceva di svoltare di qui o di l, sulla neve intrappolata nella
luce dei fari, che turbinava e rimbalzava come un insieme
di molecole, e oltre la neve la profonda, profondissima
oscurit. Se ci ripenso ora, mi rendo conto che era tutto
cos bello: il mondo sembrava piccolo e accogliente, solo
io e Peter, e la neve, il buio, la macchina e il calore...
perch fu giusto a quel punto che calore fu, soffiandoci addosso
a tutta forza, proprio qualche secondo prima che accostassi
davanti alla Residenza di Robert Frost. Era la classica
vecchia casa di campagna, bianca - di quelle in cui non
c' verso di tenere fuori i calabroni d'estate, e dentro il calore
d'inverno -, e le sole cose degne di nota erano che non
era stata ancora incendiata, che era circondata da vetture
parcheggiate tutt'intorno, e che era illuminata a festa.
Ogni singola lampadina della casa doveva essere accesa, e
persino lo stesso Mr Frost doveva trovarsi nella condizione
di vederla dalla sua nuova abitazione permanente nell'aldil.
- Che succede da queste parti? - domandai.
Peter alz le spalle, che io interpretai come un Non
lo so.
- Andiamo a vedere, - dissi. Peter alz di nuovo le spalle,
che io interpretai come un No.
- E perch no? - chiesi, e a questo punto sapete gi
quale fu la sua risposta, o quanto meno in che modo la diede,
per cui non sto qui a interpretarla per voi.
Ma, ad ogni modo, ero deciso a entrare in quella casa:
quella settimana mi era gi capitato di restare fuori da casa
mia e dall'appartamento di mia madre, ma fuori da questo
non avevo intenzione di restare. Uscii dalla macchina,
mi diressi verso l'edificio, vi entrai, e pensate un po'? Peter
mi segu. Anche questo  un altro dei consigli utili che
inserir nella mia guida del piromane: se prendi il comando,
ti seguiranno, soprattutto se fuori fa un freddo terribile
e i tuoi seguaci non hanno tanta voglia di rimanersene
in un veicolo col riscaldamento spento. Se prendi il comando,
in queste precise condizioni, ti seguiranno.
 
Capitolo diciassettesimo.

Ora lasciatemi dire che fra l'allora in cui tutto ci accadeva
e l'adesso in cui scrivo, sono diventato un discreto
lettore. All'epoca non avevo mai sentito parlare dello
scrittore che stava dentro la Residenza di Robert Frost in
procinto di leggere stralci del suo libro pi recente, ma ne
ho sentito parlare adesso e ho anche letto tutti i suoi romanzi.
Ciascuno di questi  popolato da taciturni campagnoli
del New Hampshire settentrionale, con tendenze
violente e abituati a compiere atti violenti sulle loro donne
campagnole e i bambini, per finire col rimuginare sulla
violenza che si portavano dentro e su come l'ambiente
naturale del New Hampshire settentrionale ne fosse parte
integrante. Di recente lo scrittore si  trasferito nel
Wyoming per starsene alla larga da tutta quella gente di
citt che si sta trasferendo nel New Hampshire, cos ora i
suoi libri hanno come sfondo il Wyoming, luogo i cui residenti
sono altrettanto taciturni e violenti, eccetera... I
romanzi hanno vinto alcuni premi e ne sono state prodotte
pellicole cinematografiche di grande successo - anche
questo, credo, va detto.
Facemmo molto bene, Peter e io, ad arrivare quando
arrivammo, perch riuscimmo ad assicurarci due degli ultimi
posti liberi. Controllai velocemente chi, fra gli spettatori,
potesse essere un piromane o un potenziale tale, ma
non ne riconobbi nessuno. Qui e l c'era qualche donna,
ma il pubblico era composto per la maggior parte da uomini.
Alcuni erano vestiti come Peter e indossavano giacche da
caccia a scacchi rossi oppure voluminosi giacconi
Carhartt color nocciola o camicie di flanella foderate, e
tutti portavano jeans e scarponi pesanti. Alcuni uomini indossavano
giacche a vento e scarponi da montagna e quel
tipo di pantaloni verde militare con tante tasche, che ti facevano
venire la voglia di alzarti dalla sedia e andare a fare
un'arrampicata a corda doppia. Altri indossavano pantaloni
di velluto a coste larghe e stivali da caccia e maglioni
e sciarpe fatti a mano. Le Nazioni Unite dei maschi bianchi
americani. Ma tutti loro, indipendentemente da come
fossero vestiti, erano seduti in modo scomposto, con le
gambe talmente divaricate da far pensare che avessero
qualche serio problema ai testicoli.
Di fronte a noi c'era un podio da cui spuntava un microfono.
Sulla parte anteriore del podio, e dappertutto sulle
pareti, erano affissi dei manifesti che annunciavano il
reading, nonch la qualifica di Scrittore in Sede alla Residenza
di Robert Frost dell'autore presentato. Sul manifesto
era riprodotta una sua foto, nella quale riconobbi il
tizio seduto sulla destra del podio. Anche lui indossava
una giacca da cacciatore a scacchi rossi, aveva una folta
barba rossa e una chioma di ricci rossi screziati di grigio.
Al suo fianco era seduto un uomo magro, calvo, che portava
un paio di occhiali con la montatura di metallo e una
camicia di velluto a coste gialla, talmente nuova che pareva
appena uscita dalla scatola. L'uomo magro e calvo si
alz dal suo posto, raggiunse il podio e si present come
il direttore della Residenza di Robert Frost. Raccont la
storia degli Scrittori in Sede e di come ciascuno di loro
fosse stato prescelto per il modo in cui lui con la sua opera
incarnava il vero spirito di Robert Frost e dello stesso
New England. Dopodich, il direttore si dilung a spiegare
in cosa consisteva esattamente il vero spirito del New
England. Non posso dire di aver ascoltato tutto o anche
solo parte del discorso, cos come non si ascoltano interamente
gli spot pubblicitari delle automobili quando ti raccontano
che i loro veicoli incarnano il vero spirito dell'America.
Ad ogni modo, la pappardella and avanti per un po',
ma a un certo punto il direttore dovette effettivamente
presentare lo scrittore, perch subito si sedette, ci fu qualche
applauso, e l'altro lo sostitu sul podio. Estrasse dalla
tasca della giacca una bottiglia di Jim Beam simile per forma
e dimensioni a una fiaschetta, trangugi un sorso e,
senza nemmeno una parola di ringraziamento per chi era
venuto a sentirlo, cominci la lettura. Era la storia di una
catasta di legna e della neve che vi si posava e del vecchio
che la possedeva, il quale, peraltro, non era proprio cos
vecchio, ma lo sembrava perch non aveva avuto una vita
facile. Il vecchio era seduto davanti alla finestra della
cucina, beveva bourbon direttamente dalla bottiglia e
guardava fuori la neve che bagnava la legna di cui lui e la
sua famiglia avevano bisogno per riscaldarsi e che bisognava
spaccare al pi presto. Avrebbe dovuto farlo il figlio,
lo aveva promesso, ma si trovava da qualche parte, a ficcarsi
nei guai con una ragazza che al vecchio non piaceva
granch perch era una sgualdrina (a quanto pareva era
una sgualdrina non perch fosse stata a letto con uno o pi
uomini, ma perch chi altri, se non una sgualdrina, sarebbe
uscita con il figlio del vecchio?) Il vecchio odiava la ragazza
e odiava il figlio e odiava la neve e odiava la legna
non ancora spaccata, che chiaramente simboleggiava in
qualche modo la sua vita e come non fosse andata come
l'aveva immaginata, e odiava pure il bourbon che, per,
continuava a bere lo stesso. Non capivo perch non potesse
semplicemente alzare il culo da quella sedia e mettersi
lui a spaccare la legna, n capivo perch lo scrittore non
usasse metafore o similitudini nel suo racconto, non lo faceva
e basta; la storia era poco pi che un'asciutta lista della
spesa, che elencava tutte le cose odiate dal vecchio. E a
proposito di liste della spesa, la moglie del vecchio entr
in cucina con la sua, di lista, dicendogli che sarebbe andata
gi al negozio, lanci distrattamente uno sguardo alla
stufa morta e disse: - Pa' Il vecchio non le rispose, forse
perch non gli piaceva essere chiamato Pa', o forse
perch gli piaceva talmente tanto da sperare che sua moglie
glielo dicesse ancora, o forse perch nei libri non ci sono
altri nomi per uomini come lui e lui non aveva capito
di essere dentro a un libro. Ad ogni modo, la moglie lo ripet:
- Pa', - e aggiunse: - Fa freddo qui dentro. Perch
non esci a spaccare un po' di legna?
Il vecchio non guard la moglie quando lei pronunci
quelle parole; si limit a fissare l'ascia abbandonata in un
angolo, e lo fece con uno sguardo tanto rassegnato e intenso
da lasciar chiaramente intuire che non l'avrebbe
usata per spaccare la legna, bens per compiere qualche
orribile atto di violenza sulla moglie o sul figlio o su entrambi,
e che quella violenza era inevitabile. Il racconto
si concluse con lui intento a osservare l'ascia, dopodich
lo Scrittore in Sede lasci il podio e si riaccomod accanto
al direttore.
Segu, per parecchi minuti, un applauso lungo e fragoroso.
Mi ricord quella volta che parlai alla classe di Katherine,
in prima elementare, alla giornata dei mestieri.
Avevo portato il sacchetto per alimenti che avevo inventato
io, quello con la chiusura a pressione, per esibirlo in
classe - premi e chiudi, premi e chiudi - e poi spiegai come
lo avessi prodotto e perch. I bambini, dopo, mi acclamarono
con un'ovazione rumorosa e prolungata, non perch
fossero rimasti molto colpiti dal sacchetto, ma perch
facevano a gara per vedere chi applaudiva pi forte e pi
a lungo. Accadde la stessa cosa nella Residenza di Robert
Frost. Persino io mi ritrovai ad applaudire, coinvolto dallospirito dell'evento e per risultare simpatico. L'unica persona
del pubblico che non applaudiva era Peter. All'inizio
pensai che il suo modo di applaudire fosse uguale al suo
modo di parlare. Poi per mi resi conto che stava fissando
lo scrittore, lo fissava proprio, con uno sguardo intensissimo
e furibondo, come se fosse il cartellone di un esame
della vista particolarmente odioso. Invece di applaudire,
Peter strofinava il pugno destro contro il palmo della
mano sinistra, tanto che mi dispiacque molto per quel suo
palmo.
- Che c'? - sussurrai.
- Lo odio, - rispose con un grugnito.
- Perch? - domandai, ma lui non rispose, nemmeno
alzando le spalle. Ecco a che punto era arrabbiato.
E riflettendoci per qualche minuto - gli applausi intanto
continuavano, il che andava bene, dal momento che
penso meglio con l'aiuto di qualche rumore in sottofondo,
cos come qualcuno dorme meglio con l'aiuto di una ventola
- mi convinsi di sapere perch odiava tanto lo scrittore.
Avevo in mente un'immagine piuttosto chiara di Peter,
seduto a casa propria - la stufa che bruciava a pi non
posso, il suo sturalavandini a portata di mano, il cane accucciato
l accanto - mentre leggeva libri su libri su libri.
Forse aveva letto anche i libri di quello scrittore, i quali
- con l'aiuto di Ethan Frome - non gli dicevano che tipo
di persona avrebbe potuto essere, bens che tipo di persona
era e sarebbe stata per sempre: cupa, depressa, violenta,
incapace di esprimersi. Forse era questo che il direttore
intendeva con il vero spirito del New England, dove
spirito stava per qualcosa che riesce non a sollevarti, ma al
contrario ad appesantirti. Forse era questo il motivo per
cui Peter voleva che incendiassi la Residenza di Robert
Frost: perch continuava a ospitare scrittori del genere,
continuava a invitare uomini che gli dicevano chi era e chi
non era, e non chi avrebbe potuto essere in futuro, e Peter
ne aveva abbastanza. Di questo ero certo, quasi avessi
davanti agli occhi la lettera che mi aveva inviato e l'avessi
letta tante volte e sapessi i suoi moventi a memoria,
cosa che ovviamente non avevo fatto, moventi che ovviamente
non sapevo.
Perch se l'avessi fatto, se solo avessi saputo allora ci
che so adesso (in seguito andai a recuperare la lettera di
Peter, storia che racconter tra breve), avrei saputo anche
che Peter voleva che incendiassi la Residenza di Robert
Frost per via del suo direttore, il quale, ovviamente, era
seduto proprio accanto allo scrittore. Sei anni prima (Peter
mi aveva scritto la lettera quando ero gi stato scarcerato),
il direttore lo aveva ingaggiato per sistemare una
perdita dal tetto. La settimana successiva alla riparazione
e al saldo per il lavoro, il tetto aveva ripreso a perdere, ma
Peter si era rifiutato di risistemarlo a meno che non lo avessero
pagato un'altra volta. Non solo il direttore non ne aveva
alcuna intenzione, ma sparse anche la voce che Peter
non era affidabile e che nessuno avrebbe mai dovuto ingaggiarlo,
sicch adesso Peter non riusciva a trovare lavoro.
A quanto pareva, nemmeno a distanza di sei anni. E
cos voleva che dessi fuoco alla Residenza di Robert Frost
per vendicarsi del direttore. La lettera non diceva perch
Peter non potesse incendiarla da s, ma mi ero fatto gi
un'idea piuttosto chiara dal gran casino che avevo trovato
nel suo bagno. Ad ogni modo, il suo desiderio che io
dessi alle fiamme la Residenza di Robert Frost non aveva
nulla a che fare con lo scrittore, cos come lo scrittore non
aveva nulla a che fare con Frost, nonostante fosse l sotto
la sua egida. Mi chiedo se sia questa la ragione per cui gli
scrittori muoiono: cos da non doversene stare con le mani
in mano mentre qualcuno fa un'analisi sbagliata di che
razza di scrittori sono. Mi chiedo se non sia la stessa ragione
per cui anche gli altri fanno cos. Morire, cio.
Quanto alle ragioni per cui Peter leggeva cos tanto e
aveva tutti quei libri sparpagliati per la casa, la lettera non
lo diceva. Forse perch non riusciva a trovare lavoro e aveva
tantissimo tempo a disposizione, e la lettura aiutava a
riempirlo. Forse era annoiato. Forse leggere gli piaceva
davvero. Forse perch i libri erano della biblioteca e quindi
gratuiti, come poche altre cose. O forse le sue erano motivazioni
di natura privata, se con privato non intendiamo
l'incapacit degli altri di comprenderle, ma piuttosto la nostra.
Ad ogni modo, pensavo di sapere chi fosse la persona
che Peter odiava e perch, lo capivo e volevo fare qualcosa
per aiutarlo, qualcosa di diverso da quello che mi chiedeva
di fare. Nel frattempo, gli applausi continuavano e
lo scrittore rimaneva seduto, con uno sguardo sempre pi
serio, e beveva sempre pi bourbon, mentre il direttore
aveva un'aria sempre pi compiaciuta, il volto di Peter si
faceva via via pi infuocato ed era evidente che il suo rancore
si intensificava, e limitiamoci a dire che sentivo di dover
fare qualcosa. E se questo non fosse abbastanza, diciamo
pure che se lo scrittore custodiva in s lo spirito del
New England, in me risiedeva lo spirito di mia madre, lettrice
e narratrice accanita.
- Ho una domanda, - dissi, alzandomi in piedi. Non
so se qualcuno riusc a sentire la mia voce fra gli applausi,
ma prima o poi qualcuno si sarebbe accorto che una persona
era in piedi tra la folla. Qualche minuto pi tardi,
quando fui notato da un gruppetto del pubblico, tutti smisero
di applaudire. - Ho una domanda, - ripetei.
- Niente domande, niente domande, - rispose il direttore,
alzandosi a sua volta. Fu allora che Peter emise un
sonoro grugnito di disapprovazione, cosa di cui gli fui grato,
e continu cos fino a quando il direttore non si mise
a sedere. Lo scrittore non sembrava particolarmente interessato
a niente. Aveva l'aria stanca e annoiata, come se
sapesse benissimo chi ero, e avesse interpretato gi troppe
volte il suo Mercuzio per il mio Tibaldo. Persino quando
beveva il suo Jim Beam pareva che i sorsi fossero cadenzati,
a intervalli regolari, come se scaturissero da una
regia teatrale.
- Perch il suo personaggio deve proprio essere... - e
qui mi interruppi, alla ricerca delle parole giuste, ma non
riuscendo a trovarle scelsi fra le tante inadeguate a mia disposizione,
- ... un tale stronzo e per di pi depresso?
Lo scrittore bevve un altro sorso dalla bottiglia di Jim
Beam e rispose che non pensava fosse affar suo spiegare
perch i personaggi erano come erano.
- E allora  affare di chi?
- Di nessuno, e intendo proprio nessuno, - disse l'autore.
Questa doveva essere una battuta di uno dei suoi libri,
perch tutti quanti si misero ad applaudire e a fischiare
sguaiatamente.  questa la cosa pi terrificante del parlare
in pubblico: non il perderlo, bens il sapere che non l'avevi
in pugno fin dall'inizio e che mai lo avrai. Mi sentivo
la faccia tremendamente accaldata, accesa, e scommetto
che, se avessi appoggiato la guancia al pavimento, la casa
sarebbe andata in fumo e Peter avrebbe visto avverarsi il
suo desiderio. Ma non lo feci; me ne rimasi l, all'impiedi,
ad aspettare che il tramestio della folla si calmasse, e poi
dissi: - Per  affar suo. E stato lei a inventarlo cos.
- Non sono stato io a inventarlo, - rispose l'autore.
-  proprio cos.
-  proprio cos, - ripetei. Avevo imparato questa tattica
da mia madre. Quand'ero piccolo e dicevo una stupidaggine,
lei me la ripeteva, cos che mi rendessi conto di
quanto era stupida.
-  proprio cos, - ribad lo scrittore. Forse era anche
una sua tattica.
- Mettiamo, per, che il personaggio non sia proprio cos,
- ipotizzai io e, prima ancora che lo scrittore o il suo
pubblico potessero aggiungere altro, continuai: - Mettiamo
che non sia vecchio. Mettiamo che sia giovane -. Lo
scrittore annu, come se quella fosse un'alternativa possibile,
il che non fece che infondermi coraggio. - Immaginiamo
che non sia affatto arrabbiato. Che abbia un lavoro.
Immaginiamo che faccia il contadino... - E qui feci
una pausa. Mi tornarono alla mente le riunioni in cui gli
analisti finanziari discutevano del memoir; ricordai come
si incitavano a vicenda, ogni volta che tentavano di superare
un blocco dello scrittore, uno particolarmente grave,
a scrivere di ci che si sa. E in un certo senso, gli analisti
finanziari avevano effettivamente scritto di ci che
sapevano - sapevano delle cartoline di mio padre, sapevano
dov'era stato e cosa aveva fatto - e dunque mi parve
un consiglio utile. Io per, non sapevo nulla della vita dei
contadini, cos provai con qualcos'altro. - Oppure, immaginiamo
che sia un taglialegna -. Ma anche qui, stesso problema:
che ne sapevo dei taglialegna? Non sapevo neanche
che tipo di sega ci voglia per tagliare un certo albero.
L'unica occupazione di cui sapessi qualcosa aveva a che fare
con la scienza del packaging. Tuttavia mi torn alla mente
la prima reazione di mio padre quando gli dissi che lavoro
facevo: Sai com' speciale lattine per palline da tennis,
e sospettai che anche lo scrittore avrebbe reagito allo
stesso modo, se non peggio. cos, colto dal panico e sprovvisto
di altri esempi da citare, dissi: - Oppure immaginiamo
che questo giovanotto sia un casinista e che, accidentalmente...
- e in pratica gli raccontai la storia che vi ho
raccontato finora. Fu una versione molto pi breve, ma
comprendeva tutti gli episodi e i personaggi principali: le
storie di mia madre, le case in fiamme, l'omicidio dei
Coleman, il figlio che chiedeva vendetta, la mia bella moglie
con i bambini, i miei genitori alcolizzati con la loro misteriosa
sistemazione coniugale, le lettere e gli analisti finanziari.
 vero, la storia non aveva un finale adatto; la raccontai
fino all'episodio dell'incendio alla casa di Mark
Twain e poi dissi: - E cos via -. Per mi sforzai di rimanere
aderente ai puri fatti. A dire il vero, l'unica cosa che
avessi inventato sul conto di quel giovane era che suonava
la chitarra a dodici corde in maniera incredibile, intanto
perch avrei sempre voluto suonarla e poi perch a dodici
corde era meglio che a sei, dal momento che ce n'erano
di pi.
- Che ne pensa? - domandai quando ebbi terminato.
In tutta onest, ero molto soddisfatto di me stesso e della
mia storia e di tutti gli episodi accaduti. Perch non si
pu fare a meno di essere colpiti dalla propria storia. Perch
se non sei tu ad esserlo, allora chi altri? - Che ne dice
di quel tizio? - domandai.
- Dico che non sembra una persona reale, - rispose lo
scrittore.
- Ah no? - chiesi. Oh, che colpo! Solo il giorno prima
Lees Ardor mi aveva confessato il suo desiderio di essere
una persona reale, e ora capivo alla perfezione cosa intendeva.
In quel preciso istante avrei dato qualunque cosa pur
di cancellare il racconto della mia storia. Avrei dato qualunque
cosa pur di tornare indietro nel tempo, a prima di
raccontarla, andare a prendere Lees Ardor e portarla l, e,
seduti l'uno accanto all'altra, farci spiegare dallo Scrittore
in Sede che cos' una persona reale.
- Non sembra affatto una persona reale, - ribad lo
scrittore. - Sembra un artificio da quattro soldi. Niente
artifici da quattro soldi.
- Niente artifici da quattro soldi, - ripetei. Mi tuffai
sulla sedia pieghevole, e credo che si sarebbe chiusa con
una botta simile, non fosse stata mossa a piet da quello
che aveva sentito.
- Niente artifici da quattro soldi, per nessuna ragione,
- ribad lo scrittore, e ingoll un'altra lunga sorsata di
bourbon.
Fu a quel punto che il direttore si alz, si diresse verso
il podio e cominci ad agitare braccia e mani sopra la testa,
come se fosse un naufrago e si sforzasse di richiamare
l'attenzione di un aeroplano in volo. - Temo che il tempo
a nostra disposizione sia finito, - disse, informando che
lo scrittore sarebbe stato lieto di autografare i libri. A questo
annuncio la folla impazzita si mosse in avanti dal fondo
della stanza. Io rimasi seduto al mio posto, con la testa
penzoloni fra le ginocchia, come quando si attende lo
schianto di un aereo. Solo che lo schianto era gi avvenuto
e io avevo preso posizione troppo tardi. Peter mi sedeva
accanto - percepivo la rabbia del suo respiro pesante -
ma, a parte lui, mi sentivo completamente solo. Persino lo
spirito di mia madre mi aveva abbandonato: come in Un
americano alla corte di re Art, pareva essere uscito dal mio
corpo e ritornato nel proprio, viaggiando nello spazio.
Non so per quanto tempo rimanemmo seduti cos: forse
un minuto, forse un'ora. Alla fine Peter mi afferr per
la giacca (la sua) e mi diede uno strattone. Io mi rifiutai di
guardarlo in faccia, per cui dovette prendermi per il mento,
girarmi la testa e dirigere la mia attenzione verso di lui.
Peter era arrabbiato, questo lo si capiva chiaramente. Pensai
che fosse arrabbiato con me: non solo avevo fatto la figura
del cretino, ma raccontando la mia storia avevo probabilmente
richiamato un'attenzione indesiderata su di
me, su di lui e la sua lettera, e su ci che voleva che io facessi.
Crollai di nuovo il capo per la vergogna e lui mi riafferr
il mento, sollevandolo, ma con dolcezza, con una dolcezza
inaspettata.
- Adesso capisci perch odio quel tizio?
- S, - risposi. Perch pensavo di capirlo.
- Ok? - mi chiese Peter, poi alz le spalle. Sapevo che
mi stava chiedendo se avrei dato fuoco alla casa, gratuitamente;
lo sapevo. Non ne avevo alcuna intenzione, ma - e
questa  solo una delle tante cose di cui mi vergogno - ero
cos sollevato che non ce l'avesse con me per la mia decisione
di stare al gioco; stare al gioco  l'unica cosa che facciamo
quando  troppo difficile fare il contrario e dire semplicemente
la verit.
- Ok, - risposi.
- Bene, - disse lui. - Andiamocene.
- Dove?
- Al bar, - rispose Peter.
- Bella idea, - commentai. Ci alzammo e uscimmo dalla
casa, ma non senza lanciare un'occhiata allo scrittore.
Era ancora seduto al suo posto, ancora intento a bere il
suo Jim Beam. C'era ancora una lunga fila di persone in
attesa di un suo autografo sul libro. Il direttore gli svolazzava
ancora intorno, Dio solo sa per quale ragione. Tuttavia,
lo scrittore non guardava il direttore, n il pubblico e
neppure le copie del suo libro. No, il suo sguardo era puntato
verso di noi che uscivamo, ed era uno sguardo intenso,
e chiss, magari stava pensando che, in fondo, eravamo
due persone reali.
 
Capitolo diciottesimo.

Il bar occupava una costruzione di blocchi di calcestruzzo
a un solo piano, con un'entrata di compensato nero situata
di fronte e non di lato come a casa di Peter. Entrambi,
tuttavia, appartenevano alla stessa famiglia di edifici
di second'ordine. Alle finestre c'erano luci al neon con il
nome di qualche birra, e tutt'intorno lucine di Natale intermittenti,
ma le lampadine combattevano una battaglia
persa: met di loro erano spente e fuori uso. Non era da
escludersi che fossero rimaste li appese tutto l'anno. Non
c'era nessuna insegna che dicesse che si trattava del bar o
del locale vattelappesca, come se non esistesse un nome
abbastanza brutto per designarlo. Il parcheggio era pieno,
i camion - perch erano quasi tutti camion - erano posizionati
di sbieco, con cattiveria, come se si stessero preparando
a un demolition derby, o ne fossero reduci. Era
uno di quei bar che lascia gli avventori perplessi, specie se
gli avventori erano tipi come me, che non avevano messo
piede in un posto simile prima d'allora.  vero, ero stato
in un sacco di bar e grill: vicino a casa nostra, a Camelot,
ce n'erano a iosa. Ma erano quel genere di locale in cui
ti portano pastelli colorati per i bambini e tovagliette di
carta da pasticciare, e menu con divieti allarmanti perch
si impedisca ai bambini di disegnare in qualunque altro posto
che non siano le tovagliette, ed erano anche quel genere
di locale che impartiscono divieti ancora pi allarmanti
- sulle tovagliette stesse, sui muri, sui grembiuli dei
camerieri e delle cameriere, ovunque - per impedirti di fumare
o altro, sicch quei bar e grill assomigliavano alla
perfezione al mondo fuori dei bar e grill, solo con qualche
regola in pi e meno possibilit di trasgredirle.
Questo era un locale ben diverso, e una volta dentro
capii all'istante perch i bar esistono e perch alla gente
piace andarci a bere: se un bar e grill ti rammentava
tutte le cose che non avresti dovuto fare, un bar vero ti
suggeriva che non c'era nulla che non potessi fare, e nessuna
conseguenza da affrontare se l'avessi fatto. La mia
prima impressione del locale era sbagliata; non era affatto
un luogo deprimente. Intanto, era molto meglio visto
da dentro che da fuori. Aveva pavimenti di pino, tirati a
lucido come una pista da bowling. Il soffitto era basso e
aveva un rivestimento di pannelli acustici scrostati, tanto
vicini che avrei potuto toccarli - cosa che in effetti feci
e che mi diede grande soddisfazione. E poi c'era Peter,
fermo accanto alla toilette degli uomini, che vendeva droga
- bustine da dieci, come le chiamava lui, sacchetti di
plastica con dieci dollari di marijuana - a dei tizi che gli
assomigliavano parecchio tranne che sembravano molto
pi felici, pi loquaci. Se per questo, anche Peter in quel
bar pareva la versione pi felice, pi loquace di se stesso,
ragione per cui posso affermare che il locale non era affatto
deprimente. Peter pareva sentirsi pi libero per il
solo fatto di essere li dentro. O forse era solo per via della
roba, che in gran parte sembrava riservare a se stesso.
O forse perch alla fine mi ero deciso a fare qualcosa che
non avevo alcuna intenzione di fare. Quando, appena entrati,
raggiungemmo il bancone del bar, Peter fece segno
verso di me e disse: - Eccolo,  lui, - e procedette con un
giro di presentazioni. C'erano Barry, Mick, Shoe e Lyle.
Ovviamente non afferrai i nomi in quel momento, ma non
sembrava che gliene importasse molto, e tutti mi fecero
sentire subito a mio agio. A un certo punto, Peter si spinse
persino a cingermi con un braccio e a dire: - Abbiamo
bisogno di te, amico, - al che scoppiai quasi a piangere e
mi sentii come se avessi tanto bisogno di loro quanto loro
di me.
Ma chiss, pu darsi che fosse l'alcol a farmi sentire cos.
Peter mi offr un bourbon dopo l'altro, e di li a poco
cominciai a sbagliare nome quando mi riferivo a me stesso,
cosa che li faceva ridere tutti a crepapelle, il che, a sua
volta, mi rendeva tanto tanto felice, cos felice da buttar
gi un altro bicchierino. Devo averne ingollati una dozzina
abbondante, di quei bicchierini. A un certo punto non
ricordo pi alcuna conversazione e devo aver perso la cognizione
del tempo, sebbene dovesse esserne trascorso parecchio,
perch mi ritrovai seduto su uno sgabello, al bancone
a ferro di cavallo, i ragazzi ormai scomparsi, mentre
un gruppo suonava.
Non c'era un palco nel bar, ma quattro ragazzi - due
chitarristi, un bassista e un batterista - suonavano comunque
in un angolo del locale; avevano i capelli lunghi, sfrangiati,
che spuntavano dai loro cappelli da sci, e agitavano
con violenza la testa per tenere il tempo su una canzone
che pareva non averne. Il basso era talmente forte da non
sembrare un suono e basta, bens un'emozione che montava
dal pavimento, che si insinuava dentro di me, passandomi
attraverso l'inguine, su su fino al cuore, fino alla
gola. Il suono mi trascin verso il gruppo, anche se prima
dovetti farmi versare un altro bicchiere di bourbon dal
barista.
Presi il mio whisky e mi andai a mettere di fronte alla
band. Non riconobbi la canzone che stavano suonando,
ma quando fin qualcuno url: - Creedence! - Quel grido
sembr infondere nuovo coraggio ai ragazzi del gruppo,
perch si lanciarono in un'altra canzone, apparentemente
una delle preferite, e la pista si riemp di gente - donne
che ballavano con uomini, donne con donne, e uomini soli,
che battevano i piedi e cantavano dentro le loro bottiglie
di birra - e prima che me ne rendessi conto, anch'io
ero li a ballare.
Ebbene s, ballavo. E subito mi torn alla mente la ragione
per cui non ballavo da cos tanto tempo. Perch
quando ballo, sogno, o almeno ricordo, che per me  esattamente
la stessa cosa che sognare. E cos la band si lanci
in un pezzo dei Creedence, se era quello che stavano
suonando, e io cominciai a battere i piedi e ad agitare un
po' le braccia, e tutto a un tratto mi misi a sognare dell'ultima
volta che avevo ballato, al mio matrimonio, insieme
ad Anne Marie. Era la nostra canzone, per non ricordo
quale fosse - altra cosa di cui mi vergogno -, ma ad ogni
modo avevo avuto l'impressione che fosse anche la canzone
di molti altri sposi. Avevo notato che a parecchia altra
gente sposata da pi tempo erano venuti gli occhi lucidi,
e si tenevano per mano. Era una bella sensazione trovarsi
in compagnia di tutte quelle altre coppie sposate e felici,
e dal canto mio mi sentivo benissimo con la mia bella fanciulla
fra le braccia, la mia bella alta fanciulla, che si era
messa le scarpe coi tacchi bassi per non sembrare molto
pi alta di me, la mia bella, alta, premurosa fanciulla, che
aveva lo stesso odore della torta che avevamo appena tagliato.
Andava tutto bene, se non fosse stato per il fatto
che stavamo ballando, ovviamente, e allora avevo cominciato
a ricordare e a sognare, anche quella volta, a ricordare
e a sognare i miei genitori che non erano presenti al
matrimonio, chiaramente perch non gliel'avevo detto.
Ricordavo, in particolar modo, quella volta in cui avevo
spiato mia madre e mio padre che ballavano. Era successo
l'anno dopo che mio padre era tornato dal suo esilio,
e senza dubbio era la prima volta che li vedevo ballare.
Era la prima volta, addirittura, che li vedevo toccarsi
dal suo ritorno. Ballavano nell'ingresso. Io li guardavo dalle
scale (avrei dovuto essere a letto, ma avevo sentito la
musica - era Benny Goodman con la sua big band, me lo
ricordo - e mi ero messo a spiarli). Era un modo di ballare
molto conflittuale, quanto meno da parte di mia madre.
Per un attimo aveva gli occhi chiusi, la testa abbandonata
sulla spalla di mio padre, come se fosse addormentata e
in pace; ma l'attimo dopo, aveva gli occhi spalancati e pieni
di collera, le mani sul petto di mio padre che lo respingevano,
e l'unica cosa che la tenesse ancora allacciata a lui
era lui medesimo, che non voleva lasciare la presa, mentre
lei continuava a ripetere: Non so, non lo so e basta, e
lui replicava: Mi dispiace, mi dispiace, oh Dio, non sai
quanto mi dispiace. Allora lei si calmava per un po', ma
poi la tensione riaffiorava, e cos via. Provavo una tale tristezza
nei confronti di questi genitori tanto confusi, ed ebbi
la netta sensazione che l'amore e il matrimonio e la danza
non fossero che una costante guerra contro il proprio
sale in zucca. Guardare i miei genitori mentre ballavano
aveva reso la solitudine persino piacevole e rilassante al
confronto, per cui decisi di tornarmene in camera e mettermi
a dormire. Mentre ballavo con Anne Marie, al nostro
matrimonio, mi era tornato tutto questo alla mente,
e nell'attimo in cui ricordai di essermene andato a letto,
solo e felice di esserlo, mi staccai da Anne Marie e feci
un passo di lato, come se me ne stessi andando. Gli ospiti
rimasero senza fiato, Anne Marie mi afferr, e io allora
ritornai alla realt, vidi la mia bella, la mia sposa, e continuai
a ballare fino alla fine, e in seguito non ne parlammo
mai. Tra l'altro, mi aveva afferrato con grande forza. Pi
tardi, avevo notato due grandi lividi, in alto, sui bicipiti,
come se fosse stata un'aragosta e non l'essere umano
Anne Marie a impedirmi di lasciare la pista e di rovinare
il nostro matrimonio l su due piedi invece di aspettare
otto anni.
E io ricordavo e sognavo anche tutto questo mentre ero
al bar. Ero talmente immerso nel mio sogno che, quando
la canzone fin con un fragore di batteria, una scossa di
basso e uno stridore di chitarra, ero ancora intento a ballare
tra la folla. La gente mi fissava. Chi poteva biasimarla?
L'avrei fatto anch'io. Trangugiai il mio cicchetto, come
se quel gesto potesse farli smettere di fissare. Non fu
cos. Mi guardai intorno in cerca di aiuto, caso mai ci fosse
qualcuno per venirmi in soccorso.
E infatti c'era: alla mia destra vidi una donna con uno
spinello acceso. Non l'avevo notata fino a quel momento,
n l'avrei pi rivista. Era alta esattamente come me. Aveva
gli occhi scuri, e mi guardava strizzandoli, con perplessit,
o forse solo per via del fumo. Non portava orecchini,
anzi non aveva nemmeno i buchi ai lobi per poterseli
mettere. Era mora, con i capelli lisci sul punto di sciogliersi
dalla coda di cavallo, ma si capiva benissimo che sarebbe
stata bella comunque, con i capelli legati o sciolti, e che
non se ne curava troppo, che erano semplicemente qualcosa
che portava in testa quasi per caso. Di lei, tranne questi
dettagli, non so nulla, nemmeno come si chiamasse,
malgrado pensi a lei in continuazione, come si fa con le
cose e le persone che ti cambiano la vita per sempre - anche
se dubito che lei pensi a me, il che fa parte del gioco
della vita, ragione per cui ho anche la certezza che mentre
No non smetteva mai di pensare al suo Diluvio Universale,
l'acqua, una volta ritiratasi, non fu sfiorata neppure
una volta dal pensiero di No.
- Hai l'aria di uno che ne avrebbe bisogno, - disse, e
mi mise lo spinello in bocca. Feci un tiro: era il primo della
mia vita, sapeva di terra e mi fece tossire, ma a parte ci
non mi fece altro effetto che non mi avesse gi fatto il
bourbon. Poi la band attacc una nuova canzone, una dei
tempi del liceo che riconobbi: era degli Skynyrd e il gruppo
fece del suo meglio per replicare il famoso attacco a tre
chitarre usandone due soltanto. Questa volta, per, non
mi misi a ballare, e quindi non sognai n ricordai nulla -
n i miei genitori, n Anne Marie o i bambini, nessuna delle
persone a cui tenevo e per cui ero stato messo su questo
pianeta. E come pu succedere? Perch non abbiamo sempre
qualcuno intorno che ci dica: No! Smettila! Esci di
corsa e buttati in un cumulo di neve fino a quando la tua
capacit di ferire, di fare del male, non si sia completamente
congelata? Perch non abbiamo quella voce, una voce
che non ci dica: Cos'altro? Cos'altro?, ma invece: Finiscila!
Desisti! Stai per fare del male!? Ma poi, anche
se avessimo quella voce, l'ascolteremmo? Che cosa ci rende
sordi a tutti gli avvertimenti? La necessit, forse?  la
necessit a renderci cos sordi, a riempirci, su su fino alle
orecchie, tanto da impedirci di dare ascolto ai nostri impulsi
migliori?  di necessit che siamo troppo pieni, oppure
di noi stessi?
Nulla di tutto questo era nei miei pensieri in quel momento.
Non pensavo neppure ad Anne Marie e Thomas,
non mentivo nemmeno a me stesso dicendomi di essere
una vittima con dei diritti piuttosto che un persecutore
senza alcun diritto. Pensavo solamente che accanto a me
c'era una bella donna che mi stava addirittura sorridendo,
e il suo sorriso faceva s che anche la brutta musica della
band non fosse poi cos brutta a sentirsi, e poi aveva due
guance e io avrei voluto baciare quella pi vicina alle mie
labbra. Mi chinai verso di lei e le diedi un bacio, lei rivolse
la bocca verso la mia e io le baciai anche quella, con trasporto,
e quando sentimmo di volere pi di un bacio, ci
afferrammo entusiasti e incuranti della presenza di chiunque
altro al bar, come se le mani, toccando, si rendessero
invisibili. Il tutto prosegu a lungo. Me ne resi conto per
via delle labbra che cominciavano a stancarsi e per il susseguirsi
di schiamazzi e battimano che non sembravano rivolti
al gruppo che suonava. Alzai lo sguardo per vedere
chi stesse facendo tutto quel baccano e fu allora che riconobbi
mio suocero, Mr Mirabelli, proprio alle spalle della
donna. E a pochi passi da lui vidi mia madre. Nessuno dei
due urlava o batteva le mani. Avevano entrambi lo sguardo
fisso su di me, uno sguardo di enorme delusione, come
se il bar fosse un museo e io un dipinto famoso per vedere
il quale avevano pagato un biglietto troppo costoso.
- Mamma! - gridai, liberandomi dalla presa delle labbra.
- Mr Mirabelli! - La sorpresa, da parte della donna, fu grande
quanto la mia nel vedere mio suocero e mia
madre.
- Come mi hai chiamata? - mi domand la donna. Fece
qualche passo indietro e poi mi fece girare un poco, in
modo da farmi voltare la schiena a mia madre e mio suocero
e continuando a tenermi fermo per i bicipiti. Aveva
una presa niente male, mi rammentava quella di Anne Marie,
molti anni prima, al nostro matrimonio, il che mi fa
pensare che forse tutte le donne sanno afferrare cos, essendo
proprio quella presa ci che le rende stabili mentre
decidono se tenerselo, quell'uomo che hanno preso al cappio,
o se lasciarlo andare.
- Aspetta, - dissi. Cercai di liberarmi dalla sua presa e
al contempo di fare un mezzo giro su noi stessi cos da poter
tornare a vedere mia madre e mio suocero, ma il movimento
che ne venne fuori dovette senza dubbio apparire
come un gesto brusco perch la donna disse: - Che cazzo
credi di fare? - Lo domand a voce alta, ripetendolo
pi volte - la band aveva finito il pezzo e ora ci guardava,
come se fossimo diventati noi la vera attrazione -, e poi
scomparve, mentre diversi tizi presero il suo posto, dei tizi
che pensai avessero qualche legame con la donna o quanto
meno desiderassero averlo, tutti curiosi di sapere quale
fosse il mio problema. Peter e i suoi amici si accorsero
di quanto stava accadendo, e allora si avvicinarono per
chiedere a quei tizi se per caso non fossero loro ad avere
qualche problema. Ci volle un po' prima di sbrogliare questa
matassa, perch tutti noi ne avevamo un sacco di problemi,
e una volta chiarito questo, mia madre e Mr Mirabelli erano
scomparsi. Corsi fuori, nel parcheggio: non erano
nemmeno l e non c'era traccia della Lumina di lei, n
della Lincoln Continental di lui. Ma mentre attraversavo
il parcheggio, mi imbattei nella mia auto e l, sul parabrezza,
sotto un tergicristallo, trovai un tovagliolino del bar.
C'era scritto: Credo di sapere chi sei. Pensai fosse un
messaggio di mia madre (la calligrafia, inclinata e piena di
svolazzi, mi pareva familiare), sebbene non avessi idea di
cosa significassero davvero quelle parole. C'erano cos tante
cose di cui non avevo idea. Come facevano a sapere, mia
madre e mio suocero, dov'ero? Da chi avevano saputo che
mi ero diretto nel New Hampshire? Da mio padre? E uno
dei due, o forse entrambi, avevano qualcosa a che fare con
la telefonata? Si conoscevano? E se s, come? Ed erano
arrivati fin li insieme o con due macchine diverse? E mia
madre lo sapeva che avevo detto a mia moglie, e anche ai
miei suoceri, che lei e mio padre erano morti? E Mr Mirabelli
lo sapeva che non era cos? E in quel preciso momento
stavano parlando della donna che avevo baciato e
della moglie che avevo tradito? E perch mai mi avevano
seguito fino al bar per poi andarsene senza dirmi una parola?
E quel biglietto, che cosa avrebbe dovuto significare? Perch
mia madre credeva di sapere chi fossi? Ero o
non ero suo figlio? Perch mai avrebbe dovuto pensare
una cosa del genere?
Erano tutte domande a cui non riuscivo a rispondere
o, quanto meno, per cui non volevo trovare risposte, e da
detective si impara, prima o poi, a smettere di porsi quel
tipo di domande e a cominciare a farsene di quelle a cui si
sa rispondere. Perci mi chiesi: Che ora ? Poi guardai
l'orologio: era mezzanotte e venti, il che voleva dire che
ero gi in ritardo.
 
Capitolo diciannovesimo.

Ero in ritardo, ma non del tutto scemo. Non percorsi
l'intero tragitto fino alla Residenza di Robert Frost, n lasciai
l'auto nel parcheggio come avevo fatto prima. Come
un vero detective, uscii dalla carreggiata a circa un quarto
di miglio dall'abitazione, immettendomi in uno spiazzo
nei cumuli a bordo strada che gli spazzaneve dovevano
aver usato per fare inversione di marcia, lasciai la monovolume
e mi incamminai furtivamente verso la casa. Il
che, ovviamente, richiese altro tempo; sicch, quando
giunsi alla Residenza di Robert Frost, gli analisti finanziari
vi avevano gi appiccato il fuoco e se ne stavano nel
parcheggio a guardare la casa che bruciava. La Saab era
ferma accanto a loro, con il motore acceso. Il parcheggio
era circondato da pini bianchi, e io ne scelsi uno e mi ci
nascosi dietro, alla distanza giusta per sentire quello che
dicevano.
- Non si far vedere, vero? - disse uno dei Ryan riferendosi
a me, ne ero del tutto certo. Era la prima volta che
lo sentivo parlare. - Che senso ha tutto questo, se non si
far vedere?
- Si sta perdendo un gran bell'incendio, - rispose Morgan,
e allora capii perch mi avevano chiamato: per dimostrarmi
che potevano dar fuoco alla casa di qualche scrittore
del New England senza il mio aiuto. Volevano che facessi
loro da testimone. Erano sempre stati cos, quegli
analisti: quando in carcere si ritrovavano a discutere del
loro memoir, erano sempre tanto smaniosi di dimostrare
l'uno all'altro come avevano scritto bene le loro malefatte.
- Un gran bell'incendio, - ripet Morgan.
- E chi se ne frega del bell'incendio, se non  qui a vederlo,
- comment l'altro Ryan. Tigue e G-off erano appoggiati
alla Saab e osservavano il fuoco in silenzio, tutta
la voce era passata ai Ryan.
- Sta' zitto, - disse Morgan. - Dammi retta. Se ne pentir
-. Sollev una busta che teneva in mano e la deposit
al centro del parcheggio, che era stato quasi completamente
ripulito dallo spazzaneve. Dopodich, si infilarono tutti
nella Saab e si allontanarono dall'incendio. Mentre l'auto
lasciava il parcheggio, il secondo piano della Residenza
di Robert Frost crollava sul primo. Per un secondo mi domandai
se lo Scrittore in Sede fosse ancora li dentro, a bere
il suo bourbon, ma non vedevo altre auto parcheggiate,
n sentii urla. Pi tardi avrei scoperto che lo Scrittore in
Sede non era affatto insediato nella Residenza, bens in un
bed and breakfast poco distante. Gli era andata bene, a
differenza dei poveri genitori di Thomas Coleman.
Anche a me non era andata male quella sera, o almeno
cos pensavo. Mi avvicinai al punto in cui Morgan aveva
posato la busta nella neve. E guarda caso si trattava proprio
della lettera che Peter mi aveva scritto sei anni prima,
chiedendomi di fare ci che avevano appena fatto gli
stessi analisti finanziari. Mi misi a leggerla alla luce del
fuoco, e compresi perfettamente la ragione per cui Peter
voleva che facessi quanto avevano fatto gli analisti. Era
chiaro che Morgan aveva lasciato la lettera l affinch la
polizia o i vigili del fuoco la trovassero e quindi incriminassero
me, ma avrebbe potuto risparmiarsi la fatica e confidare
nel fatto che io stesso, alla fine, mi sarei incriminato
da solo. Mi misi la lettera in tasca.
Fatto ci, rimasi l a guardare le fiamme un altro po'.
Erano belle, immense e scoppiettanti, con pi scintille e
scoppi dei mortaretti del 4 luglio, un'ulteriore prova che
il fuoco , dei quattro elementi, quello di maggior effetto
- molto pi bello di quanto non fosse stata la casa stessa.
Per quanto fuoco e casa avessero molte cose in comune:
un incendio  qualcosa che si produce e si ammira; allo
stesso modo chi aveva costruito quella casa doveva averle
tributato la stessa ammirazione. Ma per quanto fosse bello,
l'incendio non fu particolarmente utile, cosa che mi
riemp di tristezza: adesso sapevo che erano stati gli analisti
finanziari a chiamarmi (o, almeno, uno di loro), e sapevo
anche che erano stati loro a dar fuoco alla Residenza
di Robert Frost, sicch quelle domande avevano trovato
una risposta. Questo per non mi aveva aiutato a scoprire
chi avesse incendiato la casa di Edward Bellamy o quella
di Mark Twain. E allora a che serviva rispondere a una
domanda sola se le altre rimanevano insolute?
Sentii uno scricchiolio di copertoni sulla neve, e cos
mi allontanai dall'incendio e mi diressi furtivamente verso
la macchina. Prima di esserci troppo vicino, udii il rumore
di un motore, vidi dei fari che perforavano la notte
e si riflettevano sulla neve, sicch scivolai dietro un altro
pino bianco - nel New Hampshire i pini bianchi abbondavano
quanto le Volvo ad Amherst. Era un'altra Lumina,
e a tutta prima pensai che fosse mia madre, ma quando
mi pass davanti mi accorsi che, raggomitolato sul volante,
c'era l'agente Wilson che si dava una mossa in
direzione della Residenza di Robert Frost in fiamme, cercando
senza dubbio una risposta sua alle domande sue.
Una volta che Wilson fu scomparso, corsi verso l'auto e
partii alla volta di Amherst. Perch ci sono casi in cui un
detective non deve starsene l a rispondere alle domande
toste, se non  a sua volta uno tosto. Ci sono casi in cui 
meglio che qualcun altro trovi le risposte per te.
 
Capitolo ventesimo.

Ricordo il giorno in cui mio padre ci lasci. Era un sabato.
Me lo ricordo perch quel giorno non dovevo andare
a scuola e fui cos testimone di tutto ci che accadde subito
dopo. Mia madre e io, l'uno accanto all'altra, restammo
a guardarlo dalla finestra del salotto mentre faceva
retromarcia sul vialetto di casa con la sua Chevy Monte
Carlo. Era ottobre inoltrato e gli alberi spogli agitavano i
loro rami rinsecchiti, come per dire addio a mio padre e
alla sua auto. Anche gli alberi sapevano che se ne stava andando,
e quando accadde parve quasi che mio padre si tirasse
dietro anche la faccia di mia madre. Il volto di quella
donna graziosa e modesta che conoscevo con il nome di
mamma si allung quando lo vide allontanarsi dal marciapiede,
e ritorn al suo posto con uno schiocco non appena
lui scomparve dal suo sguardo. Ora il volto si era fatto
pi duro, i suoi occhi azzurri pi penetranti, la bocca
pi tirata e con un lieve sogghigno agli angoli. Questa mia
nuova madre era meno graziosa ma pi bella di quella di
prima, il che significa, credo, che la grazia  qualcosa che
si pu apprezzare, ma la bellezza  qualcosa di cui aver
paura, e io avevo paura tanto di lei quanto della sua bellezza.
Mia madre si mise a girare per casa, prendendo in
mano riviste, dischi, sottobicchieri, cuscini del divano e
ritratti di famiglia, guardandoli come se non credesse che
fossero davvero suoi e poi gettandoli in un angolo. E anche
quella fu una cosa che mi spavent.
- Ma tu hai fame, - mi disse infine, voltandosi all'improvviso
verso di me, quasi si fosse ricordata che, anche
se mio padre se n'era andato, io ero ancora l. Aveva ragione:
era ora di pranzo e avevo fame. - Ti preparo qualcosa,
- disse, infilandosi in cucina. Io rimasi in salotto e
mi misi a raccogliere tutto quello che aveva sparpagliato
in giro, e comunque standomene alla larga da lei, finch
non sentii odore di bruciato e andai in cucina a vedere cosa
fosse.
L'odore arrivava da un panino aperto a met, col pomodoro
e il formaggio fuso sopra, il mio pranzo preferito.
Mia madre l'aveva ridotto a un pezzo di carbone a forma
di pane. L'aveva tirato fuori dal fornetto, ma troppo tardi,
e ora agitava uno strofinaccio su quel pasticcio carbonizzato
e rideva, troppo forte e con una risata isterica che
mi spavent. Continuava a ripetere: Le piaceva cucinare,
ma non cos, come se fossero le parole di una canzone,
una canzone famosa che avrei dovuto conoscere, ma
che non ricordavo. Dissi a mia madre: - Non la conosco
questa canzone Poi, non so perch, forse pensando di
averla delusa, aggiunsi: - Mi dispiace, - e mi misi a piangere.
Le mie lacrime la calmarono, essendo l'isteria altrui una
nota terapia per la propria. Smise di cantare, mi prepar
un altro panino caldo al pomodoro e formaggio, vi prest
attenzione e questa volta riusc a non bruciarlo. Mentre
mangiavo, mia madre mi raccont la prima delle sue storie
sulla casa di Emily Dickinson, quella - come tutti sanno
- che avevo accidentalmente bruciato, come mia madre
aveva altrettanto accidentalmente fatto con quel panino.
A proposito di quel panino: quando finalmente rientrai
ad Amherst dal New Hampshire, erano le nove di mattina
e non avevo messo nulla nello stomaco da quasi ventiquattr'ore.
Avevo tanta fame che avrei mangiato addirittura
quel panino al pomodoro e formaggio bruciato da mia
madre ormai trent'anni addietro. Allora mi fermai a casa
dei miei genitori per fare colazione prima di recarmi a
Belchertown, all'appartamento di mia madre. L'auto di
mio padre era parcheggiata nel vialetto di casa e pensai
che, mentre mi procuravo qualcosa da mangiare, avrei potuto
fargli qualche domanda. Era chiaro che gli analisti
finanziari avevano rubato a mio padre la lettera sulla Residenza
di Robert Frost, e forse anche le altre quattro lettere
che lui non ricordava. Ma come facevano a sapere
dove trovarle, o addirittura che esistevano? E mio padre
conosceva gli analisti? E poi c'era mia madre. Come sapeva
che stavo andando alla Residenza di Robert Frost?
Era stato mio padre a dirglielo? E perch l'avrebbe fatto?
E l'aveva detto anche a mio suocero? E perch mi
avevano seguito?
Aprii la porta e sentii immediatamente lo scroscio e lo
sgocciolio della doccia, che significava, ovviamente, che
mio padre era li dentro. Andai in cucina con l'intenzione
di ingurgitare qualsiasi cosa mi capitasse a tiro, e subito.
Come al solito c'erano lattine di birra Knickerbocker dappertutto,
mentre sul tavolo una lista che diceva: latte, cereali,
birra, vino, fiori, formaggio, pane, eccetera. Non che
ci fosse necessariamente qualcosa di strano, tanto che con
tutta la fame che avevo me ne scordai quasi, finch non
riflettei sulla calligrafia: mi era del tutto sconosciuta, niente
di simile a tutti gli altri messaggi, quelli che dicevano:
Bevimi, o quello che diceva: Credo di sapere chi sei,
e, a ripensarci, non era nemmeno simile alle cartoline di
mio padre. Estrassi dalla tasca il biglietto della sera prima
- quello che mia madre mi aveva lasciato sul parabrezza,
su nel New Hampshire. Chiaramente la lista della spesa e
il biglietto erano stati scritti da due persone diverse: una
metteva i puntini sulle i, l'altra no; una aveva una scrittura
rattrappita, l'altra distesa. Erano due mani diverse. La
mano che aveva scritto i biglietti non era la stessa mano
che aveva scritto la lista della spesa. Sapevo che era stata
mia madre ad aver scritto il biglietto sul parabrezza, il che
significava che la lista della spesa l'aveva scritta mio padre.
Ma le cartoline? Quelle chi le aveva scritte?
Lasciai cadere la lista della spesa, corsi di sopra in camera
mia, e avvicinai una sedia all'armadio. Vi salii, e per
la seconda volta in due giorni ripresi la busta dallo scaffale
pi in alto, estrassi le cartoline dalla busta e mi misi a
leggerle. Le lessi per la scrittura, non per il contenuto, e
poi confrontai la calligrafia delle cartoline con la calligrafia
del biglietto di mia madre. Erano state scritte dalla stessa
persona. Poi le confrontai con la lista della spesa. E infine
mi misi a osservare le cartoline. Dalla Florida c'erano
semplicemente due grandi seni in un bikini striminzito e
sotto la nota battuta sulle noci di cocco; dal Wyoming un
cavallo selvaggio, le zampe posteriori che scalciavano verso
il bordo superiore della cartolina, ma i timbri postali
non dicevano Boca Raton o Cheyenne, bens Amherst,
Massachusetts. Certo, tutto questo era perfettamente logico:
non era stato mio padre a spedirle (ecco perch non
si era riconosciuto nel memoir di Morgan Taylor). Era stata
mia madre, e le aveva spedite da Amherst perch quello era il posto in cui viveva, insieme a me. Ma perch mai
l'aveva fatto? Perch aveva finto di essere mio padre e mi
aveva spedito delle cartoline da posti in cui lui non era
nemmeno mai stato, n vissuto? E se mio padre non aveva
fatto tutte quelle cose in quei posti lontani, allora dov'era
stato? Quel famoso giorno d'ottobre, quando ci lasci,
e mia madre cant la sua misteriosa canzone e mi bruci
il panino e mi fece piangere, dove se n'era andato mio padre? E una volta arrivato l, chi aveva finto di essere?
- Pap! - urlai, precipitandomi gi per le scale, armato
di cartoline. - Pap! - Subito dopo aver urlato, sentii
chiudersi la doccia, per cui mi piantai davanti alla porta
del bagno di sotto, con la testa piena zeppa di domande
che aspettavano una risposta da mio padre.
- Sam? - sentii una voce dietro di me, proveniente dalla
cucina e non dal bagno. Sapevo che era la voce di mio
padre, non occorreva che mi voltassi, cos come sapevo che
i biglietti e le cartoline erano stati scritti dalla stessa persona,
la lista della spesa da un'altra. Se fossi stato un vero
detective, avrei consultato un esperto di voci e calligrafia
per accertarmene. Ma anche questo andr a finire nella
mia guida del piromane: ci sono volte in cui sei tu stesso
a dover diventare l'esperto, dopodich, quando hai acquisito
quella competenza, capita talvolta che vorresti non
averla mai avuta.
- Sam, guardami un po', - disse mio padre. Questo non
era il padre infermo, n l'ubriacone, bens il padre determinato
e impaurito, il padre che voleva risparmiare al proprio
figlio di vedere quel che un figlio non dovrebbe mai
vedere. - Sam, girati subito.
Non mi girai. Tenni lo sguardo puntato sulla porta del
bagno, che si apr lentamente, cigolando come fanno le
porte nei film e nelle case vecchie, e anche la voce di mio
padre cigol un poco quando url: - Deirdre, non aprire
la porta!
Ma era troppo tardi: Deirdre l'aveva gi aperta. La porta
si era aperta e davanti a me era comparsa una donna
bionda, con un asciugamano che le copriva le parti salienti,
pressappoco della stessa et di mio padre, e se per questo
anche di mia madre, e se per questo avvolta in un asciugamano
probabilmente acquistato da mia madre molto
tempo prima, in un passato in cui acquistava delle cose carine
per la casa e, anzi, in quella casa ci viveva.
- Ciao, Sam, - disse Deirdre, poi mi allung la mano,
tenendosi l'asciugamano come fanno le donne, in quel modo
un po' complicato con l'ascella, il braccio, la cassa toracica
e il seno. E non sapendo cos'altro fare, la strinsi. La
mano, cio.
- Da quanto? - chiesi a mio padre. Eravamo seduti nella
sala da pranzo, al tavolo, e bevevamo birra. Deirdre era
scomparsa in camera di mio padre. Sentivo il rumore dell'asciugacapelli,
il ronzio e il getto d'aria persistente del
suo caldo rumore bianco. - Da quanto cosa? - ripet mio
padre. Il suo volto era una maschera di disinvoltura, nonostante
percepissi da sotto il tavolo il movimento perpetuo
delle gambe come di un martello pneumatico.
- Da quanto tempo stai con Deirdre?
- A sprazzi, - rispose lui, - da circa trent'anni.
- Trent'anni, - ripetei io, facendo i conti. Non erano
difficili da fare. Trent'anni. Io ne avevo trentotto. Il che
significava che mio padre stava con Deirdre da quando
avevo otto anni, che guarda caso era l'anno in cui mio padre
ci aveva lasciati per...
- Pap, - dissi, - quando ci hai lasciati, dove te ne sei
andato?
- Da Deirdre Lo guardai per un po', e il mio volto
doveva aver continuato a chiedergli non cosa o perch o
quando, ma dove, perch aggiunse: - Northampton, - che
 una cittadina non distante da Amherst. Forse a una ventina
di minuti. Mio padre era vissuto a venti minuti da noi
per tre anni.
- Per tre anni?
- S, - rispose. - Dove pensavi che me ne fossi andato?
Invece di rispondergli, gli porsi le cartoline. Che sollievo!
Che piacere usare parole concrete e affidabili che qualcun
altro aveva scritto, piuttosto che le proprie, che tanto
affidabili non erano affatto.
- Non le ho scritte io, - disse quando fin di guardare
le cartoline. Le risistem nella busta e le spinse, facendole
scivolare fino a met circa del tavolo, sicch si fermarono
fra me e lui come una staccionata che separi due vicini.
Mio padre aveva ancora indosso la sua maschera di disinvoltura,
ma adesso mi pareva di riuscire a scorgervi delle
piccole cuciture e dei punti e tutto quanto il ncessaire per
tenerla insieme.
- Ma non mi dire.
-  la calligrafia di tua madre, - disse.
- Ma non mi dire.
- Perch l'ha fatto? - domand, presumibilmente con
intento retorico, solo che si mise a guardarmi in attesa di
una risposta che, per sua sfortuna, ero in grado di dare.
- Perch non voleva che ti odiassi, - gli dissi. - Perch
voleva che io pensassi a te come a un uomo alla ricerca di
se stesso, piuttosto che tranquillo e beato a Northampton
con Deirdre.
-  una brava donna, - disse mio padre.
- Lo so.
- E come fai a saperlo? - domand.
- Perch  mia madre, - gli dissi, capendo solo adesso
che quando aveva detto E una brava donna si riferiva
a Deirdre e non a mia madre. Ingoiai un lungo sorso di birra,
dopodich feci mentalmente una lista di tutte le cose
che avrei voluto dirgli.
- Ah, - rispose mio padre, e allora la disinvoltura si
crep e cadde del tutto, sostituita da vergogna e rimorso.
Gli si pieg il capo in avanti come attratto dal tavolo, quasi
che il tavolo fosse un polo e la testa di mio padre una
sfera appena magnetizzata. - Anche tua madre  una brava
donna, - aggiunse.
- Sai, - digrignavo i denti, eppure le parole riuscivano
ugualmente a filtrare, come fanno sempre le parole che
non bisognerebbe mai pronunciare, - ha funzionato per
molto, molto tempo.
- Che cosa ha funzionato?
- Mamma mi spediva le cartoline perch non voleva
che ti odiassi. E ha funzionato: non ti odiavo. Non ti ho
mai odiato fino a questo preciso momento.
Le mie parole sortirono l'effetto desiderato: gli occhi
di mio padre si fecero acquosi e poi parve farsi acquoso anche
il resto, tutto il suo corpo si afflosci, divenne liquido,
ad eccezione della mano destra che teneva saldamente
la lattina di birra. E poi, all'altro capo del tavolo, c'ero
io, suo figlio: nell'attimo esatto in cui pronunciai quell'odiosa
cattiveria, anch'io mi feci liquido, ad eccezione pure
nel mio caso della mano destra, che teneva saldamente
la lattina di birra. Chiss se mia madre fosse entrata in casa
in quel preciso momento e avesse visto i due maschi Pulsifer,
due immagini allo specchio e soltanto trent'anni a
separarle. Chiss cosa avrebbe pensato se ci avesse visti in
quell'istante, cos come mi aveva visto la sera prima mentre
ballavo, baciavo e palpeggiavo quella donna che non
era mia moglie, e d'un tratto allora compresi alla perfezione
perch mia madre credeva di sapere chi fossi - avevo
tradito mia moglie proprio come mio padre aveva tradito
la sua - e capii anche che odiare i nostri padri non  che
un esercizio per allenarci a odiare noi stessi. Se mia madre
fosse stata l in cucina, le avrei chiesto scusa, e forse avrei
chiesto scusa anche a mio padre, per essere come lui.
- Pap, - dissi, - sei stato tu a dire alla mamma che andavo
nel New Hampshire?
- S, - rispose. Teneva gli occhi bassi, puntati sul tavolo,
evitando di incrociare il mio sguardo. Aveva la stessa
voce di un bambino, acuta e lacrimosa. - Gliel'ho detto
ieri mattina quando ha fatto un salto a casa. Mi ha chiesto
dove fossi e gliel'ho detto. E poi  venuta a cercarti.
- Perch?
- Perch era preoccupata per te. Perch non voleva che
facessi una stupidaggine.
- Troppo tardi, - commentai.
- Come al solito, - ammise mio padre.
- Lo hai detto a qualcun altro? - gli chiesi.
- S, - rispose di nuovo. Alz piano la testa, con l'aria
afflitta ma al contempo speranzosa, come se avere una cosa
da darmi volesse dire darmi chiss che altro.
- Fammi indovinare, - dissi. - Era alto, magro e
biondo.
Mio padre annu. -  un habitu. Ormai da circa quindici
anni, settimana pi, settimana meno, ad eccezione di
quest'ultima.  venuto ieri, subito dopo che tua madre se
n'era andata. L'ha quasi investito mentre usciva dal vialetto.
Lui mi ha chiesto dove andava cos di fretta...
- E tu glielo hai detto.
- Gi, - rispose. - E lui il tizio di cui volevi sapere?
- Thomas Coleman, - dissi io. - Non sapevi come si
chiamava?
-  possibile che me l'abbia detto una volta, ma l'avevo
dimenticato, - rispose mio padre, scuotendo il capo.
- Non ho mai pensato che fosse importante.
Me lo immaginavo gi Thomas che diceva a mio padre:
Sono Thomas Coleman, e poi aspettava che mio
padre riconoscesse quel nome e rispondesse: Mi dispiace
tantissimo per quello che ha fatto mio figlio. Mi dispiace
tantissimo per i suoi genitori, mi dispiace tantissimo
per tutto. E infine, una volta compreso che da mio
padre non avrebbe avuto alcuna soddisfazione, Thomas
ci aveva provato con me. Chiss se le cose sarebbero andate
diversamente se mio padre ne avesse riconosciuto il
nome e si fosse scusato, chiss se delle scuse avrebbero
davvero potuto cambiare tutto.
- E degli analisti finanziari che mi dici? - domandai.
- Conosci anche loro?
- Chi? - domand mio padre, e io glieli descrissi tutti
e cinque. Quand'ebbi finito, mio padre annu e disse: - Mi
sembrano lo scrittore e i suoi assistenti.
- Lo scrittore e i suoi assistenti, - ripetei.
- Qualche giorno fa si sono presentati questi cinque tizi,
ma solo uno mi ha parlato. Mi ha detto che stava scrivendo
un libro su di te; mi ha chiesto di raccontargli qualcosa
di te che non sapesse gi.
- E cos gli hai mostrato le lettere, - indovinai, sapendo
gi com'era andata. - Non posso credere che tu l'abbia
fatto.
- Mi ha detto che ti avrebbe descritto in maniera comprensiva,
- mi disse mio padre. - Che era dalla tua parte.
- E non ti ha insospettito il fatto che fossero in cinque? Che
non si fosse presentato da solo? - chiesi.
- Occorrono molte persone per pubblicare un libro, -
rispose. - Fidati, ne so qualcosa.
- Pap, - dissi, - lavori ancora alla casa editrice?
- No, - confess. - Sono in pensione -. Ma a quanto
ne sapevo, poteva anche trattarsi dello stesso tipo di pensionamento
di mia madre, bench non mi interessasse abbastanza
da domandarglielo, n avessi bisogno di chiedergli
dove stesse durante il giorno, ogni giorno, persino il sabato.
Mio padre era stato da Deirdre per tre anni, per cui
immaginai che fosse ancora l che andava.
- La mamma lo sa di Deirdre?
- S e no, - rispose mio padre. -  difficile da spiegare.
- Provaci, - lo incoraggiai.
- Bradley, dobbiamo andare -. Era Deirdre, proprio
dietro di me. Poteva essere rimasta l per tutto il tempo,
ad ascoltarci. Io per non mi voltai a guardarla. N guardai
mio padre. Tenni lo sguardo fisso sul tavolo, mentre
lui si alzava a fatica dalla sedia e usciva dalla cucina. Passando
davanti a me, mi pos una mano sulla spalla, indugiando
per un paio di secondi. E quando lo fece, io smisi
di odiarlo, smisi davvero, e forse  questa la ragione per
cui si fanno cos tante cattiverie alle persone che ti amano:
perch  facilissimo smettere di odiare qualcuno quando
si  cominciato con l'amarlo.
Poi mio padre ritrasse la mano e si trascin verso la sala
da pranzo. Fu la faccia di Deirdre a prendere il posto di
quella mano: si pieg verso di me, con il mento praticamente
appoggiato sulla mia spalla sinistra. Era troppo vicina
per riuscire davvero a vederla, per metterla a fuoco,
e mi domandai se gli antropologi e gli alieni di altri pianeti
lo sapessero, se sapessero cio che  molto meglio osservare
culture e mondi a noi sconosciuti da lontano, perch
se sei troppo vicino non riesci a vedere nient'altro che i
pori e il trucco che si usa per tentare di ricoprirli, e non
riesci a sentire nient'altro che l'odore dei capelli appena
asciugati e del dentifricio, ovvero ci che vidi e sentii di
Deirdre quella mattina quando mi sussurr: -  da molto
tempo che tuo padre e io siamo felici insieme. Poi sei arrivato
tu. Non saresti mai dovuto tornare. Non permetterti
di giudicarci.
E poi spar anche lei. La sentii sbattere la porta d'ingresso
mentre usciva di casa. Attesi qualche minuto, cos
da evitare di doverli vedere li fuori, nella macchina di mio
padre, a litigare o a commiserarsi o a consolarsi. Bevvi la
mia birra lentamente, poi entrai in cucina e posai la lattina
in cima al frigorifero, dove mio padre metteva le sue
quando gli veniva lo scrupolo di non lasciarle dove aveva
finito di berle. Poi ne aprii un'altra. Lo stomaco mi rodeva
malamente e io finsi che fosse ancora per la fame. L'unica
cosa commestibile rimasta in casa era un pezzo di pane
bianco: lo scartai dalla plastica e mi misi a masticarlo
adagio e con grande intenzione, come fossi una mucca particolarmente
immersa nei suoi pensieri. Poi, una volta finito
il pane, una volta accertatomi che fosse trascorso tempo
a sufficienza per garantire a Deirdre e a mio padre di
allontanarsi, misi la birra aperta in un sacchetto di carta e
afferrai dal frigo l'ultima confezione da sei lattine. Mi occorreva
tutto il coraggio che la birra avrebbe potuto infondermi,
e forse anche di pi. Perch ora che avevo visto
mio padre con la sua Deirdre, avrei dovuto affrontare chi
aveva visto me con la mia.
 
Capitolo ventunesimo.

Nevicava quando arrivai a Camelot. Ma era una neve
diversa da quella del New Hampshire: meno intensa e mortale
e bella, nient'altro che fiocchi enormi e radi che cadevano
fluttuanti verso il terreno come coriandoli separati
dal resto della sfilata. Non c'era un alito di vento e faceva
freddo, ma non un freddo tanto pungente; piuttosto
effervescente, frizzante, rinvigorente, di quelli che ti fanno
pensare che, dopo tutto, il freddo pu anche non essere
cos terribile. Il sole continuava a fare capolino da dietro
le nuvole, facendo brillare nuvole e neve pi di quanto
gi non brillassero. Non c'erano macchine nei vialetti
delle case, nessun bambino sulle strutture gioco in legno
trattato, nessuno che spalasse la neve dai gradini davanti
casa. Era l'ora di pranzo di una giornata lavorativa. Non
esiste un momento e un luogo pi tranquillo di Camelot
all'ora di pranzo di una giornata lavorativa, per quanto
quel giorno paresse persino pi tranquillo del solito. Avevo
l'impressione di trovarmi nel futuro, di entrare in una
sorta di comprensorio-riserva, non in un posto in cui vivesse
ancora qualcuno, bens un posto da attraversare con
gli autobus di scolaresche in gita affinch vedessero come
e dove si viveva nel passato, prima che la gente si trasferisse
altrove.
Ho detto che non c'erano auto, ma non era del tutto
vero. C'era la mia,  ovvio, e nel mio vialetto di casa quella
di mio suocero e la monovolume di Anne Marie. Della
jeep di Thomas Coleman nessuna traccia. Katherine doveva
essere a scuola e Christian a tavola intento a pranzare.
Era un ragazzino che mangiava tutto concentrato, incapace
perci di rivolgere la propria attenzione a qualcosa
che non fossero i suoi panini e il latte che gli era stato
imposto di finire. Poteva essere il mio momento: se Mr
Mirabelli aveva riferito ad Anne Marie quanto aveva visto,
avrei potuto spiegare ogni cosa; se non l'aveva fatto,
allora sarei stato io a dirglielo. Bevvi il resto della birra,
gettai la lattina nel retro della macchina, scesi e marciai
verso la porta d'entrata. Era la mia ultima occasione: sapevo
che si trattava della mia ultima occasione perch invece
di infiammarsi la mia faccia era congelata, come se si
preparasse a trasformarsi nella faccia nuova di una nuova
vita.
Bussai alla porta e aspettai. La neve smise di cadere per
un istante, quasi in attesa; il sole risplendeva sul mio corpo
come non mai, proprio come nella Bibbia, quando le
condizioni atmosferiche servono a sottolineare il dramma
umano e non solo a far crescere o a distruggere i raccolti.
Poi la porta si apr. Sull'uscio apparve Thomas Coleman.
Indossava un paio di sandali di cuoio e un paio di
pantaloni ampi, a scacchi bianchi e neri, leggeri come quelliche indossano gli atleti del sollevamento pesi sopra i
body di spandex ai campionati di Mister Universo di San
Diego. Era a petto nudo e aveva un torace piatto e ossuto,
praticamente una versione pi alta del suo stomaco.
Aveva due capezzoli smisurati, soffocati da sorprendenti
ciuffetti di peli scurissimi, e un asciugamano bianco in testa,
con una corda spessa che teneva stretto l'asciugamano
intorno al cranio. Thomas mi sorrise, avanz di un passo
verso di me e io lo colpii alla mascella con tutta la forza
che avevo in corpo, sebbene - lo ammetto - non dovesse
essere un granch: il pugno lo colp con un paf invece che
con un crac. Thomas cadde all'indietro, atterrando sul sedere;
rimase l, seduto, a massaggiarsi la mascella, ma senza
mai togliersi il sorriso dalla faccia. Era la prima volta
che picchiavo qualcuno in vita mia e fu frustrante al massimo,
tanto che compresi all'istante perch sia meglio essere
colpiti piuttosto che colpire, un'altra delle tante verit
che inserir nella mia guida del piromane. Anche
Gandhi lo sapeva, finch un giorno qualcuno lo colp a
morte, il che dimostra che c' sempre un'eccezione alla regola,
tanto che uno si chiede perch mai esistano, queste
benedette regole.
Thomas si rimise in piedi a fatica, poi se ne rest l, con
le braccia incrociate sul petto nudo, e io mi misi a osservare
la sua strana tenuta.
- Come ti sei vestito? - gli domandai.
- Buia, buia, buia, - rispose.
- Oh, no! - esclamai.
- Buia, buia, buia, - ripet, manco fosse un mussulmano
che ne richiamasse a raccolta altri per la preghiera.
Il che era esattamente ci che doveva fare, come  giusto
che sappiate, e io ero ben consapevole di cosa stava
accadendo. I Mirabelli sono un clan di sentimentali, di
nostalgici; col che non voglio dire che trovano conforto
nel passato, ma che invece sanno ricreare quel conforto nel
presente ogni qual volta ne hanno bisogno. Per esempio,
c'era stato un periodo relativamente lungo nell'infanzia di
Anne Marie in cui lei se ne andava in giro dappertutto con
addosso il tut al quale era enormemente affezionata. Ecco,
quando ci trasferimmo a Camelot e Anne Marie se la
passava male per via delle pareti troppo sottili, una sera i
suoi si presentarono in tut, e questo in qualche modo la
fece stare meglio, come se la sottigliezza dei muri potesse
trovare redenzione nello spessore del passato; come se ricordarlo,
quel passato, semplicemente non bastasse e bisognasse
ricrearlo per poterne avere qualche effetto positivo.
Poi ci fu un periodo, appena prima della nascita di
Katherine, in cui Anne Marie ebbe qualche complicazione
con la gravidanza, una sorta di singhiozzo al battito cardiaco
della nostra futura bimba, e dovette essere ricoverata per
qualche giorno. Per tirarla su di morale e visto che,
quando Anne Marie era alle elementari, Ben Franklin era
stato per lei il preferito fra i padri fondatori della patria,
Mr Mirabelli andava a trovarla cos travestito, con tanto
di occhiali, pantaloni al ginocchio, aquilone e almanacco,
mentre Mrs Mirabelli si travestiva a giorni alterni da Mrs
Franklin e da licenziosa dama francese. Erano troppo numerosi
questi momenti dell'infanzia per tenerli tutti a mente,
ma uno aveva a che fare con l'unico viaggio all'estero
della famiglia, in Marocco, quando i Mirabelli sentirono
dei mussulmani chiamare a raccolta altri mussulmani, il che
ci riporta al pranzo a Camelot. Mi avevano sempre coinvolto
in queste ricostruzioni del passato - anch'io avevo indossato
un tut e mi ero travestito da Sam Adams oppure
da John Adams, quello pi robusto dei due - fino a quel
momento.
- Togliti di mezzo, - dissi, poi mi precipitai in casa
mia, oltrepassando Thomas e il salotto vuoto, ed entrai in
sala da pranzo. Il tavolo era molto pi basso del solito e
poggiava in equilibrio su quattro cubi delle costruzioni di
Christian; gli avevano tolto le gambe che erano state riposte
in un angolo della stanza, quasi fossero legna pronta
da ardere. La tovaglia consueta - bianca, di pizzo - era
stata sostituita da un'altra con disegni pi elaborati che
sembravano voler richiamare il Medio Oriente. I piatti di
portata erano coperti e riempiti di qualcosa che supponevo
potesse essere quasi commestibile (i Mirabelli non si
distinguevano per le loro doti culinarie). Oltre a me, nella
stanza, c'era solo Mrs Mirabelli; nonostante la sua artrite,
era seduta per terra a gambe incrociate e indossava
un burka bianco improvvisato - un lenzuolo, com'era evidente,
con un buco - che le ricopriva i capelli e le orecchie
e si stendeva fino ai piedi. A farle da velo, aveva un
tovagliolo scucito e poi ricucito, o forse un fazzoletto di
pizzo; quando mi sent entrare, lo sollev, mi guard come
ci si aspetta che una suocera guardi il proprio stravagante
genero - uno sguardo a met tra la commiserazione
e il livore - e poi si riabbass il velo.
- Guarda un po' chi c', - disse mio suocero entrando
nella stanza. Mr Mirabelli era vestito come il leader clandestino
di una fazione islamica radicale: indossava una
giacca verde militare, una lunga tunica bianca che probabilmente
aveva rubato da qualche ospedale, e un foulard
a scacchi bianchi e rossi che gli ricopriva la testa e gli ricadeva
lungo la schiena. Non gli mancava che un mitra
russo, cosa di cui, viste le circostanze, fui grato. Mio suocero
teneva la mano sinistra sulla spalla di Christian. Mio
figlio era vestito come Thomas - pantaloni della tuta, ma
senza giacca - solo che teneva l'asciugamano nella mano
sinistra e non in testa, come se si fosse rifiutato di accettare
il travestimento per intero. O forse era successo che
aveva rovesciato qualcosa, com'era suo solito, e aveva usato
l'asciugamano per pulire.
- Ehi, ciccio! - esclamai. Christian mi sorrise incerto;
sollev la mano all'altezza del fianco, mi salut con
un gesto timido, furtivo, e poi si mise a sedere accanto a
sua nonna.
- Salve, Mr Mirabelli, - dissi a mio suocero, come se
mi stessi presentando per la prima volta. E per quanto lo
riguardava, era come se cos fosse.
- Coleottero! - disse Mr Mirabelli, poi prese posto vicino
a Christian, che mi lanci uno sguardo improvviso di
puro panico, come fanno i bambini quando non sanno se
qualcosa deve far ridere o spaventare.
- Chi? - domandai io. - Cosa?
- La prego di unirsi a noi, Coleottero, - rispose mio
suocero. - E ora di pranzo.
- Buia, buia, buia, - disse Thomas entrando nella stanza
e mettendosi a sedere a capotavola dove solitamente sedevo
io. Era difficile non coglierne il simbolismo, persino per me,
ma in quel preciso momento non ero in grado di focalizzare
tutta la mia attenzione, o la mia rabbia, su quel gesto.
- Mi ha chiamato Coleottero? - domandai a mio suocero.
Se quello era il mio soprannome, non l'avevo mai
sentito prima. I Mirabelli non erano mai stati particolarmente
appassionati di soprannomi, anzi nemmeno di diminutivi
dei loro stessi nomi, forse perch Anne non stava
bene senza Marie, e Louisa, il nome di Mrs Mirabelli, sarebbe
diventato maschile se si fosse accorciato, e quanto
a Mr Mirabelli, il suo nome di battesimo era Christian, e
accorciare quello sarebbe parso irrispettoso nei confronti
di Nostro Signore.
- Quale altro nome potrei darti, Coleottero, oltre che
Coleottero? - disse Mr Mirabelli. Mi lanci un ampio sorriso
malinconico e poi mi indic un posto a tavola, di fronte
a loro, completo di piatto, forchetta e tovagliolo. Immaginai
che il coperto fosse stato preparato per Anne Marie,
non per me.
- Dov' Anne Marie? - domandai, facendomi cadere
sul pavimento con uno scricchiolio di ginocchia e un
tonfo del sedere. E in quell'istante il caminetto a gas si
anim di vita, quasi che il mio mettermi a sedere fosse
Mos e il caminetto il cespuglio ardente. Mr Mirabelli
sollev il telecomando che azionava il camino, lo infil
nella sua giacca militare verde come fosse un'arma supplementare,
e poi disse: - Per favore, passami il cuscus,
Coleottero -. Il cuscus - che in realt era semplice riso,
quello della Uncle Ben, che si cuoce in cinque minuti -
era pi vicino a Thomas che a me, ma io feci quello che
mi era stato richiesto: mi misi in ginocchio, appoggiai la
mano sinistra sul tavolo per tenermi in equilibrio, e allungai
la destra. Solo che il mio peso era eccessivo per il
quadrupede amputato in cui si era trasformato il tavolo:
prima che raggiungessi il cuscus, il mio angolo di tavolo
scivol gi dal suo cubo delle costruzioni, cadendo sul
pavimento di legno e facendo s che piatti, bicchieri, piatti
di portata, tutto tranne il cuscus, scivolassero verso di
me, come se io fossi il castello e i coperti l'assedio.
- Mi dispiace tantissimo, - dissi, armeggiando a tentoni
finch non ritrovai il cubo delle costruzioni, lo rificcai
sotto l'angolo del tavolo e infine rispinsi i piatti, i bicchieri
e via dicendo verso il punto da cui erano venuti.
- Nessun problema, - rispose Mr Mirabelli. - cos  la
vita nella Casba!
A cui fecero seguito altri buia buia di Thomas, mentre
Mrs Mirabelli fece tintinnare i piccoli cembali, per poi
mettersi a raccontare affettuosamente di quando Mr Mirabelli
si era svenato, in Marocco, per pagare a ciascun membro
della famiglia un giro su quello che era stato pubblicizzato
come un cammello, ma che a quanto pareva non lo era.
- Mi dispiace tantissimo per tutto, - dissi, una volta
che l'ilarit si fu affievolita. Mi ero rivolto a Mr
Mirabelli, ma lo avevo detto ad alta voce, in modo che tutti sentissero
caso mai li avesse informati di quanto mi aveva visto
fare nel New Hampshire. E con tutti mi stavo scusando
di quel tutto, ma con tutti tranne che con Thomas, che
rimaneva seduto a capotavola, portandosi il riso alla bocca
con aria compiaciuta. Che peccato che prima di precipitarmi
in casa non gli avessi fatto alcune domande: cosa
aveva riferito ai Mirabelli? Cosa sapevano o non sapevano
del mio passato e del mio presente?
- Non capisco di che parli, Coleottero, - disse pacatamente
Mr Mirabelli.
- Di quel che  successo nel New Hampshire, - risposi.
Perch immaginai che fosse parte di una sua strategia:
mi avrebbe spinto ad ammettere i miei errori piuttosto che
rivelarli lui per me. Era una tattica da genitore: ogni volta
che Katherine o Christian facevano qualcosa di sbagliato,
lasciavamo che fossero loro stessi a riconoscere i propri
errori, il che serviva come antipasto al piatto forte della
loro punizione.
- Il New Hampshire, - disse Mr Mirabelli. - Che strano
che tu dica una cosa del genere, Coleottero. Una volta
ho seguito un tizio fin nel New Hampshire.
- Gliel'ha detto Thomas dove stavo andando, - risposi
io, poi rivolsi a Thomas uno sguardo che speravo potesse
sembrare di rabbia, ma pareva proprio che a lui non
importasse niente di quello che gli stava succedendo intorno.
Manteneva la sua aria di totale compiacimento, con
ogni evidenza appagato di potersene stare li seduto a capotavola
a ripetere buia, buia, buia al momento opportuno,
comportandosi come se quello fosse il suo posto.
- Non ho bisogno che mi si dica come fare a inseguire
qualcuno, - afferm Mr Mirabelli. Mi era tornato alla
mente in quell'istante che mio suocero aveva fatto l'investigatore
assicurativo per pi di trent'anni e che aveva inseguito
la gente per professione. No, Mr Mirabelli non
avrebbe avuto bisogno dell'aiuto di Thomas per seguirmi
fino nel New Hampshire, ma scommetto che l'agente Wilson
invece s. E scommetto anche che Thomas glielo aveva
dato, quell'aiuto.
- Faceva freddo nel New Hampshire, - comment Mr
Mirabelli. - Non mi  piaciuto molto.
- Lo so, - risposi io.
- Davvero? - continu Mr Mirabelli. - Come fai a saperlo,
Coleottero?
- Lo so perch  li che mi ha visto baciare quella donna.
- Hai baciato una donna, Coleottero?
- Non so neanche come si chiama, - ammisi.
- E che me ne importa di chi baci, Coleottero -. Mr
Mirabelli lo disse con una tale nonchalance, che tutto poteva
essere tranne che nonchalance, anzi pareva quasi si
fosse allenato a pronunciare la frase allo specchio prima
che io arrivassi. - A qualcuno interessa chi bacia Coleottero?
Tutti, persino Christian, scossero la testa per indicare
che a loro non importava nulla, cosa che in altre circostanze
avrebbe potuto sembrare un gesto di cortesia da parte
loro, addirittura liberatorio. Thomas si serv un'altra cucchiaiata
colma di riso. Mrs Mirabelli sollev il velo, si allung verso
un piatto di portata che pareva contenere fagioli
in salsa, ne prese tre col cucchiaio e poi, forse pensando
alla linea, ne lasci due sul vassoio e port alla bocca
l'ultimo, che mastic come fosse una delicata pallina di
gomma. Christian se ne rimaneva seduto immobile, a bocca
aperta, tenendo in mano l'asciugamano che sembrava
pronto a usare per asciugarsi la bava che rischiava di uscirgli
dalla bocca.
- Per quel che ci riguarda, - disse Mr Mirabelli, - puoi
baciare chi ti pare, Coleottero.
- Tranne noi, - aggiunse Mrs Mirabelli.
- Puoi baciare chi ti pare tranne noi, Coleottero, - ripet
Mr Mirabelli. - Dopo tutto qualche limite rispetto a
chi puoi baciare c', Coleottero.
- Perch continua a chiamarmi con quel nome? - gli
domandai. Guardai di nuovo Christian di sfuggita: adesso
l'asciugamano era scomparso e lui aveva ancora quello
sguardo vagamente confuso, come se si trovasse in un luogo
in cui capitava qualcosa che poteva vedere e sentire, ma
non comprendere.
- Non vedo come altro potrei chiamarti, Coleottero, -
disse Mr Mirabelli.
- Col mio nome, - risposi io. - Sam!
- Chi? - domand Mr Mirabelli, e poi guard, uno dopo
l'altro, Thomas, sua moglie, suo nipote, e tutti loro a
turno domandarono: Chi? Chi? Chi?, come civette curiose,
persino Christian, per quanto non potessi biasimarlo perch a
quale bambino non piace fare il verso di un animale? Quando i
commensali finirono di chiedere chi fosse
Sam, io stesso cominciai a domandarmelo. Il che, lo
capivo solo ora, era proprio il nocciolo della questione: ai
loro occhi avevo smesso di essere un genero, non ero altro
che un estraneo con un nome estraneo, e come accade
quando si coglie il nocciolo di una questione, mi sorpresi
a rimpiangere il momento, solo qualche istante prima, in
cui non avevo ancora capito nulla.
- Dov' Anne Marie? - domandai. - Le devo parlare.
- Stavamo giusto parlando di lei prima che tu arrivassi,
Coleottero, - disse mio suocero.
- E cosa dicevate di lei?
- Che  una tosta, - rispose Mr Mirabelli.
-  vero, - commentai io, convenendo con quanto diceva,
sebbene non mi piacesse affatto il tono con cui l'aveva
detto.
- Ha ricevuto una brutta notizia quest'oggi, Coleottero,
- disse, e io sapevo gi con certezza di cosa si trattava
e da chi l'aveva ricevuta. - Una bruttissima notizia. Ma 
una tosta, superer anche questa. Andr avanti. Lo ha gi
fatto.
- Torno subito, - dissi io. Andai in cucina, urlando:
- Anne Marie! Anne Marie! - ma non c'era nessuno l
dentro, nient'altro che piastrelle di adobe e finestre a
battente e una cucina a colonna, di quelle professionali,
e un frigorifero-freezer di titanio. Tornai indietro, riattraversando
la sala da pranzo e dirigendomi verso le scale.
- Anne Marie! - urlai mentre salivo di sopra, e continuai
a urlare cercandola nella nostra camera da letto e
nelle stanze dei bambini, nel bagno del corridoio, nella
stanza degli ospiti dove non c'era mai stato neppure un
ospite, e poi di nuovo nel bagno del corridoio e in camera
da letto. Aprii persino la botola sul soffitto che portava
allo spazietto angusto del sottotetto e vi urlai dentro:
- Anne Marie! - ricevendo in risposta una doccia di polvere
rosa di materiale isolante, che presumo fosse il modo
in cui la casa mi diceva: Non  qui. Tua moglie non
 qui.
- Dov'? - chiesi ai miei suoceri, mentre scendevo di
corsa le scale e mi precipitavo in sala da pranzo. - Deve
essere qui. La sua macchina  davanti casa. Dov'?
- Dov' chi? - mi domand mio suocero. Poi, prima
che potessi spiegare, la sua nonchalance scomparve per un
attimo, e rispose: - Non  pi affar tuo, accidenti -. Poi si
riprese, si aggiust delicatamente il turbante e aggiunse:
- Coleottero.
- Dov', Thomas? - chiesi, voltandomi verso di lui.
Thomas non sorrideva pi, n salmodiava i suoi buia buia.
E non pareva pi nemmeno tanto compiaciuto, piuttosto
sembrava nervoso, quasi che il suo posto a tavola fosse
stato minacciato. Scosse il capo severo, le labbra serrate
a render noto che, fra l'altro, una grande differenza fra
lui e me era che io parlavo, mentre lui era abbastanza furbo
da non farlo.
- La prego, Mrs Mirabelli, - esortai. Faceva volontariato
presso numerose organizzazioni cattoliche della zona,
per cui sperai che si sarebbe impietosita e mi avrebbe
incluso fra le sue opere buone. Mrs Mirabelli inspir ed
espir rumorosamente, facendo fluttuare il velo a ogni respiro,
ma non aggiunse parola.
Mi rivolsi allora a Christian. Non mi rimaneva che lui
in quella stanza, in quella casa. Adesso si era messo in testa
l'asciugamano, che gli pendeva sul collo e sulle orecchie.
Sembrava cos nervoso e impaurito e piccolo, seduto
l tra i due nonni, non sapendo se guardarmi o no, e non
sapendo perch non sapeva se guardarmi o no, ma sapendo
invece dove si trovava sua madre.
-  andata a trovare la nonna, - rispose.
- Ma la nonna  qui, - dissi.
- L'altra nonna, - chiar lui. - Ho un'altra nonna?
Come descrivere il modo in cui Christian formul questa
domanda? Come descrivere un bambino di cinque anni
che scopre di avere quattro nonni e non solo due? Come
descrivere un bambino che scopre che per anni e anni
il padre gli aveva mentito raccontandogli che i propri genitori
erano morti? E come descrivere un padre assolutamente
ignaro del fatto che, avendo ucciso i propri genitori,
aveva anche ucciso i nonni dei suoi bambini?
- Oh, Christian, - dissi, - mi dispiace tanto, ciccio -.
E poi, dal momento che le scuse non sono mai sufficienti,
come tutti ben sappiamo, mi misi a piangere per dimostrare
quanto fossi davvero dispiaciuto, mi misi a piangere
piangere piangere, continuando a tastarmi per tutto il
tempo alla ricerca di un fazzoletto che non avevo. cos
Christian si tolse l'asciugamano dalla testa e me lo porse,
e io mi ci asciugai il viso.
- Grazie, - gli dissi.
- Posso andare a vedere la Tv? - mi chiese, con le buone
maniere apprese dai nonni, o forse dalla stessa televisione
perch io non gliele avevo mai insegnate.
- S, - risposi, e allora lui usc dalla stanza, lasciandomi
il suo asciugamano come memento, cosa che mi fece
piangere ancora di pi. Tutto questo pianto doveva aver
addolcito un pochino i cuori dei Mirabelli, anche se forse
sarebbe stato meglio il contrario: a questo punto, sarebbe
stato pi facile per me ricordarli semplicemente come i due
cuori di pietra e i matti travestiti che erano sembrati, e
non come i suoceri che avevano permesso ai loro cuori di
pietra di addolcirsi per via dello stesso uomo che li aveva
induriti e che presto sarebbe appartenuto al passato, a un
passato che per una volta non avrebbero voluto rivivere.
- Coleottero, perch non ti siedi a mangiare? - disse
mio suocero dolcemente. - Le cose sembrano sempre migliori
a stomaco pieno.
- Forse ha ragione, - risposi. Stavo per mettermi a sedere
dall'altra parte del tavolo, quando Mr Mirabelli disse:
- Sei cos lontano laggi. Perch non ti siedi qui? - e
batt la mano sul posto in cui era stato Christian. Entrambi
i Mirabelli si spostarono per farmi spazio.
- Ne  sicuro?
- S, - rispose Mr Mirabelli. - Per mettiti l'asciugamano
di tuo figlio in testa.
Mi misi l'asciugamano di mio figlio in testa e mi sedetti
in mezzo ai miei suoceri, e ci mettemmo tutti a mangiare
lentamente, in silenzio, come si addice a un'ultima cena.
Avevo tantissime domande da fare. Perch, se si erano
travestiti cos per il bene di Anne Marie, lei non c'era?
Che cosa gli aveva detto Thomas di preciso, e quando
? Gli aveva riferito dei miei genitori, o anche questa era
una cosa che Mr Mirabelli aveva scoperto da solo? E comunque
preferivo di gran lunga quel tipo di silenzio alle
parole che l'avrebbero interrotto. E poi avevo la sensazione
che, una volta interrotto il silenzio, la cena sarebbe finita
e mi avrebbero chiesto di andarmene. Era casa mia,
ma ancora una volta mi avrebbero chiesto di andarmene,
e ancora una volta me ne sarei andato. Ci sono uomini che
si rifiuterebbero di lasciare casa propria, ma io non ero uno
di quelli. Avevo rinunciato al mio diritto di rifiutare, cos
come alcuni criminali rinunciano al diritto di rimanere
in silenzio.
Ad ogni modo, pur silenziosi com'eravamo, il cibo fin
e la cena anche. Mrs Mirabelli si alz a sparecchiare e
Thomas la aiut, lasciandomi solo nella stanza con Mr
Mirabelli.
- Mr Mirabelli, posso farle una domanda?
- Certo, Coleottero.
- Perch vi siete tutti travestiti cos se Anne Marie non
c' neanche?
- C'era, - afferm, - ma poi, prima ancora di sederci
a tavola, ci ha detto che sarebbe andata a casa di tua madre.
E che tutto questo - e qui si pass la mano sul costume
per dimostrare a cosa si riferiva - era assurdo.
- Ha detto cos?
- Non sono pi una bambina... con queste precise
parole -. Era evidente che, per Mr Mirabelli, questa era
la cosa pi triste mai capitata fino a quel momento. Aveva
gli occhi appannati e umidi; li chiuse, si tolse gli occhialie si strofin l'attaccatura del naso per alcuni secondi.
Quando si rimise gli occhiali, riapr gli occhi che erano tornati
limpidi. - Mi dispiace che te ne debba gi andare, Coleottero,
- disse. - E come se ci fossimo appena conosciuti,
ed ecco che  gi ora che tu te ne vada.
- Dispiace anche a me, - risposi.
- Dispiace a tutti, - disse, mettendomi una mano sulla
spalla. - Dovresti salutare tuo figlio.
- S, dovrei, - dissi. Mi alzai senza aggiungere altro e
mi diressi verso la stanza della Tv. Christian era sdraiato
sul divano, di fronte all'apparecchio gracchiante. Si era
addormentato, la testa in parte coperta dalla piega del
braccio, e sentivo il suo dolce respiro vibrare attraverso le
labbra. Lo amavo. Lo amavo cos tanto, e avevo paura di dirgli
addio. Non bisognerebbe mai dire addio ai propri figli,
e non per le conseguenze che quel gesto avr sui tuoi
figli, bens per le conseguenze che avr su te stesso. Perci
non gli dissi addio. Al contrario, mi sfilai l'asciugamano
dalla testa, lo stesi su di lui a mo' di coperta e lo baciai
sulla fronte a fior di labbra. Si rigir e si lament un poco
nel sonno, e io mi voltai e uscii dalla stanza in punta di
piedi prima che si risvegliasse. Dirigendomi verso la porta
d'ingresso, attraversai la sala da pranzo. Thomas non
c'era, ma Mr e Mrs Mirabelli erano seduti a tavola, bevevano
il caff e parlavano di quando in Marocco la loro guida
gli aveva chiesto se avessero mai provato la shisha e loro
avevano capito piscia. Altre risate, di quelle che montano
con il passare degli anni. Mr Mirabelli si tolse persino
l'asciugamano per coprirsi la faccia, tanto rideva, e io approfittai
di questa cecit momentanea per aprire la porta
e lasciarmi alle spalle i Mirabelli e la mia casa di Camelot.
Thomas era fuori, e mi aspettava appoggiato alla mia
macchina con le braccia conserte sul petto nudo. Doveva
aver freddo: adesso nevicava pi forte, e gli aceri rachitici
che costeggiavano la Hyannisport Way si piegavano e
oscillavano all'ululare del vento. In casa, vestito a quel modo,
Thomas sembrava aver trovato una sua collocazione;
l fuori, per, senza camicia sotto la neve, dava l'impressione
di un uomo sprovvisto di buon senso. In casa era
quasi muto; l fuori speravo che potesse rispondere a qualche
domanda.
- Sei stato tu a dar fuoco alla casa di Mark Twain? -
gli domandai.
- No, - rispose.
- Non ti credo, - dissi. - E quella bruciatura sulla mano?
Thomas estrasse le mani da sotto le ascelle e me le mostr.
Eccola la bruciatura, sulla sua mano destra: grande
quanto una monetina, dai contorni rossi, aveva gi iniziato
a fare la crosta. - Me la sono procurata sul fornello della
tua cucina, - rispose. - Dovresti davvero sistemarlo.
- L'ho gi fatto, - dissi. Sapevo a cosa si riferiva. Un
paio d'anni prima il fornello sinistro anteriore non si riscaldava
come gli altri tre. Anne Marie mi disse che non
aveva alcuna importanza e di lasciar perdere. Cosa che
non feci. Pensai che sarebbe stato un gioco da ragazzi sistemarlo.
Pensai che si trattasse di un filo scollegato, e cos
mi infilai sotto il piano di cottura e staccai e ricollegai
il filo alla sua porta. Questo, almeno, era quanto pensavo
di aver fatto. In pratica, per, ero riuscito a risistemare la
cucina in modo tale che il fornello posteriore sinistro non
funzionasse affatto, tanto che ogni volta che si azionava
la manopola era il fornello anteriore sinistro a scaldarsi.
Chiunque non lo sapesse poteva facilmente bruciarsi. Poteva
succedere con grande facilit. Avevo promesso ad
Anne Marie che lo avrei sistemato un'altra volta, ma non
l'avevo mai fatto. Non avevo mai trovato il tempo. - Perci
 vero che non sei stato tu a cercare di dar fuoco alla
casa di Mark Twain? - domandai.
- No. L'ho detto anche al tuo agente Wilson.
- Questo prima di dirgli che stavo andando nel New
Hampshire, giusto?
- Giusto, - rispose Thomas, mentre cominciava a battere
un po' i denti. Torn a mettersi le mani nelle spelonche
delle proprie ascelle, dove erano rimaste in letargo.
- E l'agente Wilson ti ha creduto?
- Avevo un alibi, - rispose Thomas, e indic casa mia.
- Quella notte ero qui.
- Tutta la notte? - domandai, non volendo sentire davvero
la risposta. Il cuore stava gi per scoppiarmi in petto,
tanto batteva forte. Quasi mi tolsi la camicia di dosso,
sperando che forse il freddo avrebbe anestetizzato il dolore
e persuaso il mio cuore a rimanere nella sua cavit, l
dove gli spettava.
- Tutta la notte, - disse Thomas.
- Non ti credo, - risposi. - Dopo che hai confessato ad
Anne Marie di aver mentito sul fatto che l'avevo tradita,
lei ti ha ancora permesso di restare tutta la notte? Perch
mai l'avrebbe fatto? Non ha voluto sapere, innanzitutto,
perch le avevi mentito?
- Si capisce, - rispose Thomas. - Mi ha chiesto subito
perch diamine, fra tutte le persone, avrei dovuto mentirle
proprio sul tuo conto.
- Oh, no, - esclamai.
- Un'ottima domanda, - ammise Thomas. - Che meritava
un'ottima risposta.
- Oh, no, - ripetei.
- E cos le ho detto di averlo fatto per vendicarmi, perch
avevi ucciso i miei genitori.
- E dunque le hai raccontato la verit, - affermai.
- Ebbene s, - disse Thomas. Pareva pi che fiero di
s, come se la verit fosse qualcosa che non aveva mai pensato
di poter dire. - Per non mi ha creduto, non all'inizio.
Persino quando le ho raccontato i dettagli, della casa
di Emily Dickinson e dell'incendio e del fatto che sei andato
in prigione, lei non mi ha creduto.
- No?
- No. Era convinta che non le avresti mai nascosto tutte
quelle cose. Sam non lo farebbe mai. Non a me... cos ha
detto -. A questo punto si interruppe, e io percepii il
suo orgoglio trasformarsi in confusione, come spesso accade.
- Non capisco. A quanto pare ti aveva amato davvero.
- E mi ama ancora! - esclamai. - Mi ama ancora!
Thomas non prest alcuna attenzione a questo mio
commento, essendo l'illusione il modo migliore per illudersi
di ignorare. - E cos le ho detto che se non mi credeva,
avrebbe dovuto rivolgersi ai tuoi genitori.
- Oh, no! - dissi, perch se la nostra vita non  che
un'infinita canzone di speranze e rimpianti, allora sembra
proprio che Oh, no! ne sia il ritornello, le parole a cui
facciamo costantemente ritorno.
- E fu a quel punto che mi rifer ci che le avevi detto:
che i tuoi genitori erano morti in un incendio.
- Lascia che ti spieghi, - dissi. Avevo capito che la sua
rabbia contenuta stava per trasformarsi in odio e furore
puri, allo stesso modo in cui si percepisce quando la pioggia
 sul punto di trasformarsi in grandine.
- I tuoi genitori erano morti in un incendio, - ripet.
- Pensavi di fare una battuta? - domand Thomas. Mi si
avvicin di un passo, sfil la mano destra dall'incavo dell'ascella
e la chiuse a pugno, e io, per un attimo, pensai che
mi avrebbe colpito, ma non lo fece. Forse Thomas aveva
fatto tesoro del mio errore di prima, quando ero stato io
a colpire lui. Se picchiamo qualcuno vogliamo che quella
sia la nostra ultima parola. Ma non lo  mai. E se l'ultima
parola non era un pugno in faccia, allora cosa poteva esserlo?
Ci sbagliamo quando desideriamo che esista un'ultima
parola? Esiste davvero un'ultima parola? E dove, dove
troviamo qualcuno che riesca a pronunciarla?
- Non ti bastava aver fatto fuori i miei genitori? - disse
Thomas. - Dovevi per forza togliere di mezzo anche i
tuoi allo stesso modo?
- Non ho tolto di mezzo i miei genitori, - risposi. - Thomas,
era solo una storia.
- Chiudi questa cazzo di bocca! - disse. - Nella storia
hai ammazzato i tuoi genitori allo stesso modo in cui hai
ammazzato i miei nella realt.
- Ok, capisco quello che vuoi dire, - dissi, e quello che
voleva dire era che quando ti capita qualcosa di terribile,
quando la tragedia investe te, acquisti dei diritti nei confronti
di quella tragedia, la possiedi - e non solo la tragedia,
ma anche la storia di quella tragedia - e allora tu e tu
soltanto puoi farne quello che ti pare. Per esempio ci puoi
scrivere un memoir. S, avevo plagiato il dolore di Thomas
allo stesso modo in cui gli analisti finanziari pensavano
di aver plagiato il mio. - Mi dispiace, - conclusi.
- Hai proprio ragione a dispiacerti, - disse. - Tu sei
sempre dispiaciuto.
Ed era tutto cos palesemente vero che non sentii di doverlo
confermare. - E poi scommetto che Anne Marie ha
detto ai suoi genitori quello che tu hai detto a me, - continuai.
- Ed  stato allora che Mr Mirabelli ha cominciato
a seguirmi.
- E poi hai baciato una donna che non era tua moglie
proprio mentre tuo suocero ti guardava, - disse Thomas.
- Non ho dovuto fare proprio niente, io.
- Anche mia madre mi ha visto, - ammisi.
- Povera donna, - comment lui.
- So che conosci mio padre, - affermai. - Conosci anche
mia madre?
- Li conosco entrambi da molto tempo, Sam, - rispose.
La sua rabbia, ora, si era trasformata in tristezza, il che
non significa che la rabbia sia fugace, bens che quando
svanisce, quel che rimane  sempre la tristezza.
- Le feste di mio padre, - dissi.
- No, - ribatt Thomas. - Tua madre non ha mai partecipato
alle feste, almeno che io sappia.
- Mio padre mi ha detto che non le piacevano le persone
che lui invitava.
- Solo una, a dire il vero, - rispose Thomas, e io finalmente
cominciai a capire. I miei genitori avevano una sorta
di tacito accordo: ogni marted mio padre dava una festa
e Deirdre era tra gli ospiti, sicch mia madre sapeva di
dover stare alla larga. Fintanto che mio padre ricordava
quale giorno della settimana fosse, mia madre non doveva
vedere Deirdre, e fintanto che non la vedeva, non doveva
riconoscerne l'esistenza. Quelle sere se ne andava nel
suo appartamento e Deirdre veniva a casa; quando mia madre
ritornava, il giorno dopo, Deirdre se n'era gi andata.
Sapeva e non sapeva di Deirdre; adesso capivo cosa intendeva
mio padre quando mi aveva detto che le cose erano
complicate.
- Perci sai che mio padre ha una Deirdre.
Thomas annu. -  complicato, - disse.
- Mio padre tradisce mia madre da trent'anni, - risposi.
- Non  complicato.
- Non sono cattivi, Sam, nessuno di loro -. Compresi
all'istante quel che diceva e il modo in cui lo diceva: era
la razionalizzazione che solo un figlio avrebbe potuto fare
dei propri genitori. Mi balen alla mente, allora, che
mia madre e mio padre erano diventati i suoi genitori tanto
quanto lo erano rimasti per me. O erano mio padre e
Deirdre che lui considerava genitori? Quanti genitori si
possono avere nella vita? Un numero infinito? E partendo
da questo presupposto, a questo numero infinito di genitori
corrisponde una quantit infinita di consolazioni, o
di crepacuori?
- Come fai a conoscere mia madre se non andava mai
alle feste?
- Tua madre  venuta a cercarmi dopo la morte dei
miei, -vrispose. - Voleva farmi sapere quanto fosse dispiaciuta.
 l'unica della tua famiglia ad averlo fatto. Andavo
a trovarla nel suo appartamento, di tanto in tanto, ma avevo
la sensazione che non mi volesse l.
- Perch?
- Non credo di piacerle troppo, - ammise Thomas. Sapevo
il perch: era possibile che mia madre lo commiserasse
troppo per averlo in simpatia. Mi ricordo che c'erano
dei libri che non leggeva, e non mi permetteva di leggere,
perch erano troppo infarciti di commiserazione. Come
compito di lettere, alle medie, mi avevano assegnato la lettura
di La capanna dello zio Tom e Il buio oltre la siepe, e
mia madre non mi aveva permesso di portarli in casa. Dovetti
leggerli sotto il portico, anche se eravamo in inverno
e faceva terribilmente freddo persino se si era ben coperti,
come lo ero io all'epoca, alle medie, contrariamente a
Thomas in quel momento. La neve gli si stava accumulando
sui capelli, sulle spalle. Saltellava da una gamba all'altra
per riscaldarsi. Aveva cos freddo che persino lo sterno
gli si stava facendo viola. L'unica ragione per cui presumevo
non rientrasse in casa consisteva nel piacere di
dimostrarmi quante cose sapeva della mia famiglia che a
me erano sconosciute.
- Raccontami dell'appartamento di mia madre, - lo
esortai. - Da quanto tempo ce l'ha?
- Da molto. Da quando la conosco, quasi.
- Ma quando sono uscito dal carcere lei viveva a casa,
- dissi. - N mio padre dava feste allora. Ci sono rimasto
per tutto un mese.
- Ci hanno provato per un mese, per il tuo bene, - disse
Thomas. - E poi te ne sei andato.
- Ma sono stati loro a volere che me ne andassi.
-  complicato, - ripet Thomas in tono disincantato
e pieno di saggezza, come se solo lui capisse cosa si provava
a sapere cos tanto.
- Sembra che tu sappia cos tanto, - dissi. - Se non sei
stato tu a tentare di dar fuoco alla casa di Mark Twain, allora
chi  stato?
- Non ne ho idea, - rispose Thomas. Mio padre mi aveva
dato la stessa identica risposta quando gli avevo chiesto
perch a mia madre non piacessero le sue feste. Ma lui
s che ce l'aveva un'idea! Mio padre sapeva benissimo perch
a mia madre non piacevano le sue feste, sebbene fingesse
di non saperlo.
- E la casa di Edward Bellamy? - chiesi a Thomas, sapendo
gi cosa avrebbe risposto.
- Non ne ho idea, - rispose Thomas. Adesso s che
guardava smanioso la casa, dove per casa non intendeva
solo un riparo dalla tormenta, bens un luogo in cui cercare
di nascondersi da tutto ci che non sapeva o che non
voleva sapere.
- Credo sia stata una donna, - incalzai, stuzzicandolo
un po'. -  questa la mia teoria. Conosci qualche donna
che possa aver cercato di incendiare quelle case?
- Non ne ho idea, - rispose Thomas.
- Io invece credo di s, - ribattei. Mi torn alla mente
cosa aveva detto l'agente Wilson il giorno prima, quando
era apparso cos sicuro di s, e allora provai a imitarlo.
- Non so ancora chi sia stato, - dissi, - ma scommetto
che tu invece s. E scommetto che lo scoprir -. Diedi dei
colpetti alla spalla congelata di Thomas, poi raggiunsi la
portiera del guidatore, dall'altra parte della macchina, e
Thomas mi segu.
- Dove pensi di andare? - mi chiese.
- Vado a casa di mia madre, voglio parlare con lei e con
Anne Marie.
- Cristo, Sam, - disse Thomas, scuotendo il capo. - 
troppo tardi.
Ma non era troppo tardi. Avevo la sensazione che non
fosse troppo tardi. - Perch Anne Marie  andata da mia
madre con la tua jeep invece che con la sua monovolume?
- gli chiesi. - Tanto per curiosit.
- La jeep le bloccava il passaggio, - rispose. - Era pi
facile prendere la jeep.
- Perch non sei andato con lei?
- Ha detto che voleva andarci da sola, - disse Thomas,
incapace di dissimulare il risentimento che gli permeava la
voce. Capii allora che avrebbe voluto andare con lei, ma
che lei non glielo aveva permesso, e per questo si sentiva
un po' smarrito e abbandonato, essendo il rapporto tra uomo
e donna simile a quello tra uomo in mare e scialuppa
di salvataggio.
- Non  troppo tardi, - dissi.
- S che lo , - disse Thomas. - Dovresti semplicemente
arrenderti -. All'improvviso si volt e corse verso casa,
e mentre correva si spolverava la testa e le spalle dalla
neve.
Aveva ragione Thomas: avrei semplicemente dovuto
arrendermi, e anche questa  una cosa che includer nella
mia guida. A differenza di altre guide - quelle, per esempio,
che ti insegnano a non arrenderti in questa o quell'altra
situazione, a non arrenderti mai, perch tutto pu accadere,
basta che tu non ti arrenda - il mio consiglio  invece
di cedere, subito e senza resistenze, perch la resa 
la pi sottovalutata fra le reazioni alle difficolt.
Per in quel momento non lo sapevo ancora, e cos non
diedi retta a Thomas. Non mi arresi.
 
Capitolo ventiduesimo.

Nella mia guida del piromane alle case di scrittori del
New England potrei inserire un capitolo su come ci si sente
nel vedere la propria madre sul marciapiede davanti al
suo appartamento mentre parla con tua moglie, tua moglie
che fino a quel momento e per anni e anni ha creduto che
tua madre fosse morta, morta e sepolta, sepolta e quindi
nell'impossibilit di raccontare a tua moglie tutto ci che
mai e poi mai avresti voluto venisse a sapere di te, suo marito.
Ci si sente male. Per niente bene. Il solo vederle insieme
mi aveva tolto il fiato, e cos dovetti fermare la
macchina a un isolato di distanza da loro solo per riprenderlo
(il fiato, cio). Mia madre e Anne Marie erano accanto
alla macchina di mia madre e si stavano salutando,
era evidente: si abbracciarono svariate volte nel minuto
in cui rimasi l a guardarle. Anne Marie prese la mano
di mia madre tra le sue, e disse qualcosa a cui aggiunse
qualcos'altro; dopodich si piegarono in due dalle risate.
Quando ebbero finito di ridere si abbracciarono ancora,
tenendosi strette. Contai fino a dieci, e loro erano ancora
l ad abbracciarsi. Adesso nevicava forte e l'aria era cos
densa di tutta quella roba che i lampioni si erano accesi,
malgrado fossero solo le tre del pomeriggio. Lo spazzaneve
non era ancora passato per quella strada, e la neve
era perfetta, come sa esserlo solo la neve non spazzata.
Era quel tipo di neve che ti fa rimpiangere di non avere
una slitta, una di quelle vecchio stampo, con i pattini di
metallo, ed era anche quel tipo di neve che ti fa dimenticare
di essere il genere di persona che non si prende mai
cura dei pattini e li lascia arrugginire, sicch la slitta diventa
ben presto inutilizzabile, che  un altro modo per
dire che si trattava di quel tipo di neve che inganna, essendo
capace di indurti a pensare cose che sono decisamente
migliori nella fantasia che nella realt. Perch in
quel preciso istante mia madre e Anne Marie si sciolsero
dall'abbraccio e mia madre not la mia macchina, appena
un isolato pi in l di dov'erano loro. La salutai con
la mano attraverso il parabrezza. Lei scosse il capo, disse
qualcosa ad Anne Marie e s'infil in macchina, partendo
in quarta nella direzione opposta alla mia. Anne Marie
si gir, vide la mia monovolume e si incammin verso di
me. Uscii dall'auto e mi diressi verso di lei. Indossavo ancora
i vestiti che Peter Le Claire mi aveva prestato il giorno
prima; Anne Marie aveva uno di quei gil di pile morbidissimi
ma anche resistenti all'acqua, quei gil tanto
caldi da insonnolirti il torso e ingelosire le braccia, lasciandole
del tutto sveglie e perci anche colme di rabbia,
il che pu spiegare perch non appena mi fu a tiro,
Anne Marie mi moll un pugno, cos come avevo fatto io
con Thomas solo qualche ora prima. Portava un paio di
guanti, in pi non aveva nessuna esperienza nel menar le
mani, per cui il pugno non arriv con grande forza e non
fece quasi male, anche se riusc a mandarmi a terra, che
era decisamente il mio posto.
-  meglio essere feriti che ferire, - le dissi.
- Col cavolo, - rispose. - Alzati.
Obbedii al suo ordine. Indossavo i vestiti di Peter da
quasi ventiquattr'ore ormai, e i miei anche da pi tempo:
puzzavo di fumo di legna e di fumo di bar e di birra e di
sudore e di paura e dei molti strati di indumenti bagnati
che trattenevano tutti gli odori.
- Mio padre mi ha detto che hai baciato una donna nel
New Hampshire, - disse Anne Marie con voce piatta. 
anche possibile che si fosse allenata davanti allo specchio.
-  vero?
Le confessai la verit e poi le raccontai tutta la storia.
Non le risparmiai nulla, nemmeno i dettagli pi insignificanti,
nemmeno il fatto che quella donna l'avevo palpeggiata.
E poi mi spinsi fino al mio passato remoto e le raccontai
tutto il resto, tutto quello che aveva ormai saputo,
sebbene non da me. Le nascondevo troppe cose da troppo
tempo. L'espressione del viso di Anne Marie non mut
neppure una volta mentre le parlavo. Non un cipiglio, non
uno spasmo, non una smorfia, neanche quando le dissi che
la amavo e che era la prima volta che baciavo una donna
e che non sarebbe mai pi accaduto. Alla fine della storia
dissi: - Ecco tutto, - e lei annu. Era tutto. Ascoltare quella
storia - la storia di come le avessi mentito per dieci anni
- era stata la pi grande manifestazione di forza e autocontrollo
a cui avessi mai assistito, a cui non segu altro
che un cenno del capo. Se ascoltare stoicamente la storia
del proprio marito e del suo tradimento fosse stata una disciplina
olimpica, Anne Marie avrebbe vinto la medaglia
d'oro. Mi sorpresi a pensare che non la meritavo - sono
certo che lo aveva pensato anche lei -, ma neppure Thomas
meritava quella donna.
- Thomas mi ha detto che ha passato la notte a casa nostra,
- dissi. - E vero?
- S, - rispose Anne Marie. - Ne ha passata pi di una.
- Sul divano? - domandai.
Anne Marie non rispose. Si frug nella tasca interna
del gil, estrasse un pacchetto di sigarette, ne prese una e
tir fuori un accendino dal pacchetto, si accese una sigaretta,
tutto senza mai togliersi i guanti. In quel preciso momento
mi resi conto che Anne Marie era una donna in
gamba. Non l'avevo mai pensato prima. C'erano ancora
tantissime domande che avrei voluto porle - per esempio,
di cosa avessero parlato lei e mia madre - ma non lo feci,
perch ora sapevo che era una donna in gamba, e le donne
in gamba non rispondono alle domande di chi non ha
alcun diritto di formularle. Anche questo lo inserir nella
mia guida del piromane.
- Dove se n' andata mia madre adesso? - le chiesi
infine, scegliendo quella che speravo fosse una domanda
innocua a cui Anne Marie avrebbe avuto voglia di rispondere.
Lo fece.
- A lavorare.
- Lavorare? - dissi. - Dove?
E qui accadde qualcosa di strano: il fumo usc dalla bocca
di Anne Marie che mi sorrise, come un drago dal cuore
tenero. - Non immagineresti mai dove lavora, - disse
Anne Marie.
- Probabilmente no, - ammisi.
- Lavora allo Student Prince, - rispose Anne Marie.
Lo Student Prince era il ristorante tedesco di Springfield
sopra il quale vivevamo, Anne Marie e io, quando ci siamo
sposati. Adesso sapevo perch Anne Marie mi sorrideva:
ricordava quel periodo felice, il nostro primo figlio, la
nostra prima casa, le fasi iniziali, le migliori, del nostro
amore. Con ci non voglio dire che l'amore resiste a tutto,
ma resiste il suo ricordo, persino - o forse soprattutto -
se non lo vogliamo.
- Che coincidenza, - commentai.
- Non  una coincidenza, - rispose Anne Marie, e poi,
prima che potessi chiederle spiegazioni, gett la sigaretta
consumata nella neve e disse: - Devi chiederglielo tu.
- Ok.
- Tua madre  una brava donna, Sam, - mi disse. - Merita
qualcosa di meglio di tuo padre.
- Lo so.
- E merita anche un figlio migliore.
- So anche questo, - risposi. Per la prima volta pensai
a cosa avevo fatto a mia madre e non a ci che credevo
avesse fatto lei a me. Meritava un figlio migliore di me,
una persona migliore di me. Ed  cos che sai di essere
diventato un uomo fatto e strafatto, quando capisci - troppo
tardi, troppo tardi - che non sei degno della donna che
ti ha creato. Delle donne che ti hanno creato.
- Tua madre teme che sia stato tu a dar fuoco alle case
di quegli scrittori, - disse Anne Marie, e poi le elenc: la
casa di Bellamy e quella di Twain. Non nomin la Residenza
di Robert Frost, il che probabilmente significava che
mia madre aveva smesso di seguirmi dopo avermi visto baciare
la donna nel bar. Che peccato! Perch se avesse continuato
a seguirmi fino alla Residenza di Robert Frost,
avrebbe scoperto che non ero stato io, e avrebbe anche visto
chi era stato. -  preoccupata per te.
- Non ho incendiato la casa di nessuno scrittore, -
dissi.
- Tranne una, - rispose Anne Marie.
- Ed  stato un incidente, - ribattei.
- Non voglio sentirlo, - comment.
-  stata una donna a dar fuoco alle case di Bellamy e
di Twain, - continuai.
- Quale donna?
- Non lo so ancora, - risposi. - Per sono certissimo
che Thomas qualche idea in merito ce l'ha.
- Sam... - disse Anne Marie. Percepivo l'esasperazione
nella sua voce, tanto bella e familiare, ma anche tanto
triste, come udire le campane della chiesa appena prima
del tuo funerale. Avrei dovuto interrompermi a quel punto,
ma non lo feci, e le mie parole erano come la neve, che
continuava a cadere e cadere anche se se n'era gi accumulata
troppa.
- E poi gli analisti finanziari hanno incendiato la Residenza
di Robert Frost.
- Che cosa? Chi? - domand Anne Marie, e poi, prima
ancora che rispondessi, disse: - Lascia perdere. Non
voglio sapere niente di questi maledetti analisti finanziari.
Non voglio pi sapere niente di niente.
- Ma Anne Marie, - continuai, -  la verit.
- Oh, Sam, - disse Anne Marie. - Perch non ti assumi
le tue responsabilit una volta tanto?
- Per aver incendiato quelle case?
- Per tutto, - rispose. Poi fece dietrofront e si incammin
nella neve verso la jeep di Thomas. Non la rincorsi,
non la chiamai, non le dissi di tornare indietro, di tornare.
Parlare non mi aveva portato che guai. Forse il modo
migliore per far s che Anne Marie tornasse da me era starmene
immobile nella neve ad aspettarla senza dire una parola.
E la cosa funzion. Fece girare le ruote nella neve,
prosegu con una disordinata inversione di marcia in tre
manovre e punt la jeep nella mia direzione. Torna da
me, mi ripetevo mentalmente. Torna da me. E cos fece.
Anne Marie si ferm accanto a me, si sporse sul sedile
anteriore, tir gi il finestrino del passeggero e disse:
- Andrai a trovare tua madre, vero?
Ammisi che probabilmente lo avrei fatto.
- Be', allora prima va' a casa a cambiarti, - disse. - E
fatti anche una doccia. Hai un aspetto orribile, Sam. E non
hai neanche un buon odore -. Dopodich alz il finestrino
e si allontan.
 
Capitolo ventitreesimo.

Come tutti sanno, ritornare a casa non  possibile. Ce
l'ha insegnato quel libro famoso, anche se ha impiegato
troppe pagine per farlo. Ma ci che quel libro non ci ha
insegnato, mentre il mio s,  che non puoi ritornare a casa
nemmeno per cambiarti d'abito e farti una doccia prima
di incontrare tua madre allo Student Prince perch,
se lo fai, t'imbatterai nell'agente Wilson, seduto al tuo tavolo
di cucina, in attesa del tuo rientro. Aveva le borse
sotto gli occhi ed era armato di un'altra tazzona di caff,
cos come io avevo le borse sotto gli occhi ed ero armato
di un'altra birra, il che  un'ulteriore prova che tutti gli
uomini non sono che lievi variazioni sullo stesso tema.
- Non sembra sorpreso di vedermi, - disse.
- Non lo sono, - risposi. Infatti non lo ero: dopo tutto
negli ultimi giorni si erano presentate a casa cos tante
persone estranee ai Pulsifer che avrei dovuto estendere la
definizione di casa fino a includere tutti coloro che di fatto
non vi abitavano, oltre a coloro che avrebbero dovuto
abitarci ma che non lo facevano. - Non sono affatto sorpreso,
- gli dissi. Sollevai il mio sacchetto di carta con dentro
la birra per un brindisi, poi mi sedetti di fronte a lui,
dall'altra parte del tavolo. Tra noi c'era una voluminosa
busta che immaginai fosse per mio padre o mia madre.
- Ha avuto un bel po' da fare, Sam, - disse l'agente
Wilson. Tir fuori varie buste dalla tasca della giacca,
estrasse vari fogli da ogni busta e li pos sul tavolo della
sala da pranzo, ricoprendo la busta grande. I fogli di carta e
la busta sembravano sporchi, strappati, sciupati, e io
ero certissimo di sapere gi di cosa si trattava senza nemmeno
leggerli, anche se poi li lessi lo stesso, se non altro
per guadagnare un po' di tempo. Erano il rimanente delle
lettere scomparse di mio padre, provenienti da persone
che volevano che incendiassi le case dei seguenti scrittori:
Edith Wharton, Henry Wadsworth Longfellow e Nathaniel
Hawthorne, insieme alla riproduzione della capanna sul
lago Walden di Henry David Thoreau. E per giunta chi
aveva scritto le lettere aveva ottenuto ci che voleva: la
notte prima qualcuno aveva incendiato tutte quelle case,
una dopo l'altra, e aveva lasciato la lettera corrispondente
accanto al luogo in cui si era trovata la casa fino a quel
momento. Me lo disse l'agente Wilson mentre io fingevo
di leggere le lettere. Ovviamente sapevo che erano stati
gli analisti finanziari - immaginavo gi il percorso: in direzione
sud dal New Hampshire e ad est verso Boston,
mentre procedevano a dar fuoco alle case, e riuscivo anche
a sentire la voce di Morgan che diceva Se ne pentir,
mentre tirava fuori le lettere e le collocava sul luogo
del delitto. Avrei dovuto parlare degli analisti finanziari
all'agente Wilson; avrei dovuto mostrare il libro di
Morgan e le cartoline, e poi spiegare i loro moventi per incendiare
quelle case e incastrare me. Poi avrei proseguito
a confessare che, ad eccezione di Morgan, non conoscevo
nessuno dei loro cognomi, n sapevo dove abitassero di
preciso a Boston. Anne Marie, per, non aveva voluto sentir
parlare degli analisti finanziari, e immaginai che l'agente
Wilson avrebbe reagito allo stesso modo, immaginai che
si sarebbe trovato d'accordo con lo Scrittore in Sede della
Residenza di Frost: avrebbe certo pensato che l'intera
faccenda era un artificio da quattro soldi e che gli analisti
finanziari non sembravano nemmeno delle persone vere.
Perci, invece di raccontargli tutta la verit, gli raccontai
soltanto la parte pi semplice: - Non sono stato io, - e poi
spinsi le lettere verso di lui.
- E invece s, - disse l'agente Wilson. Infil le lettere
nelle buste e se le rimise nella tasca della giacca. Abbassai
lo sguardo sul tavolo, dov'erano state le lettere fino a qualche
secondo prima. La busta era ancora l. Mi misi a osservarla
invece di guardare l'agente Wilson, e notai qualcosa
che non avevo notato prima: nell'angolo in alto a sinistra,
l'intestazione ufficiale diceva: Wesley Mincher,
dipartimento di Inglese, Heiden College, Hartford, CT
06106. Mancava il timbro postale e un indirizzo vero e
proprio; tuttavia, al centro della busta e scritto a grandi
lettere maiuscole, cos da non sbagliarsi, c'era il mio nome:
SAM. Tornai a guardare l'agente Wilson e nel frattempo
allungai la mano e voltai la lettera a faccia in gi,
cos che il mio nome fosse rivolto verso il tavolo e non verso
di me o di lui.
- No, - dissi, - non sono stato io.
- Certo che s, Sam, - incalz, e poi si tast la tasca
della giacca dov'erano state riposte le buste contenenti le
lettere incriminanti.
- Se fossi stato io, - ipotizzai, - perch mai avrei lasciato
l le lettere?
Era ovvio che l'agente Wilson non ci aveva pensato,
che non aveva pensato alle prove tranne per il fatto che
esistevano e che provavano ci che lui voleva provassero,
essendo le prove, cos come indicher nella mia guida, una
forma pi concreta di pia illusione. - Perch voleva essere
catturato, - rispose piano. Si diede un altro colpetto alla
tasca della giacca, questa volta un po' pi forte, quasi
volesse punire le lettere per averlo piantato in asso.
- Perch avrei voluto essere catturato?
- Forse ha lasciato l le lettere perch  stato un incidente,
- rispose.
Che bella sensazione sentire qualcun altro usare la parola
incidente, tanto che dimenticai quasi tutto della
mia faccenda, e fu cos che ne ebbi un altro. Di incidente,
cio. - Andiamo! Pu fare di meglio. Cos avrei dato
fuoco a cinque case e poi avrei accidentalmente lasciato delle
lettere presso ciascuna di esse?
- Io ho parlato di quattro case soltanto, - disse l'agente
Wilson, recuperando subito.
- Ah, - risposi.
- Per ha ragione. C' stato un altro incendio ieri sera
Sapevo di che si trattava e cos non prestai neppure
attenzione mentre specificava quale. Pensai, al contrario,
alla lettera di Peter Le Clair nella mia tasca, la
sentivo chiamare le compagne nella giacca dell'agente
Wilson, dall'altra parte del tavolo. - L non ho trovato
nessuna lettera. Per so che  stato lei a incendiarla. Vuole
sapere come faccio a saperlo?
- No, - risposi. Dopo tutto, sapevo gi cosa mi avrebbe
detto l'agente Wilson, sapevo cosa gli aveva riferito
Thomas, sapevo che era venuto a cercarmi nel New Hampshire.
Ci che non sapevo era il contenuto della busta grande
e, soprattutto, come fosse atterrata sul mio tavolo di
cucina, e se l'agente Wilson ci avesse gi messo il naso.
- Mi sta ascoltando? - mi chiese.
- No, - risposi. - Dovrei?
- S, - continu l'agente Wilson. - Le stavo dicendo
che ho ricevuto una chiamata da parte di Thomas Coleman
il quale mi avvertiva che lei avrebbe dato fuoco alla Residenza
di Robert Frost a Franconia, nel New Hampshire.
- E come faceva a saperlo? - gli domandai.
- Questo non  importante, - rispose, e quando l'agente
Wilson disse cos fui certo che non conosceva la risposta,
perch definiamo non importante solo ci che non
conosciamo. - Che ha da sorridere?
- Non sto sorridendo, - dissi, col sorriso sulle labbra.
Era evidente che l'agente Wilson non mi aveva seguito fin
nel New Hampshire, come avevo fortemente .temuto; era
evidente che non mi aveva visto alla Residenza di Robert
Frost, al bar, sul luogo dell'incendio. E poich non aveva
la lettera, era evidente che non poteva sapere che era stato
Peter a scrivermi, essendo Peter una delle altre persone
che mi accusavano con sicurezza di aver incendiato la
casa di Robert Frost. Ecco perch sorridevo, anche se avevo
detto all'agente Wilson: Non sto sorridendo.
- Da quando  ritornato a casa dei suoi genitori, non
ha combinato che guai, - disse l'agente Wilson.
-  vero.
- Non sarebbe mai dovuto ritornare, - aggiunse. L'agente
Wilson disse anche altre cose, ma come al solito non
lo stavo ad ascoltare. Pensavo alla frase che aveva appena
pronunciato - Non sarebbe mai dovuto ritornare - e al
fatto che quel giorno anche Deirdre mi aveva detto la stessa
identica cosa. Come ogni investigatore sa, la retorica
del crimine e la retorica della risoluzione dei crimini coincidono,
e se l'agente Wilson stava tentando di risolvere i
crimini, ci voleva anche dire che Deirdre ne aveva commesso
uno? Era stata lei a incendiare la casa di Edward
Bellamy o quella di Mark Twain - o almeno a provarci -
o entrambe? Era lei l'altra donna che mio padre mi aveva
consigliato di cercare? Era lei l'altra donna, due volte
tale? All'improvviso fui folgorato da un'intuizione - dove
folgorato, ho poi scoperto, era proprio la definizione
giusta, perch subito dopo aver avuto quell'intuizione mi
ritrovai seduto impalato, rigido, e con gli occhi strabuzzati.
- Emb? - disse l'agente Wilson. - Cosa le succede?
- Non si preoccupi, - risposi. - Ha qualcos'altro da
dirmi?
- Sarebbe meglio se lei confessasse subito, Sam, - aggiunse,
attraversato da un sospiro che, emergendo da qualche
parte nel profondo del suo corpo, gli trapass le narici.
- Sarebbe molto, molto meglio.
- Per chi? - domandai.
- Per tutti, - rispose, alzando la voce, l dove alzare la
voce  la cosa che si fa quando non si sa come usarla altrimenti.
- Dica la verit e basta.
- Ti sentirai meglio, bello, - commentai.
- Che?
- Niente, - dissi.  chiaro che stavo pensando agli analisti
finanziari e alle loro teorie sui memoir che non avevano
mai scritto, mentre quello che avevano scritto non li
aveva fatti sentire meglio per niente, n avevano detto la
verit - o quella di mio padre se per questo - e forse la ricerca
della verit era tanto inutile quanto aspettarsi che
trovandola ci si potesse sentire meglio. - Devo farmi una
doccia, - gli dissi. - Abbiamo quasi finito?
- E cos non vuole confessare, - disse l'agente Wilson.
- Cos vuole rendere tutto pi difficile. Ma che cazzo ha
da sorridere? - Per poi si alz, precipitandosi fuori prima
che potessi dirgli che sorridevo per via di mia madre.
Quand'ero piccolo mi faceva leggere tutti quei libri e poi
mi faceva delle domande, quelle domande complesse su
ci che il libro poteva o non poteva significare, e io le rispondevo
sempre: Stai rendendo tutto difficile, e lei allora
mi diceva quello che avrei detto all'agente Wilson se
solo fosse stato ancora in casa:  gi tutto difficile.
C'era ancora la questione della busta. La girai e la aprii.
Era pesante e voluminosa, e io ero piuttosto sicuro che ci
avrei trovato i tremila dollari di Wesley Mincher. Infatti:
tre mazzette di banconote da cento dollari tenute insieme
da un elastico. Ma la busta conteneva anche qualcos'altro:
un biglietto scritto a mano che diceva: Incontriamoci alla
casa di Emily Dickinson a mezzanotte. Non riconoscevo
la calligrafia. Non era quella della lista della spesa di
mio padre, n quella delle cartoline scritte da mia madre.
Guardai l'orologio: erano le cinque e mezzo. C'era un sacco
di tempo per farmi una doccia, cambiarmi, andare fino
allo Student Prince e poi incontrare qualcuno - e avevo
ancora quella intuizione su chi potesse essere - a mezzanotte
alla casa di Emily Dickinson, o piuttosto dove si trovava
un tempo quella casa. Rimisi le banconote e il biglietto
nella busta, finii la mia birra, andai al piano di sopra e
mi trasformai in un Sam Pulsifer pi presentabile. Poi ridiscesi,
mi servii un'altra birra dal frigo, uscii dalla porta
principale, salii in macchina e mi diressi verso lo Student
Prince e mia madre, non sapendo ancora che avrei rivisto
la casa dei miei genitori ancora una volta, e che sarebbe
stata anche l'ultima per tutti.
 
PARTE QUINTA.


Capitolo ventiquattresimo.

Invecchiare vuol dire anche che, nello sbrodolare la storia
della tua vita, introduci ogni scena con frasi tipo: E
cos mi ritrovavo a X, per la prima volta dopo Y anni. Il
che  un altro motivo per rimanersene a casa propria, o
meglio, un altro motivo per cui chi ascolta la tua storia vorrebbe
che te ne fossi rimasto a casa tua.
Ma io non l'avevo fatto, e cos mi ritrovavo a Springfield,
per la prima volta dopo cinque anni. Era molto pi
cupa di come me la ricordassi. Main Street era completamente
deserta; le agenzie di cambio assegni che avevano
sostituito i ristoranti italiani e i negozi di caramelle erano
tutte sbarrate con assi di legno. Forse in citt non c'erano
pi assegni da incassare. Met delle lampadine del cinema
Paramount erano bruciate, il che non era poi cos
importante visto che il cartellone era vuoto e comunque
non davano nessuno spettacolo. Il centro polifunzionale
della citt, di cemento grigio - dove avevo visto una partita
di hockey di una squadra di seconda categoria e avevo
portato Anne Marie e i bambini a vedere il Pi Grande
Spettacolo del Mondo -, era chiuso per rinnovo locali,
circondato da un recinto di compensato alto tre metri,
sul quale dei cartelli dicevano scusate il disagio. Gli edifici
vecchi e imponenti che delimitavano il perimetro di
Court Square - il tribunale, la Symphony Hall, la chiesa
unitariana - erano ancora maestosi e illuminati da riflettori
di una potenza abbagliante, forse per scoraggiare i ladri.
Il negozio di barbiere vicino al tribunale era con tutta
evidenza chiuso da qualche tempo - il palo era ancora
lo stesso, con i suoi rossi e blu scoloriti - sebbene un cartello
esposto in vetrina indicasse ancora che erano aperti
dal 1892. All'angolo opposto del barbiere, sul lato est di
Court Square, era rimasta la facciata di un vecchio negozio,
zeppa di caloriferi in disuso e tutti ben allineati come
fossero in esposizione, quasi a voler impartire ai passanti
una lezione sui limiti del riscaldamento a vapore. Non avevo
mai visto un luogo tanto desolato; nemmeno la neve era
venuta in aiuto a ricoprirlo. Evidentemente anche lei aveva
deciso che ogni aiuto sarebbe stato vano per quel posto.
L'entrata dello Student Prince dava su un vicolo, proprio
alle spalle di Court Square. La porta era di legno robusto,
sicch era impossibile capire se dall'altra parte le
luci fossero accese o spente. Non giungeva alcun rumore
dall'interno, niente musica, n voci o acciottolio di piatti
e bicchieri. Alzai lo sguardo e vidi il vecchio appartamento
dove abitavamo Anne Marie e io, quello in cui avevamo
risistemato i mobili e procreato i nostri figli. Aveva le
finestre oscurate, come quelle di tutti gli altri appartamenti
dello stabile. Soffiava un vento freddissimo, ma anch'esso in
un silenzio totale e innaturale, perch Springfield
non meritava nemmeno i suoi sibili e rimbombi. Era uno
di quei momenti in cui il mondo intero sembra deserto,
quasi fossi tu il solo ad abitarlo, e invece vorresti che non
fosse cos, vorresti trovarti in quel mondo o antimondo in
cui si sono rifugiati tutti quanti. Mi venne il sospetto che
Anne Marie mi avesse mentito dicendomi che mia madre
lavorava l. Non avevo alcuna idea del perch avrebbe dovuto
farlo, pensavo solo che, aprendo la porta, avrei potuto
trovarmi davanti uno Student Prince deserto, e quella
sarebbe stata la metafora del resto della mia vita.
Ma lo Student Prince non era deserto. Era pieno zeppo,
al punto da violare le norme di sicurezza antincendio.
Bench fosse dotato di tre locali cavernosi con scaffali altissimi
ricolmi di boccali da birra tedeschi e stemmi e gingilli
bavaresi dei tempi andati, anche cos, era pieno zeppo.
Non c'era un tavolo libero e la gente faceva la fila per
sedersi. Pareva che ogni cittadino di Springfield, passato
e presente, fosse in quel locale a bere birra scura, in attesa
dei propri schnitzel. Il mugghiare di voci chiassose e felici
era incredibile e pareva proprio la personificazione del
vento, per cui, per la prima volta, capii cosa intendesse
mia madre quando mi parlava di come ritornasse nei libri
che mi faceva leggere.
Mia madre... non la vidi immediatamente. Attraversai
tutti e tre gli ambienti: il bar, sul quale ritorner fra un attimo;
la sala da pranzo pi grande, piena di famiglie numerose
che mangiavano i loro lauti pasti sedute a grandi
tavoli; e l'ambiente pi nuovo, tappezzato di specchi e popolato
di uomini che fingevano di apprezzare i sigari che
stavano fumando e con in testa un berretto dei Red Sox
- quel simbolo regionale di amor proprio e odio di s e calvizie
maschile - e tutti intenti a parlare ad alta voce di come
andassero o non andassero bene i loro affari, e a guardare
con la coda dell'occhio qualcosa di simile a un reality
in Tv. In ogni locale c'erano delle cameriere, squadre intere
di cameriere, tutte con un vestito bianco sformato, a
mo' di sacco. Li indossavano anche cinque anni prima, e
allora come adesso non ero in grado di valutare se si trattasse
di autentiche divise tedesche da cameriera o al contrario
dell'idea che i tedeschi immigrati da poco si erano
fatti su ci che gli americani si aspettavano da un'autentica
divisa tedesca da cameriera. Ad ogni modo, le indossavano
ancora. Tuttavia, per quanto riuscissi a vedere, mia
madre non era tra loro, e quindi mi appartai nel locale del
bar, il locale in cui si appartano sempre gli uomini a caccia
delle donne. Trovai un posto libero al bancone, mi accomodai,
e aspettai che un barista si accorgesse di me in
modo da poter ordinare una birra, una grande, per quanto
ne avessi bevute gi cos tante durante la giornata da
non farmi pi alcun effetto, se non quello di voler continuare
a berle. C'era tantissima gente, per, e passarono
dieci minuti buoni prima che un tizio giovane - pi giovane
di me - con la testa rasata e un paio di baffi incerati a
manubrio, vecchio stile, venisse a servirmi. Ci aveva messo
talmente tanto che decisi di ordinare due doppio malto
grandi per risparmiare tempo a me e a lui.
- Sei con qualcuno, amico? - mi chiese, passandomi le
due birre grandi in due pesanti boccali di vetro.
- Nossignore, - risposi. Il barista guard me, poi le birre,
poi me di nuovo, quasi a dirmi, come aveva fatto mia
madre col suo biglietto, Credo di sapere chi sei. E chiss:
magari, proprio come mia madre, lo sapeva davvero.
Rimasi seduto li per un po' e ingollai in fretta una birra,
mentre l'altra la bevvi in tempi pi normali. Il chiasso
del bar e di chi lo produceva avanzava e si ritirava, avanzava
e si ritirava, ma piacevolmente, non come un esercito
bens come un'onda, che si avvicinava e si allontanava,
si avvicinava e si allontanava senza bagnarti mentre ascoltavi
i mormorii sognanti della risacca. Qualche minuto pi
tardi, o forse era trascorsa un'oretta, vidi il vecchio Mr
Goerman, il proprietario, che serviva ai tavoli, stringendo
mani ed elargendo pacche sulla schiena. Era invecchiato,
il volto un po' pi da uva passa, la spina dorsale un po'
pi da pretzel, ma chiaramente ancora Mr Goerman. Anche
lui, come il barista, aveva un paio di baffi incerati a
manubrio, e mi venne da pensare che forse quei baffi glieli
facevano portare apposta, cos come le cameriere erano
obbligate a indossare quei sacchi bianchi. Comunque fosse,
era davvero un piacere rivederlo. Incrociai il suo sguardo
e sollevai il mio secondo boccale, ormai quasi vuoto,
verso di lui. Rispose al saluto agitando la mano, e fui investito
da un'ondata di calore, quella bella sensazione che
si prova quando ti si riconosce, ti si ricorda, ti si offre inequivocabile
conferma che sei dov' giusto che tu sia. Poi,
per, vidi Mr Goerman salutare praticamente ogni singolo
individuo che si trovasse allo Student Prince quella sera,
e non poteva certo conoscere personalmente ciascuno
di loro. cos continuai a bere la mia birra, il che mi aiut
a mantenere quel calore dentro di me ben pi a lungo di
quanto non sarebbe durato, che  uno dei motivi per cui
la gente beve - anzi, il principale.
Il barista si accorse che avevo finito la mia seconda birra,
e doveva anche essersi accorto che non avevo fatto nulla
di sospetto mentre le bevevo, n dopo averle bevute.
Doveva avermi riconosciuto come il tipo che ama ordinare
e bere due birre alla volta, perch me ne port altre due
uguali, forti e grandi.
- Che ne dice di mangiare qualcosa? - domand, attorcigliandosi
guardingo le punte sottili dei baffi.
- Che bella idea, - esclamai. L'avevo appena detto - secondo
i tempi dettati dai fumi dell'alcol - che si materializz
di fronte a me un piatto con cinque diversi tipi di
salsiccia bianca di Monaco e una cucchiaiata di mostarda
piccante a parte, mentre in un altro piatto c'era una distesa
di merluzzo mantecato, circondato da un cordone di
gallette croccanti. Entrambi i piatti fecero la loro comparsa
da dietro le mie spalle, un piatto da sinistra, l'altro da
destra, mentre il cameriere me li depositava appoggiandosi
contro la mia schiena. Non era certo il modo di servire
il cibo in un ristorante, a meno che non accadesse in un
bel sogno e a servirti ci fosse una bella donna che ti desiderava
sessualmente, o a meno che il cameriere non ti conoscesse
bene.
Il cameriere mi conosceva bene. Era mia madre. Mi girai
verso di lei; aveva indosso il sacco bianco. E lo riconobbi
- non perch l'avevo visto indosso ad altre cameriere,
ma perch lo avevo visto indosso a lei quella notte, la
settimana prima, quando ero tornato a casa la prima volta
e avevo scambiato mia madre per la Signora del Lago.
Non lo era; era una cameriera dello Student Prince. In silenzio
le passai una birra e lei la prese e la bevve in fretta,
poi mi restitu il boccale vuoto. Intanto continuava a non
dire una parola. D'altra parte non volevo che dicesse niente,
perch temevo che, come i Mirabelli, mi avrebbe chiamato
con un altro nome che non era Sam, ma Coleottero, o
qualcos'altro con cui mi avrebbe comunicato che non mi conosceva
pi o che non aveva pi intenzione di conoscermi.
- Sam, - esord finalmente, ma prima che potesse proseguire
balzai su dal mio sgabello e l'abbracciai per aver
usato il mio vero nome. Si lasci abbracciare e anche lei
mi strinse un po'. Mia madre sapeva di salsa di mele, doveva
averla servita a qualcuno quella sera; quand'ero piccolo
odorava spesso di salsa di mele, il che significa che
doveva averla servita anche a me.
- Cosa ci fai qui? - chiesi, tenendola ancora fra le braccia
e parlandole nei capelli.
- Ci lavoro, - rispose, scostandomi un poco da lei.
- Lo so, - dissi. - Ma perch qui? Sapevi che Anne Marie
e io abitavamo proprio qua sopra?
- S, - rispose. -  per questo che ci lavoro. Ed  per
questo che, prima di venirci a lavorare, ci venivo a bere.
- Non capisco.
- Volevo semplicemente esserti vicina, Sam, scoprire
dov'eri.
- E perch non sei mai venuta di sopra a farmi sapere
che eri cos vicina?
- Non lo so, - rispose. - Non volevo esserti troppo lontana,
ma non volevo nemmeno esserti troppo vicina.
- Ma certo, - dissi. Mio padre se n'era andato, ma si
era trasferito a soli venti minuti da noi; mia madre voleva
stare nel mio stesso stabile, ma non nel mio stesso appartamento.
Io ero ritornato ad Amherst, ma non troppo vicino
ai miei genitori; e poi mi ero trasferito a casa dei miei,
che non era troppo distante da Camelot e dalla mia famiglia.
Non troppo vicino era la maledizione della nostra famiglia,
cos come lo era l'incesto per alcune famiglie reali
e la presunzione per altre. - Aspetta un attimo, - dissi.
- Ci siamo trasferiti a Camelot cinque anni fa.
- Lo SO.
- Tu per sei rimasta in questo posto. Perch?
- Ehi! - disse una cameriera a mia madre mentre procedeva
sbandando con il suo vassoio pieno di piatti e boccali
di birra. - Beth, avrei bisogno di una mano. Tavolo sei.
- Torno subito, - mi disse mia madre, e poi si diresse
verso quello che presumevo fosse il tavolo sei.
- Beth! - la chiamai. - Lo sapevo che adesso eri pi simile
a una Beth!
- Conosci Beth? - mi domand il barista. Ripresi posto
sullo sgabello e lo ruotai per poterlo guardare in viso.
Sul bancone, tra noi due, c'erano due nuovi boccali colmi
di birra.
- Non ne sono sicuro, - gli risposi.
-  un tesoro, - mi disse.
- Davvero? - Fra tutte le numerose parole che avevo
sentito per descrivere mia madre, tesoro non era mai
stata usata. Non l'avevo mai sentita pronunciare nemmeno
da mio padre. Mi domandai se lui avesse mai chiamato
Deirdre a quel modo. Mi domandai se mia madre si fosse
mai domandata se lui avesse mai chiamato Deirdre a
quel modo. - Beth  un tesoro?
- Ma si capisce, - rispose il barista. - Basta guardarla.
Mi voltai e la guardai. Mia madre era in piedi a un tavolo
della sala bar e parlava con un uomo e suo figlio. L'uomo
era un tipico bramino yankee prematuramente canuto
e rivestito di lana e di velluto scuro a coste, e con un paio
di scarponcini impermeabili. Il figlio non era nemmeno un
po' yankee, n bramino. Era un ragazzino dai pantaloni
larghi e le scarpe da ginnastica costose e un paio di cuffiette
nelle orecchie, e sarebbe stato lo stesso identico ragazzino
se fosse vissuto in New Jersey o in California. Era
quel genere di ragazzino che una volta cresciuto si sarebbe
trasferito a Phoenix a piazzare assicurazioni in un brutto
edificio di vetro e a innaffiare il suo prato nel deserto.
Sentivo il padre che dava una lezione a mia madre su qualche
cosa, perch era proprio quel genere di bramino: il genere
che si sente in dovere di insegnarti qualcosa di importante
in materia di questo o di quello. Indubbiamente
era questa la ragione per cui il figlio teneva le cuffiette nelle
orecchie. Mia madre Elizabeth non avrebbe mai accettato
una lezione neppure per dieci secondi. Avrebbe strappato
le cuffiette dalle orecchie del ragazzo e avrebbe detto
al bramino dove poteva ficcarsele. Ma non Beth. Se ne
stette l, con un'espressione gentile sul viso, ad ascoltare
il bramino finch questi non termin la sua lezione; poi,
mentre si dirigeva in cucina, arruff gentilmente i capelli
del ragazzino. Mia madre era Beth, eccome, e Beth era indiscutibilmente
un tesoro.
- Hai ragione, - dissi. - Beth  un tesoro -. Devo averlodetto col tono di chi ne  rimasto affascinato, perch il
barista fece una smorfia comprensiva e disse: - Mi spiace,
amico,  sposata.
- Sposata, - commentai, agitando la mano in modo da
voler comunicare: E chi non lo ?
- S, ma lei  sposata per davvero, - rispose il barista.
- Hai mai incontrato il marito? - chiesi.
- No, - rispose, - per ne parla un sacco.
- E cosa dice di lui?
- Che ha un gran cervello, - rispose il barista, e poi,
forse intuendo che io non ce l'avevo, si picchiett la fronte
con l'indice.
- Scommetto che legge molti libri, - dissi.
- Lo pagano per leggerli, - ribatt il barista scuotendo
il capo, quasi a domandarsi chi mai pagherebbe qualcuno
per fare una cosa che probabilmente farebbe comunque.
Il barista si vers una birra gratis, poi cominci a berla,
continuando a scuotere il capo al pensiero di quanto fossero
fortunati certi uomini. - E in pi ha una donna come
Beth.
- Hanno figli? - domandai.
- Uno solo.  uno scienziato.
- Scienza del packaging, - dissi.
- Lo conosci? - chiese il barista. - Parla un sacco anche
di lui. Dice che  un cervellone. E anche un bravo figlio,
per giunta. Non ho mai visto una donna amare due
tizi come lei ama suo figlio e suo marito.
- Che fortunati, - commentai.
- Eh s, - convenne il barista, e poi si spost all'altra
estremit del bancone. Adesso capivo perch mia madre
era rimasta allo Student Prince quando mi ero trasferito a
Camelot. Allo Student Prince poteva essere Beth, un tesoro
con un figlio e un marito meravigliosi. Ad Amherst,
al contrario, era Elizabeth, un'ex insegnante alcolizzata
che viveva da sola in un appartamento di Belchertown,
mentre quell'ubriacone di suo marito era tornato nella loro
casa, dove da trent'anni consumava una relazione con
un'altra donna, e quell'ex detenuto di suo figlio era stato
sbattuto fuori di casa, aveva mollato il lavoro, baciato altre
donne, e probabilmente (pensava mia madre) era tornato
a incendiare le case degli scrittori del New England.
Adesso avevo capito tutto: se fossi stato in mia madre, anch'io
avrei voluto essere Beth allo Student Prince.
Proprio in quel momento qualcuno mi colp forte alla
testa, sulla nuca, ma poi non si scus come avrebbe fatto
un estraneo. Mi girai e vidi mia madre con il suo vassoio
in mano. C'era uno sgabello vuoto accanto al mio, ma mia
madre non ci si sedette preferendo, suppongo, rimanere
di fronte a me a guardarmi per intero.
- Allora, dimmi, - cominci, - chi era quella donna nel
New Hampshire?
- Non lo so, - ammisi.
- Fammi indovinare, - disse mia madre. - Eri ubriaco.
Lei era una che non contava niente.
- Ero ubriaco, s, - risposi, ma non aggiunsi che quella
donna non contava niente, perch ovviamente aveva
contato. - Su quel tovagliolo hai scritto che credevi di sapere
chi ero. Cosa volevi dire? - E poi, prima che mia madre
rispondesse, oppure non rispondesse, a quella domanda,
fui io stesso a dare una risposta: - So tutto di pap. So
che non  stato lui a mandare le cartoline da tutti quei posti.
So che le hai spedite tu da Amherst. So che ti hanno
licenziata dalla scuola per i tuoi problemi con l'alcol. Un
po' di cose, mamma, le so.
Mia madre sospir, poi si sedette sullo sgabello accanto
al mio. Aveva l'aria di aver perso tutta la sua dolcezza,
ma anche tutta la sua scaltra cattiveria. Perci non sembrava
pi Beth, e nemmeno Elizabeth; pareva semplicemente
una donna triste, stanca, che non aveva ancora trovato
un nome adatto a se stessa.
- Cosa vuoi da me, Sam? - disse, chiudendo gli occhi
e appoggiandosi al bancone del bar.
- Voglio che tu mi dica cos' successo a pap trentanni
fa.
E lei me lo disse. Era ormai troppo esausta per continuare
a nascondermi certe verit. Cos mi raccont quello che era successo circa un trentennio prima. Dopo una
conferenza obbligatoria per gli insegnanti mia madre
avrebbe dovuto fermarsi a Boston per la notte, ma gli impegni
si erano conclusi prima del previsto e lei aveva deciso
di tornare a casa quella sera stessa e non la mattina
seguente. Aveva pensato di fare una bella sorpresa a mio
padre... questo preciso pensiero le occupava la mente
quando entr in cucina e vide, seduta sul piano cottura,
una bella donna bionda con il vestito tirato su fino alle
cosce bianche bianche nella posizione che alcuni dei libri
di mia madre definivano del loto. Mio padre era in
piedi l in mezzo. I pantaloni non erano ancora abbassati
fino alle caviglie, ma lo sarebbero stati presto. Non occorreva
essere un genio per intuire cosa stava per accadere.
- Le piace cucinare, ma non cos, - disse mio padre alla
donna, e risero la stessa identica risata: deboli gorgoglii
dal profondo della gola. La persona che amava cucinare,
ma non cos, era mia madre. Non occorreva essere un genio
per capire anche quello.
- E io dov'ero quando succedeva tutto questo? - domandai.
- Dormivi al piano di sopra. Me lo ricordo. Mi ricordo
che non volevo svegliarti. Ricordo di aver detto alla donna
di uscire da casa mia, ma lo dissi piano per non svegliarti.
E lei usc.
- Hai detto la stessa cosa quand'ero piccolo, il giorno
in cui pap se n' andato.
- Ho detto cosa?
- Le piaceva cucinare, ma non cos, ecco cos'hai
detto.
- Davvero? - domand, aprendo gli occhi per la prima
volta da quando aveva cominciato la storia.
- Dopo aver fatto bruciare il mio panino.
- Che strano, - disse. - Non me lo ricordo. Ricordo
tantissime cose, ma quella no.
- E pap cos'ha detto?
- Ha detto che era ubriaco e che quella storia non contava
niente e che mi amava e che era la prima volta che
succedeva e che non sarebbe successo mai pi.
- Ecco, - risposi, riconoscendo che quelle erano le mie
stesse parole e vergognandomi da morire... per tutte le cose
meschine che avevo fatto e per le parole che avevo usato
per giustificarle. Com' che non usiamo parole nostre
per le cose meschine che facciamo? Anche questo contribuisce
a renderle cos meschine? - Che cos'hai fatto dopo?
- L'ho sbattuto fuori di casa.
- Pensavo che l'avessi sbattuto fuori di casa perch non
sapeva decidere che fare nella vita e perch era patetico e
ti faceva impazzire.
- Era quello che volevo che tu pensassi. In realt l'ho
sbattuto fuori di casa perch mi tradiva.
- Lo amavi?
- S, - rispose immediatamente, proprio come aveva
fatto mio padre quando gli avevo domandato se amasse
mia madre. I miei genitori erano certi di amarsi, eppure
guarda un po' com'era andata a finire. Forse sarebbe stato
meglio non esserne cos certi. Forse l'amore, e il matrimonio,
e la vita, e forse ogni cosa importante funzionerebbero
meglio se non avessimo tante certezze a riguardo.
- Mamma, - dissi, - perch pap  tornato?
- Perch gliel'ho permesso, - rispose mia madre. - Perch
mi ha detto di aver commesso un errore terribile.
Perch gli mancavamo. Perch mi ha detto di amare me
e non quella donna sul piano cottura. Perch mi ha detto
che non l'avrebbe mai pi rivista.
- E tu gli hai creduto, - dissi.
- S, - rispose, e sentii la voce che indubbiamente doveva
aver sentito anche il barista quando mia madre aveva
parlato di mio padre, la voce che voleva che la storia di
suo marito fosse la verit, e la verit solo una storia. - Gli
credo ancora.
- Mamma, - dissi, con tutta la dolcezza possibile, - vivi
in un appartamento in un'altra citt. Vieni a casa per
bere, ma poi, quando  ora di andare a dormire, te ne torni
nel tuo appartamento. Il marted sera non vieni per
niente. Dev'esserci pure un buon motivo.
- E infatti c', - rispose lei annuendo.
- Qual ?
Richiuse gli occhi, quasi sforzandosi di ricordare le bugie
che si era detta per tutti quegli anni e che ora desiderava
dire a me. Tenne gli occhi chiusi, questa volta cos a
lungo che temetti si fosse addormentata. Poi all'improvviso
li apr e disse: - L'appartamento  per me un posto in
cui scappare, tutto qui.
- Scappare da cosa? - le domandai, perch non avevo
intenzione di mollare la presa. Perch, come Socrate e il
suo metodo, non avrei permesso a mia madre di lasciare
questa conversazione a met, senza darmi le risposte che
volevo.
- Dalla vita, - rispose.
- E allora a che serve casa nostra?
- Un posto in cui tornare, - disse. - Anche per te -. Si
alz, si infil il vassoio sotto il braccio e disse: -  ora di
riprendere il lavoro.
- So di Deirdre, - le dissi, perch volevo mettere tutte
le carte in tavola, l dove avremmo potuto vederle, dove
non avremmo pi potuto ignorarle, e, come dichiarer
nella mia guida del piromane, una volta messe tutte le carte
in tavola, ti domandi perch, oh, perch tu abbia mai
desiderato farlo.
- Come sai di lei? - Mia madre si sforzava di mantenere
la calma, ma era una battaglia persa. Il suo sguardo
si fece intenso, perso in un punto lontano, quasi avesse appena
riconosciuto il suo nemico da una grande distanza.
Sollev il vassoio e se lo appoggi contro il petto come uno
scudo. - Come fai a sapere il suo nome?
- L'ho incontrata a casa nostra, - risposi.
- Casa nostra, - ripet come se fosse in trance. - Quando?
- Questa mattina, - dissi. - Lo so che sei convinta che
sia stato io a incendiare tutte quelle case. Ma non  cos.
Credo sia stata Deirdre -. Non sono tanto certo, per, che
mia madre avesse sentito quest'ultima parte, perch  cos
che funziona, o non funziona, la nostra mente: quando
capisce che la peggior cosa  gi accaduta, non pu pensare
alla seconda, alla terza o alla quarta cosa peggiore fino
a quando non si  occupata della prima, migliorandola o
magari peggiorandola.
- Non avresti mai dovuto sapere della sua esistenza, -
disse mia madre. - Lo aveva promesso.
- Cos si spiega perch mi hai mandato al college, non
 vero? - domandai. - Sapevi che pap sarebbe ritornato
da lei, e non volevi che lo scoprissi.
- Lo aveva promesso, - ripet mia madre.
- Non capisco perch non abbiate semplicemente divorziato,
- le dissi. - Perch non chiudere e andare avanti?
- E tu perch non hai detto ad Anne Marie dell'incendio
che hai appiccato? - volle sapere mia madre. - Perch
non le hai detto dei Coleman, di me, di tuo padre?
Non le risposi; non occorreva. Perch entrambi sapevamo
che le bugie che si dicono fanno meno paura della
solitudine che si pu provare quando si smette di dirle.
Mia madre aveva troppa paura di divorziare, e io avevo
troppa paura di dire la verit ad Anne Marie. Tutto l:
chiaro e semplice. Talvolta esiste una risposta semplice.
Talvolta le cose non sono affatto complicate.
Dopo qualche istante pos il vassoio sullo sgabello
vuoto, si tolse il grembiule e lo mise sul vassoio. - La
settimana scorsa mi hai chiesto perch mi sono sbarazzata
dei miei libri, - mi disse, guardandomi negli occhi.
Era tornata ad essere Elizabeth, la madre di sempre, se
non fosse stato per quello sguardo di torva disperazione
che mi spavent come non mai. - Vuoi davvero sapere
perch?
- S.
- Perch - disse - erano sempre popolati di persone
come me, come lei, lui, te e come quella.
- Quella chi? - domandai.
- La casa, - rispose. - La nostra cazzo di casa -. Lo disse
allo stesso modo in cui Achab avrebbe detto a Ishmael:
La nostra cazzo di balena, e ora capivo, per la prima volta,
perch Melville lo aveva fatto parlare della balena cos
tante volte, per cos tante pagine, e perch mia madre
mi aveva fatto leggere il libro cos tante volte, per cos tanti
anni. Per mia madre, la nostra casa era molto di pi di
un tetto, pareti e mobili; allo stesso modo, per Achab
Moby Dick era molto pi di grasso di balena.
- Beth, - chiam il barista, - puoi portare da bere al
tavolo dodici?
- No, - rispose lei, e ci piant in asso entrambi, avviandosi
verso l'uscita. Su una sedia vuota era adagiato un giaccone
da marinaio; lo prese e se lo infil, malgrado fossi
abbastanza sicuro che non era suo. Apr la porta e il vento le
scompigli i capelli.
- Dove vai? - urlai.
- A trovare tuo padre, - rispose urlando anche lei, senza
voltarsi, prima di chiudersi la porta alle spalle.
- Cosa hai fatto a Beth? - chiese il barista quando se
ne fu andata e poi, prima che io trovassi una risposta concisa,
disse: - Ne hai avuta abbastanza, - e mi soffi l'ultima
mezza birra. Aveva ragione. Ne avevo avuta abbastanza:
tutti avevano avuto abbastanza di tutto, quello era
poco ma sicuro. Forse era per quello che Deirdre voleva
vedermi alla casa di Emily Dickinson: forse ne aveva avuto
abbastanza anche lei.
 
Capitolo venticinquesimo.

Mancavano venti minuti a mezzanotte quando arrivai
nel luogo in cui un tempo sorgeva la casa di Emily Dickinson.
Sembrava molto diverso di notte da come era apparso
in piena luce solo qualche giorno prima. Era probabile
che ci fossero pi di quindici centimetri di neve per
terra, ma aveva smesso di nevicare poco prima e il cielo
era schiarito, tanto che si riusciva a nominare ogni stella,
sempre che ne si conoscesse il nome. Il vento si era
fatto pi forte, per, le nubi sparse correvano nel cielo e
le betulle rachitiche oscillavano e talvolta cozzavano contro
i pini bianchi e gli aceri attigui. Uno dei lampioni vicini
emanava una debole luce tremolante che si insinuava
tra gli alberi, e io mi aspettavo di sentire una musica
d'organo, e che Vincent Price facesse la sua apparizione
tra le ombre. In pi, da qualche punto non distante proveniva
un verso, un uuu uuu che ti raggelava le ossa, il
classico verso che segnala la presenza di fantasmi, pur potendo
essere solo il suono usato dai membri di una confraternita
universitaria per ritmare il loro giuramento rituale.
Chiunque lo stesse producendo, quel verso faceva
davvero paura.
Avanzai tra gli alberi finch non trovai Deirdre che
aspettava in piedi accanto a una panchina di legno, una
panchina che indubbiamente commemorava la casa di
Emily Dickinson. Anche Deirdre era in anticipo. Indossava
una giacca rossa e una sciarpa rossa e guanti rossi e
un berretto da montagna rosso, che senza dubbio costituvano
un completo. Deirdre era la cosa meno paurosa di
tutto il posto.
- Sam, - disse, - come ci si sente a tornare qui?
- Benissimo, - risposi. - Una favola. Perch sono qui?
Deirdre prese un'espressione confusa. Aggrott l'intero
viso, un'espressione che avrebbe potuto risultare attraente
per chi fosse stato incline a lasciarsi attrarre. Riuscivo
a immaginare perch a mio padre fosse successo.
Aveva i capelli biondi e lunghi quasi fino alle spalle, come
li ricordava mia madre, e Deirdre se li lisciava nervosamente
con le mani guantate. - Sei qui perch ti ho chiesto
di incontrarmi qui.
- S, lo so, - risposi, - ma perch mi hai chiesto di incontrarti
qui?
In quel preciso istante, con un minimo levarsi del vento,
le betulle cominciarono a scricchiolare e a oscillare molto
pi di prima, facendo un tale fracasso che Deirdre e io
perdemmo per un attimo il filo del discorso e restammo a
guardarle. Erano di un bianco argenteo, diversissime da
tutti gli altri alberi intorno. I pini e gli aceri erano robusti
e raggruppati, ma le betulle erano sottili e isolate, ciascuna
separata dalle altre, quasi una figlia unica in mezzo
a una prole pi numerosa e felice. Mr Frost mi aveva insegnato
che, fra tutti gli alberi, le betulle erano quelli che
pi evocavano il New England, e se cos era, allora non
potevo fare a meno di pensare che il New England fosse
davvero una pessima idea.
Poi il vento si calm e le betulle smisero di fare rumore
e noi tornammo alla nostra conversazione, che fondamentalmente
si limitava a: perch ero l?
- Perch questo  il luogo in cui si trovava la casa di
Emily Dickinson, Sam, - rispose Deirdre molto lentamente,
come se facesse fatica a tenere il ritmo. - Le hai incendiato
la casa. Che ironia!
- Hai ragione. Che ironia! - ripetei, solo che non parlavo
della casa; parlavo di Deirdre. Era chiaramente il mio
doppio, il mio Doppelgnger nel fare casini. Lei e io eravamo
due gocce d'acqua. Mi domandai se mio padre si fosse
innamorato di lei perch mi assomigliava cos tanto, e se si
fosse disinnamorato di mia madre perch lei era tanto diversa
da me, e se l'amore non fosse allora qualcosa che noi
figli, in quanto prodotto dell'amore, rendiamo impossibile
ai nostri genitori perch possiamo assomigliare davvero
a uno solo di loro. Forse questo  il motivo per cui la gente
fa pi figli: perch nessuno dei due genitori si senta geloso
e solo.
- Mio padre sa che mi hai chiesto di incontrarti qui?
- Non sa niente di niente, - disse Deirdre. - Non mi
vuole pi vedere.
- Perch no?
- Per causa tua, - rispose Deirdre. Ravvisai un cambiamento
nella sua voce quando pronunci quelle parole e intuii
che il suo odio nei miei confronti era l'unica cosa che
le impedisse di piangere. - Perch dopo quello che  successo
a casa, ha provato vergogna. Mi ha detto che non se
la sentiva pi. Mi ha detto che non poteva pi vedermi e
che, per quanto ci amassimo, era finita.
- Forse non vi amate davvero.
- Prima ci amavamo, - disse Deirdre. - Le cose andavano
a gonfie vele.
- Per mia madre non tanto.
- Andavano a gonfie vele, - insistette, - finch non sei
arrivato tu e hai incasinato tutto.
- Deirdre, - dissi, - sei stata tu a tentare di incendiare
la casa di Edward Bellamy?
Come ho gi detto prima, ormai sono diventato un lettore
esperto e ho letto la mia buona dose di romanzi gialli e persino qualche saggio su come scriverli, perci sapevo
che non avrebbe mai funzionato: non si pu chiedere
a un sospetto se per caso sia colpevole, n si pu immaginare
che risponda di s; occorre coglierlo in flagrante.
Adesso lo so, e la prossima volta, sempre che ci sia una
prossima volta, far tutto diversamente e secondo le regole.
Badate per, ero un casinista e non sapevo che non
si potessero fare domande del genere, e anche Deirdre
era una casinista e non sapeva che non si potesse rispondere
a una domanda del genere.
- Ci ho provato, - disse, affondando il viso fra le mani
guantate di rosso.
- E la casa di Mark Twain?
- Ci ho provato, - ripet, con la voce soffocata dai
guanti. -  che non riesco a fare niente come si deve.
- Perch lo hai fatto?
- Perch sapevo che sarebbe successo, - disse, sollevando
la testa dai guanti e guardandomi dritto negli occhi.
- Sapevo che quando saresti tornato a casa, Bradley si sarebbe
sentito in colpa, si sarebbe liberato di me e sarebbe
tornato da tua madre. Dovevo fare qualcosa.
- E perci hai tentato di dar fuoco a quelle case, pensando
che avrebbero incolpato me, - tirai a indovinare.
- Non riesco a fare niente come si deve, - disse tra le
lacrime. Indubbiamente, Deirdre aveva torto a questo proposito;
l'agente Wilson ce la stava mettendo tutta per riuscire
a incastrarmi per gli incendi e dimostrare esattamente
quanto avesse torto Deirdre. In quel momento la odiavo
per quello che aveva fatto a me, a mia madre, a mio
padre e persino a quelle case. Per al contempo la capivo,
perch lo aveva fatto per amore, e perch aveva incasinato
tutto, e credo che sia proprio questa - la capacit di capire
le persone che odiamo - la qualit che ci rende degli
esseri umani, il che induce a chiedersi perch mai ci si tenga
tanto ad esserlo.
- Sam, - disse Deirdre, e io gi sentivo la disperazione
supplichevole nel modo in cui aveva pronunciato il mio
nome, sentivo come la sua voce fosse schiacciata da un'eccessiva
speranza da una parte e un eccessivo dolore dall'altra.
Sapevo cosa mi avrebbe chiesto Deirdre, e ne ero lieto,
perch sapevo anche come avrei reagito, sapevo che la
risposta sarebbe stata quella parolina insidiosa come un
martello, quella parola che concede al parlante un senso
di soddisfazione purissima, ben presto seguito da un senso
di purissimo rimpianto.
- No, - dissi, per mia madre.
- Adesso tuo padre  a casa.
- No, - dissi, per me stesso.
- Voglio che tu vada a casa e dica a tuo padre di riprendermi.
Sai che mi ama. Tu puoi salvarci. Non sarebbe andato
avanti cos per tutti questi anni se non mi avesse amato
tanto, se non fossi stata io la persona che amava davvero.
- No, - dissi, per mio padre, anche se - o perch - sapevo
che Deirdre aveva ragione.
- Puoi tenerti i tremila dollari, i soldi nella busta, - disse.
Sentivo, nella sua voce, l'ultimo respiro, il suo triste
lamento. - Ti prego, Sam.
- No, no, no, - le risposi, che voleva anche dire: Vendetta,
vendetta, vendetta.
Quando pronunciai il mio ultimo no, Deirdre sembr
stanca, stanchissima. Le braccia le caddero lungo i
fianchi e le spalle affondarono. - No, - ripet con voce
piatta, poi si sporse dietro la panchina, afferr un bidoncino
rosso di plastica, pieno di benzina, e lo tenne sospeso
di fronte a s, ad altezza del collo, come per un'offerta.
Improvvisamente, avrei voluto rimangiarmi tutto quello che avevo appena detto, avrei voluto rimangiarmi ogni
singolo no pronunciato, trasformare ogni no in un s, come
Ges avrebbe trasformato l'acqua in vino, un pezzo di
pane in cibo per una folla intera. E perch poi? Perch era
preoccupato per la sua gente, o per se stesso? Perch non
sapeva se la sua gente avrebbe potuto vivere di solo pane
e acqua, o perch non sapeva se sarebbe riuscito a vivere
con se stesso se li avesse abbandonati?
- Deirdre, - dissi, cercando di mantenere la calma. - Non
volevo dire quello che ho detto.
- Forse s.
- E forse no, - risposi. - Ti prego, posa quel bidoncino.
- Non voglio vivere senza tuo padre, Sam, - disse
Deirdre. - Mi sento morire senza di lui.
- Magari incontrerai qualcun altro, - ribattei.
- Magari non voglio incontrare nessun altro, - replic,
e a quel punto sollev il bidoncino della benzina sopra
la testa e lo rovesci, versandoselo copiosamente lungo la
schiena e il davanti. Accadde tutto cos in fretta che non
ebbi il tempo di fare o di dire niente. O, quanto meno,
questo  ci che dico a me stesso. Perch, dopo tutto, avevo
visto il bidoncino della benzina, e cosa pensavo che ne
avrebbe fatto? E ci che avvenne dopo fu per quello che
aveva fatto Deirdre o per quello che non avevo fatto io?
E ci che facciamo a definirci o ci che non facciamo? Non
sarebbe meglio se non fossimo definiti affatto?
- Addio, Sam, - disse. - Ti prego, perdona tuo padre.
Quel pover'uomo ti vuole un bene dell'anima -. Poi estrasse
un accendino, lo fece scattare e si afferr una ciocca di
capelli. Deirdre stava per darsi fuoco, non partendo dai
piedi come facevano alle ipotetiche streghe di Salem, bens
a cominciare dai capelli. Dai capelli. Persino adesso, a
sette anni di distanza,  il ricordo di Deirdre che si afferra
una ciocca e le d fuoco - il click secco dell'accendino;
il modo in cui Deirdre si era afferrata una ciocca, come se
fosse una scolaretta e un'insegnante particolarmente cattiva
o una compagna di scuola le tirasse i capelli; l'odore
dei capelli bruciati che rende quasi piacevole quello della
benzina, come un profumo; lo sguardo terribile, triste, paziente
negli occhi di Deirdre mentre aspettava che le fiamme
si diffondessero dalle punte verso la testa, verso il volto;
il modo in cui il suo viso aveva urlato per poi dissolversi
nel fuoco; il fatto che me ne restavo l, nel frattempo,
a guardarla -,  quel ricordo che mi sveglia da un sonno
profondo, tra urla e lacrime, o mi impedisce addirittura di
addormentarmi. Se potessi scegliere un istante solo, un solo
dettaglio che vorrei poter evitare di ricordare, sarebbe
questo, e anche questo lo inserir nella mia guida del
piromane: i dettagli esistono non solo per farci ricordare
qualcosa che non vorremmo tenere a mente, ma anche
per rammentarci che esistono cose che non meritiamo di
dimenticare.
- Deirdre, no! - urlai, ma chiss se mi aveva sentito
davvero. A quel punto le fiamme avevano gi percorso la
ciocca di capelli come uno stoppino, e il berretto scoppi
in una vampata. Dopodich anche la testa prese fuoco, anzi
era fuoco, una palla di fuoco, e per un momento fu l'unica
parte del corpo infuocata. Il resto era immobile, e la
testa, in fiamme, era inclinata di lato, quasi in ascolto della
sua voce interiore, solo che la sua voce interiore non
chiedeva: Cos'altro? Cos'altro?, ma le diceva: Niente,
niente.
- Sam, faccia qualcosa! - sentii una voce, ma non era
la mia, non era la mia voce interiore, bens quella dell'agente
Wilson, che all'improvviso si trovava al mio fianco.
Come avrei scoperto pi tardi, aveva effettivamente letto
il biglietto nella busta e aveva capito di doversi presentare
li a mezzanotte. E cos fece. Solo che io ci ero andato
in anticipo, e altrettanto aveva fatto Deirdre, ragion per
cui adesso stava bruciando viva. L'agente Wilson e io corremmo
verso di lei. L'agente la colp, e lei si accasci con
un sibilo nella neve. - Mi dia la sua giacca! - url (lui indossava
soltanto la felpa col cappuccio). Gliela diedi, e cominci
a batterla addosso a Deirdre, e nel frattempo la
confortava con parole pronunciate a filo di voce.
- Porca puttana, Sam,  tutta colpa sua, - mi disse da
sopra la spalla. Di sfuggita, vidi Deirdre distesa: la giacca
rossa era diventata nera, cos come il suo volto. Soltanto
gli occhi non erano neri e bruciati: erano bianchi e vacui
e puntati al cielo, alle betulle, alle stelle o al nulla. Distolsi
lo sguardo e lo posai sul bidoncino della benzina che giaceva
accanto al suo corpo. Mi resi conto, persino al buio,
che era uno di quelli che io stesso avevo progettato ai tempi
in cui ancora progettavo. E infine distolsi lo sguardo anche
dal bidoncino e chiusi gli occhi. Cominciarono subito
a riempirsi di lacrime, essendo le lacrime il modo che hanno
gli occhi per impedirti di distogliere lo sguardo, il modo
per obbligarti a guardare il mondo che hai creato oppure
distrutto.
- Non sono stato io, - dissi, e cominciai a indietreggiare,
cos come sempre accade quando non abbiamo il coraggio
di fare altro. - Si  data fuoco da sola.
- Vaffanculo, - rispose l'agente Wilson, continuando
a batterle la mia giacca sul corpo. - Ho visto mentre lo faceva.
E allora? Che cazzo, non l'ha nemmeno fermata.
- Mi ha chiesto di incontrarla qui, - dissi. - Voleva che
salvassi lei e mio padre.
- Avrebbe potuto salvarla, - disse, e mi accorsi che si
era messo a piangere, che  la cosa che si fa dopo aver gi
provato tutto il resto, e allora pure io mi misi a piangere,
perch piangere  anche la cosa che si fa quando non si 
fatto abbastanza e si teme che sia troppo tardi per provarci.
-  morta? - chiesi.
- Avrebbe potuto salvarla, - rispose l'agente Wilson,
- ma non l'ha fatto.
Al che, mi voltai e mi misi a correre all'impazzata.
Deirdre avrebbe voluto che la salvassi ed ero arrivato
troppo tardi. Ma Deirdre avrebbe anche voluto che salvassi
mio padre. Mia madre si trovava con lui a pochi isolati
di distanza, in casa nostra. Corsi pi veloce che potevo,
ma anche cos fu troppo tardi quando arrivai.
 
Capitolo ventiseiesimo.

Non ci si aspetterebbe di trovare somiglianze tra una
casa in fiamme e una donna in fiamme, e a ragione, perch
non ve ne sono. Non c' niente di bello in una donna
in fiamme, ma grande  la bellezza di una casa che brucia
alta e incandescente nel buio di una notte fredda: le fiamme
che zampillano dal camino come un bengala; le scandole
catramate che sfrigolano e scoppiettano sul tetto; il
fumo che sale sale sale verso il cielo, quasi un messaggio
inviato alla casa dell'aldil. Vi  un non so che di celebrativo
nell'incendio di una casa, ragion per cui c' sempre
molta gente che si raduna a guardarlo, cos come se n'era
radunata davanti alla casa dei miei genitori: tre o quattro
cordoni di folla, sicch dovetti farmi largo a forza, tra
spintoni e gomitate, finch non raggiunsi la prima fila, accanto
a mia madre, che se ne stava l con una lattina di
Knickerbocker in mano, intenta a guardare il fuoco pensierosa,
come se il fuoco fosse una questione particolarmente
difficile e lei a tanto cos dalla soluzione.
- Eccoti qua, - esclam. Mi offr un sorso della sua birra
e io lo bevvi, ne bevvi pi di uno, e poi gliela restituii.
Il vento cambi direzione e il fumo ci invest, la folla si
pieg su se stessa all'unisono, finch il vento non torn a
soffiare come prima e noi tutti riassumemmo la posizione
eretta e ritornammo a guardare l'incendio. C'erano pompieri
dappertutto adesso, e sembravano piccini e assurdi
con le loro accette e le manichette flosce. Persino gli elmetti
parevano una versione sbiadita di rosso a confronto
con il colore acceso del fuoco. La casa sembrava farsi sempre
pi grande, come se le fiamme ne costituissero il quarto
o il quinto piano.
- Eccomi, - dissi a mia madre. Eravamo circondati dalla
gente, una decina di persone almeno a portata d'orecchio,
ma l'udito e gli altri sensi erano completamente votati
all'incendio. Dentro la casa ci fu un'esplosione - forse
la caldaia - seguita da un rumore assordante di qualcosa
di metallico, che si trasformava in qualcos'altro di non metallico.
La gente rispose alla casa con un urlo altrettanto
assordante, a cui di rimando segu un altro rumore sordo
proveniente dalla casa e soffocato dal calore. Non mi
preoccupavo di essere sentito da qualcuno, perch erano
tutti intenti ad ascoltare la casa. - Dov' pap?
-  stato facilissimo, - disse mia madre. Parlava con
voce calma, tranquilla, e mi sarebbe parsa raccapricciante
se io stesso non fossi rimasto ad ascoltarla con la medesima
calma e tranquillit. E come facevo ad essere cos tranquillo,
vi chiederete? Non ho una buona risposta, nemmeno
adesso, a sette anni di distanza da quell'evento. Era
forse per quello che era appena successo a Deirdre? Ritenevo
forse che non ci fosse niente di peggio della scena di
Deirdre che si d fuoco? Pensavo che, indipendentemente
da quello che poteva essere capitato a mio padre, non
potesse essere altrettanto terribile di quanto era capitato
a Deirdre? E quando la cosa peggiore che possa capitarci
si avvera, la calma che ci assale dipende dalla nostra aspettativa
di qualcosa di migliore, oppure semplicemente ci
prepara al colpo successivo? - Ho svuotato il bidoncino di
benzina sul divano e gli ho dato fuoco, - disse mia madre.
- Non c' stato bisogno d'altro.
- Mamma, - dissi, - dov' pap?
- Ho dato fuoco anche a un lembo delle tende, nella
sala da pranzo, vtanto per andare sul sicuro. Per non ce
n'era bisogno. E stato facilissimo. Non mi aspettavo che
fosse cos facile.
- Mamma, - dissi, - dov' mio padre?
- Perch non  stato pi difficile? - chiese mia madre,
con la stessa calma. - Certe cose non dovrebbero essere
pi difficili?
Questa fu la frase pi inquietante che mia madre avesse
pronunciato fino a quel momento. Aveva dato fuoco a
casa nostra; questo lo sapevo. Ma non era quella la cosa
pi inquietante. Era stato tutto semplicissimo per lei, semplice
come leggere un libro o sparecchiare il tavolo o bere
birra o fingere di avere una famiglia felice - quella era stata
la parte inquietante. Mia madre  la persona pi in gamba
che abbia mai incontrato, persino pi di Anne Marie.
Sapeva fare qualunque cosa volesse, ecco perch mi aveva
sempre spaventato e ancora mi spaventa.
- Mamma, - dissi, con grande lentezza in modo che
mi capisse, in modo da evitare confusione. - Pap ha lasciato
Deirdre per stare con noi. Per stare con te. Ama
Deirdre, ma ha scelto te e me.
- Lo so, - rispose mia madre, distogliendo lo sguardo
dall'incendio e rivolgendolo a me. Il fuoco le illumin
il lato sinistro del volto, facendolo risplendere, mentre il
lato destro pareva cos freddo, cos bianco a confronto.
- Mi ha detto esattamente la stessa cosa. Mi ha detto che
voleva che tornassi a casa. Che questa volta lo voleva davvero.
Che dovevo credergli Poi torn a guardare l'incendio:
tutto il volto risplendeva nel calore e nella luce,
e io ne fui felice perch la rendeva bella. Volevo che fosse
bella, e pu darsi che sia proprio questo ci che i figli
vogliono per i loro genitori: che siano belli. E per far si
che siano belli ai loro occhi, occorre che trovino un sistema
per ignorare la loro bruttezza.  pi facile riconoscere
la propria bruttezza piuttosto che riconoscere quella
di chi ti ha dato la vita;  pi facile amare le persone che
ti hanno dato la vita se tu sei brutto e loro no. Ed  pi
facile vivere su questa terra se ami le persone che ti hanno
dato la vita, anche se ci comporta il rischio di perdere
l'amore delle persone che tu, a tua volta, hai messo al
mondo. Anche se.
- Sam, - disse una voce familiare alle mie spalle. Non
c'era bisogno che mi voltassi per scoprire chi era o per sapere
cosa avrei dovuto dirgli. Perch sentivo anche un'altra
voce, non la mia voce interiore, quella che chiedeva:
Cos'altro? Cos'altro?, e nemmeno la voce di Deirdre,
quella che le aveva risposto: Niente, bens la voce di
Anne Marie, che mi diceva che era ora di assumermi le mie
responsabilit per qualcosa, per tutto.
- Sono stato io, - dissi all'agente Wilson, con lo sguardo
ancora puntato su mia madre, che guardava la sua casa
e il suo incendio; ancora col pensiero a Deirdre che si
dava fuoco e moriva mentre io non facevo niente per salvarla.
- Sono stato io -. Mia madre non disse una parola;
continuava a fissare il fuoco, come se fosse consapevole
che la rendeva bella, quasi che il fuoco fosse il miglior trucco
possibile.
- Ha incendiato la casa prima di incontrare Deirdre, -
mi sugger l'agente Wilson. - Prima di vedere Deirdre bruciarsi
viva, ha appiccato l'incendio alla casa -. Stavo ancora
guardando mia madre quando l'agente investigativo
pronunci queste parole. Lei chiuse gli occhi per uno, due,
tre istanti e poi li riapr. Doveva aver odiato Deirdre per
anni; per anni doveva averla desiderata morta. E ora che
Deirdre era morta, mia madre non sembrava diversa da
quando la pensava in vita - niente sensi di colpa, nessun
sollievo, nessuna contentezza. Com'era possibile? Com'era
possibile che mia madre, pur sapendo che Deirdre era
morta, vedesse il mondo come se fosse lo stesso mondo di
sempre, vedesse il fuoco come se fosse lo stesso fuoco?
Ma forse ci accade quando odi una persona per tutto quel
tempo: la persona che odi muore, ma l'odio rimane dentro
di te, a tenerti compagnia. Forse, se avessi odiato Deirdre
per pi tempo, non mi sarei sentito cos male per non
averla salvata.
-  cos, - risposi all'agente Wilson. - Sono stato io a
incendiare la casa dei miei genitori. Sono stato io.
- E ha anche cercato di incendiare la casa di Edward
Bellamy. E il giorno dopo ha lasciato la lettera a quel vecchio.
- Mr Frazier, - dissi. -  cos.
- E poi ha tentato di incendiare la casa di Mark Twain.
E da l che  arrivato tutto quel denaro della busta. E poi
ha lasciato la patente alle persone che l'hanno ingaggiata.
- S, - dissi. - S.
- Qualcuno l'ha vista alla Residenza di Robert Frost il
giorno che l'ha incendiata. Ha dato un bello spettacolo.
- Ho raccontato la mia storia, - risposi. - L'ho fatto,
s. E ho lasciato le altre quattro lettere nei luoghi degli altri
incendi. Volevo essere catturato. Aveva ragione lei.
-  stato lei ad appiccare tutti gli incendi, - disse l'agente
Wilson. - Questo e tutti gli altri.
- Tutti, - confermai.
- Sam, - mi disse piano, - suo padre  l dentro?
- S, - risposi in fretta, prima di concedermi del tempo
per pensare a cosa stavo confessando, e anche questa 
una cosa che inserir nella mia guida del piromane: la bocca
si muove in fretta perch la mente non sa farlo.
- Immagino stia per dirmi che non sapeva che era l
dentro quando ha appiccato il fuoco. Che si  trattato di
un incidente.
Inspirai a lungo. Eccola l quella parola, la mia parola
preferita; la trattenni in bocca per un attimo, assaporandola,
sapendo che mi sarebbe mancata tantissimo una volta
che se ne fosse andata, cos come mi sarebbe mancato
mio padre, come gi mi mancava, come mi manca ancora,
come mi mancher sempre. -  stato un incidente, - dissi
infine.
- Grazie, - rispose l'agente Wilson con voce sollevata.
Ero contento per lui, contento di potergli dare l'illusione
di aver fatto qualcosa di giusto e di non essere pi un
casinista. E quanto a ci, adesso che mi ero assunto delle responsabilit
neanch'io mi sentivo pi un casinista. Sembrava
che essere casinisti fosse una malattia di cui avevamo
trovato la cura.
- Prego, - risposi.
- Finalmente ha detto la verit, - comment.
- Proprio cos.
- Non ci si sente meglio a dire la verit? - chiese l'agente
Wilson, ma poi mi afferr le mani, me le tir con
forza dietro la schiena e mi ammanett prima che potessi
capire se ci si sentisse meglio oppure no.
 
Capitolo ventisettesimo.

E dunque rieccomi qui, in carcere, questa volta di media
sicurezza. Stavolta non sono dentro insieme a criminali
dai colletti bianchi, ma nemmeno insieme a colletti
blu, dal momento che nessuno dei miei compagni di cella
sembra aver avuto un impiego, l fuori, che richiedesse di
indossare una camicia con un qualunque colletto. Ma la
storia dell'eroe mite che se la passa male in carcere l'avete
gi sentita, e quindi non mi metto neanche a raccontarvela.
Tanto pi che ho gi trascorso quasi un terzo dei miei
vent'anni (il resto della condanna dice a vita, ma chi
mai, pensandoci, pu ancora avere interesse a viverla?), e
finora non me la sono poi passata cos male. Gli altri reclusi
sanno che sto scrivendo un libro, che sto raccontando
la mia storia, questo fatto lo rispettano e mi lasciano
abbastanza in pace. Del resto, neanche loro riescono a
smettere di raccontare le loro storie: le raccontano l'uno
all'altro, alle guardie, alle loro famiglie, ai loro avvocati,
alla commissione per la scarcerazione. Anche se non hanno
mai letto davvero una storia in vita loro, non riescono
a smettere di raccontare la propria. Chiss, magari questa
mancanza di letture sar loro d'aiuto, contrariamente a
quanto non abbiano fatto tutte le nostre letture a mia madre
e a me. Auguro loro ogni bene.
Non  facile, tuttavia, scrivere qua dentro, molto meno
facile di quanto non si pensi. Intanto continuo a ricevere
lettere, a tonnellate. Wesley e Lees Mincher (si sono
sposati e lei ha preso il cognome del marito) mi scrivono
ogni mese o gi di l, sempre sulla carta intestata del dipartimento
di Inglese, e sempre con la pretesa che gli restituisca
i tremila dollari. Io gli rispondo, ripetendo di
essergli grato per la loro testimonianza contro di me in
cambio della loro immunit da ogni procedimento penale,
e che i tremila dollari sono andati in fumo come la casa dei
miei genitori e peggio per loro. Pare che non mi credano;
evidentemente pensano che, come ne Le avventure di Tom
Sawyer, abbia nascosto il tesoro in qualche grotta. Per lo
meno, questo  ci che credo che pensino. Dalle lettere
non si capisce bene. Quando  Wesley a scriverle, sono cos dense e verbose da aver bisogno di note a pi pagina solo per capire i vari Esimio e Distintamente. E quando
 Lees a scriverle, mi chiama troia cos di frequente
che ho iniziato a pensare che sia il vezzeggiativo che ha
scelto per me, cos come Coleottero era quello dei
Mirabelli. Al di l dei tremila dollari, che ancora aspettano,
sembrano felici.
Di tanto in tanto ricevo lettere da Peter Le Clair. Anche
lui ha testimoniato contro di me in cambio dell'immunit
e perci si sente estremamente in colpa. Lo so perch
le sue lettere dicono: Mi dispiace, e nulla pi. Io gli rispondo
scrivendo a lungo ma senza parlare di niente, cos
che possa avere qualcos'altro da leggere oltre ai libri della
biblioteca e qualcosa da mettere nella stufa a legna quando
ha finito di leggere. Occasionalmente, dopo avergli spedito
una di queste lettere, ne ricevo una in risposta che dice:
Grazie, della qual cosa gli sono molto grato.
Mr Frazier non ha testimoniato al mio processo - forse
perch non aveva fatto niente di male e non gli occorreva
l'immunit che gli avevano offerto - ma non ho mai
pi avuto notizie di lui, nemmeno una volta, e poich mi
d l'impressione di uno che si fregia di scrivere lunghe lettere
formali con la sua penna stilografica d'altri tempi, temo
che sia morto e che casa sua, a Chicopee, sia gi stata
trasformata in tanti appartamenti. Magari ha raggiunto
suo fratello in un luogo pi felice. L'anno scorso ho finalmente
letto quel libro che suo fratello amava cos tanto
- Uno sguardo dal 2000 di Edward Bellamy - e Mr Frazier
aveva ragione: si tratta di un'utopia, quella di una perfetta
Boston egualitaria del futuro, tanto perfetta da averla
trovata candida e sciocca e un po' pi che noiosetta. Ma
se  l che vogliono stare, Mr Frazier e suo fratello, chi sono
io per criticarli?
E questo non  tutto: ogni giorno ricevo lettere e lettere,
non solo da persone furibonde per via delle case che ho
confessato di aver incendiato, ma anche per le case che non
ho incendiato. Per esempio, continuo a riceverne da una
donna, furiosa per il mio tentativo di dare fuoco alla casa
di Mark Twain ma non a quella di Harriet Beecher Stowe,
che si trova proprio l accanto. Non lo sapevo, come le ho
spiegato tantissime volte nelle mie lettere, ma lei non mi
d retta. Insiste nel dire che non ritengo la Stowe una
scrittrice degna al punto da incendiarle la casa, e che questo
 proprio tipico, e che  un altro schiaffo in faccia a
lei e alle lettrici e ai lettori di ogni dove, un altro esempio
di come il mondo sottovaluti la Stowe e il suo romanzo La
capanna dello zio Tom, sopravvalutando invece Twain e i
suoi libri. Se ci fosse giustizia a questo mondo, scrive,
avrei bruciato casa sua, non quella di Twain. Ogni volta
le do ragione, ma questo non le impedisce di continuare a
scrivere le sue lettere piene di rabbia, ciascuna delle quali
porta la firma Professor Smiley, che posso solo ipotizzare
sia uno pseudonimo.
Le lettere, dunque, mi tengono impegnato, cos come
le numerose visite. Gli analisti finanziari vengono a trovarmi
una volta la settimana perch si sentono malissimo
per il fatto che mi sono accollato ogni loro malefatta; sono
riusciti a imputare a me gli incendi che hanno appiccato
loro, e questo li fa sentire in colpa, non li rende affatto
felici. Non capiscono che l'ho fatto intenzionalmente,
volontariamente, che il mio  stato un sacrificio e non un
errore. E non lo capiscono perch il concetto di sacrificio
 a loro totalmente sconosciuto, avendone compiuto uno
soltanto.
Prendi la nostra storia, - mi dicono. - Ti sei gi assunto
ogni colpa per gli incendi; adesso prenditi i meriti,
su. Scrivici un libro. Ti siamo debitori, bello, hai il nostro
permesso.
 la verit? - chiedo loro. - Di' solo la verit, bello.
Dopo ti sentirai meglio. Ricordate?
Questa frase li fa ridere ogni volta; gli analisti finanziari
hanno scoperto che dire la verit  tanto deludente
quanto incendiare case o scrivere un libro, e ora sono tornati
alla loro analisi finanziaria, qualunque cosa sia. Ma
una volta a settimana ritagliano del tempo dalla loro fitta
agenda per venirmi a trovare e aiutarmi a scrivere la mia
guida del piromane. Mi consigliano il modo migliore di dar
fuoco a ciascuna delle case di scrittori - quando occorre
versare benzina nel comignolo e quando basta solo lanciare
una bottiglia Molotov contro una finestra - e mi indicano
quale lezione di vita i lettori possano imparare da ciascun
metodo usato. Mi ricordano che la mia guida del piromane
 al contempo anche un memoir e che non si pu
scrivere un memoir senza aver avuto un'infanzia difficile.
Solo che non ritengono che la mia infanzia, per quanto difficile,
sia stata difficile a sufficienza. Vogliono che me ne
inventi una. Fondamentalmente, sperano che il mio biasimo
ricada su mio padre, che per non pu difendersi, n
proteggere la sua storia. Rispondo che io a mio padre voglio
bene, e che mi manca, e che non ho alcuna intenzione
di parlarne in termini falsi e offensivi. Loro trovano che tutto
questo sia assurdo e non vogliono averci nulla a che fare.
cos, per togliermeli dalle scatole, scrivo frasi del tipo:
Da bambino mio padre era violento con me, il che indubbiamente
ha contribuito, negli anni a venire, ad alimentare
il mio desiderio di incendiare. La cosa li soddisfa e soddisfa
anche me; perch, se dovessi dire la verit su mio padre, se
dovessi dire: Mio padre ha fatto delle meschinerie,
ma io gli voglio ancora bene e mi manca ancora molto,
e se dovessi dire la verit su Deirdre, se dovessi dire:
Mio padre ha amato un'altra donna e io l'ho odiata per
questo, tanto da lasciarla morire, allora scoppierei a piangere
e non smetterei mai pi. Dire la verit significa scoppiare
a piangere senza smettere pi, e che te ne viene in
tasca? E, se per questo, a chi viene in tasca niente? E poi,
chi avrebbe voglia di leggere una storia vera che ti fa piangere
senza smettere pi? Voi la leggereste una storia cos?
La leggereste perch  una storia vera, o perch vi fa
piangere? O vi farebbe piangere perch pensereste che 
vera? E cosa fareste, cosa provereste, chi incolpereste se
doveste scoprire che non lo ?
Forse un giorno riuscir ad avere le risposte a queste
domande, ma al momento scrivo bugie sul conto di mio
padre e le faccio passare per vere, il che rende felici gli analisti
finanziari. Solo che li riempie anche di nostalgia: quando
leggo brani dalla mia guida del piromane, vedo che gli
analisti finanziari rivolgono uno sguardo smanioso verso
un punto distante, come se il mio memoir fosse una nave
in mezzo al mare e le loro obbligazioni la riva.
Se vogliamo dirla tutta, per, io non sto scrivendo un
libro solo; ne sto scrivendo due. Entrambi incominciano
con Io sottoscritto, Sam Pulsifer..., e mentre uno racconta
la storia che ormai conoscete, l'altro  la mia guida
del piromane; il primo  la storia dell'unica casa che ho dato
alle fiamme e di altre che non ho incendiato, il secondo
racconta come abbia appiccato gli incendi a quelle case
con dettagli e lezioni conseguenti. Ho intenzione di
definire la storia che conoscete un romanzo, e la guida del
piromane un memoir. Perch scrivere questi due libri?
Forse perch desidero il meglio da entrambi i mondi, il che
 esattamente ci che entrambi i mondi di solito non sono
disposti a darti, e nemmeno gli analisti finanziari lo sono
del tutto, ragion per cui insistono a chiamare romanzo
la storia che li riguarda e memoir la storia che non li riguarda.
Mi dicono: Devi proteggere gli innocenti, bello,
qualcosa che il colpevole dice sempre quando ha bisogno
di protezione.
E poi c' Thomas Coleman. Adesso vive con Anne Marie
e i bambini, ma quando viene a trovarmi non ne parliamo
mai. Viene da solo, ogni due settimane. Thomas ha
messo su qualche chilo: i bottoni della camicia tirano un
po' sulla pancia, e anche il colletto gli scivola verso l'alto,
incalzandogli le mascelle. Viene sempre di luned, sempre
con la faccia paonazza, sempre con quella abbronzatura
degli uomini suburbani che il fine settimana si dedicano
ai lavori in giardino, e me lo immagino gi sul mio tagliaerba
semovente; non ho dubbi che si tenga addosso la camicia,
e non ho dubbi che ai vicini di Camelot piaccia per
questo. Ma non parliamo mai nemmeno di quelle faccende.
Non ci chiediamo se lui sapesse, o sospettasse che era
stata Deirdre ad appiccare quegli incendi. Non parliamo
praticamente di niente quando Thomas viene a trovarmi:
rimaniamo l in silenzio, due persone normali nel cui passato
ci sono incendi e genitori morti, e una famiglia in comune
nel presente e chiss cos'altro nel futuro, e cuori
spezzati, le cui crepe hanno raggiunto livelli diversi di scavo
e riempimento. Non capisco per quale ragione venga a
trovarmi; quando lo fa mi dispiace vederlo arrivare, e poi
mi dispiace vederlo andar via. Neanche questo capisco.
Poi ci sono Anne Marie e i ragazzi. Talvolta Anne Marie
li porta con s, altre volte viene da sola. Quando sono
tutti e tre insieme, parlo con Katherine e Christian delle
loro giornate e di come le passano. Katherine, adesso, ha
quindici anni:  bella, alta, ha i capelli scuri come sua madre
ed  una specie di cittadina modello. La scorsa settimana,
quando sono venuti a trovarmi, ho saputo che era
appena stata scelta per partecipare al programma Girls'
State per l'educazione alla cittadinanza.
- Sono cos fiero di te, - ho detto.
- Grazie, - ha risposto.
- Qual  la differenza tra Girls' State e Boys' State? -
le ho chiesto.
- Mi stai prendendo in giro, vero? - mi ha domandato
lei, e io le ho risposto: - S, - perch non avevo altra
spiegazione per quella domanda.
Christian ha dodici anni ora,  nel pieno di quell'et
fatta di palle e mazze da baseball. Non  chiaro se sia in
grado di parlare di qualcos'altro, e poich abbiamo pochissimo
tempo da trascorrere insieme, non glielo domando.
Di recente gli  venuta questa nuova mania per le scarpe
sportive e le loro ultime innovazioni. Per la pallacanestro,
mi ha informato Christian la scorsa settimana, ha delle
scarpe con le suole riempite d'aria; per il baseball e il calcio
usa scarpe con tacchetti che non sono n di metallo n
di plastica.
- E allora di cosa sono? - ho voluto sapere.
Christian ci ha pensato un attimo, intensamente. Ha
una testa come la mia: troppo grande per il corpo e un po'
squadrata, e vedevo uscirne fumi per lo sforzo del pensare.
Alla fine, arrendendosi, mi ha detto: - Di qualche materiale
sicuro.
- Lo spero, - ho detto io, e poi, dato che sentivo la presenza
della guardia alle mie spalle pronta a rammentarci
del tempo scaduto, ho detto a entrambi, come faccio sempre:
- Vi voglio bene, - e loro mi hanno risposto con un
cenno del capo, come fanno sempre loro. Un cenno del capo
significa: S, anche noi ti vogliamo bene, pap, nel
linguaggio dei figli troppo timidi per dire al loro pap che
gli vogliono bene, anche se ci sarebbero tantissimi motivi
per non volergliene. Lo sanno tutti che un cenno del capo
vale quanto un Anch'io ti voglio bene.  cosa pi che
risaputa. O mi sbaglio?
Quando ci sono i ragazzi, Anne Marie e io non parliamo
molto. Ma quando viene da sola, come ieri, abbiamo
un sacco di cose da dirci. Ci sono cose che ci siamo gi detti
molte, moltissime volte, bench le domande non sembrino
perdere interesse per via della ripetizione. Le chiedo
se sta bene, se con i soldi se la cava, e lei mi risponde
di s, s, che sta bene. So che l'hanno promossa al grande
magazzino dei casalinghi, adesso  responsabile a tempo
pieno, cos le chiedo del suo lavoro, e lei mi racconta del
legname che avrebbe dovuto essere trattato contro gli
agenti esterni ma che non lo era, oppure che non avrebbe
dovuto esserlo e lo era. Le domando se Thomas viva ancora
con lei, e lei mi risponde di s, e allora le chiedo perch,
e lei mi dice la verit: Perch abbiamo molto in comune.
Per esempio?
Per esempio ci hai molto feriti entrambi. A questo
punto non dico pi niente, perch so che una donna vittimizzata
non chiede di meglio che amare un uomo che si
sente vittimizzato a sua volta, e poi perch so che quel che
dice  vero. Non fa domande sugli incendi, n sulle persone
che vi sono morte, non mi chiede perch ho fatto quel
che ho fatto o quello che crede che io abbia fatto - forse
 un atto di gentilezza, forse di tristezza, o forse non sopporta
di pensarci su pi di quanto non abbia gi fatto o
non continui a fare. Non le dir mai la verit su quegli incendi,
perch significherebbe dover ammettere che le ho
mentito, ancora, ancora, e so quanto le farebbe male, e
forse in questo consiste assumersi la responsabilit di qualcosa:
non dire la verit, ma assicurarsi di scegliere una
menzogna per una giusta causa ed esservi fedele. Ad ogni
modo, di tutto questo non parliamo mai. E meno rischioso
parlare di Thomas, ed  quello che facciamo.
Ci sa fare davvero con i ragazzi, Sam, dice Anne
Marie.
Ne sono felice.
E anche con me.
Ok, le rispondo.
Mi dispiace, dice ogni volta, e ogni volta io le chiedo
quello che avevo chiesto a mia madre la prima sera che
mi ero ritrasferito a casa dei miei, ormai sette anni fa: Cosa
succede all'amore?, avevo chiesto a lei, a mia madre,
e ora lo chiedo ad Anne Marie.
Non lo so, risponde lei, dicendo semplicemente la
verit, che  una delle molte qualit costanti che fanno s
che io la ami ancora, ancora.
Ti amo ancora, le dico.
Be', anch'io, risponde lei, il che significa, credo, che
l'amore resiste a tutto, ma che non  tutto, e non  mai come
vorremmo che fosse, il che  probabilmente anche ci
che avevano cercato di insegnarmi, di insegnare a tutti noi,
quei libri che mia madre mi faceva leggere e di cui poi si
era sbarazzata, e anche uno dei motivi per cui se n'era sbarazzata.
A proposito di mia madre. Non viene a farmi visita
spesso. Il carcere si trova a due ore a nord-est di Springfield
ed  difficile da raggiungere se non in macchina, che
mia madre non ha pi. Non ha nemmeno pi la patente.
Le ha perse entrambe in un incidente stradale, due settimane
dopo il mio arrivo qui: era ubriaca. Ha lasciato la casa
di Belchertown e si  trasferita nel mio vecchio appartamento,
quello sopra lo Student Prince, cos adesso pu
andare al lavoro a piedi invece che in auto, e continuare a
bere.
Sicch mia madre non mi fa visita spesso, per almeno
una volta l'anno, per il mio compleanno, viene in pullman.
Ho compiuto quarantacinque anni proprio la settimana
scorsa, e lei mi ha portato un regalo: una copia usata, logora,
sgualcita di Il romanzo di Valgioiosa di Hawthorne.
- Buon compleanno, - mi ha augurato.
- Grazie, - ho detto io. - Come mai  in questo stato?
- Non ne ho idea, - ha risposto, ma un'idea ce l'ha
eccome, e io pure. Mia madre ha ripreso a leggere, cos
come si riprende sempre qualcosa che si  smesso, per
esempio bere, ma questo mia madre non l'ha ancora fatto.
Smettere di bere, cio. So anche quello: sento sempre la
Knickerbocker nel suo alito, nei vestiti, si sprigiona dai
suoi stessi pori. Ma non le dico che lo so, n le dico che
quel libro, da quando mi trovo in carcere, l'ho gi letto e
riletto.  la storia di una comunit utopica, di un gruppo
di persone che tentano di diventare una grande famiglia
felice in Massachusetts, fallendo miseramente.
- Molte grazie, - le ho detto. Il secondino si  avvicinato
per accertarsi che non avessi ricevuto merce proibita,
ha visto che si trattava solo di un libro e ci ha lasciati
in pace. Una volta allontanato, ho chiesto a mia madre:
- Li dimostro quarantacinque anni?
- Certamente, - ha risposto. - E io ne dimostro sessantasei?
Non le ho risposto. Ad essere onesti, ne dimostra di pi.
 ancora sottile, ma adesso anche un po' curva e avvizzita,
per niente in forma.  quasi del tutto grigia di capelli, e anche
il suo viso sembra ingrigito e solcato da rughe profonde
che nessuna crema potrebbe cancellare. Ha l'aria di una
donna anziana che un tempo  stata bella. Forse  stato tutto
quel bere a invecchiarla cos. O forse  per mio padre:
non necessariamente per averlo ucciso, ma per il fatto che
una volta morto aveva sperato che le cose sarebbero cambiate
e che avrebbe smesso di amarlo tanto, di odiarlo tanto,
di sentirne la mancanza, di sentirsi tanto sola, e non 
successo. Ma mia madre non parla mai di mio padre, n io
le chiedo di lui. E se  per questo, lei non mi ha mai chiesto
di Deirdre. Sa che si  uccisa. Ma non mi ha mai chiesto i
dettagli, anzi non mi ha mai nemmeno chiesto perch mi trovassi
con lei quella notte. Non mi ha mai chiesto come mi
sento rispetto alla morte di Deirdre e al fatto di non averla
salvata. Non si chiede al proprio figlio come si sente rispetto
al suicidio dell'amante di suo padre, cos come non
si chiede alla propria madre come si sente ad aver ucciso il
marito, e come non si risponde mai quando tua madre ti
chiede se dimostra i suoi anni.
- Non si risponde mai quando tua madre ti chiede se
dimostra i suoi anni, - le ho detto.
- Immagino che anche questo andr a finire nella tua
guida del piromane, - ha commentato lei.
Perch mia madre sa della guida del piromane, e anche
dell'altro libro. Le ho raccontato tutto, le ho fatto
anche leggere le prime stesure di alcuni capitoli, e lei ha
iniziato a darmi dei consigli: quali parti sembrino troppo
lacrimevoli e quali troppo scervellate; se io sia un casinista
come dico di essere o se sia un casinista anche peggiore.
Ma, soprattutto, pare che mia madre non sappia
cosa dire dei libri in s. Forse questa  la ragione per cui
ha ricominciato a leggere libri, per poter sapere cosa dire
dei miei.
- Devo andare, - mi ha detto, alzandosi dalla sedia.
- Il mio pullman parte fra mezz'ora.
- Ok.
- Ti comporti bene?
- S.
- Per favore, comportati bene, Sam, - si  raccomandata.
- Voglio che torni a casa -. Poi mia madre si  alzata,
mi ha dato un bacio sulla guancia e mi ha lasciato l, in
sala visite, fino al mio prossimo compleanno, immagino.
Perch sembra che sia questo, pi di ogni altra cosa,
ci che mia madre vuole da me: che io torni a casa da lei.
Mia madre sa che, se mi comporto bene, sar fuori in poco
pi di tredici anni. E quando succeder, vuole che vada
a vivere da lei, nel suo nuovo, che  poi il mio vecchio,
appartamento. C' un lavoro che mi aspetta allo Student
Prince - si  gi messa d'accordo con Mr Goerman e suo
figlio, che  risultato essere il barista calvo con i baffi. Se
lo voglio, ho un lavoro come lavapiatti e aiutante ai tavoli.Mia madre mi dice che potrei anche bere gratis, il che,
lo ammetto, dopo vent'anni di astinenza, sarebbe un vantaggio.
A mia madre non ho promesso niente, ma chiss?
Quando sar il momento di uscire dal carcere avr finito
di scrivere i miei libri, e forse allora avr smesso di raccontare
la storia una volta per tutte. E dopo aver smesso
di raccontare la tua storia una volta per tutte, chi pu dire
cosa accadr dopo? Non  escluso che faccia ci che
vuole mia madre: forse andr a vivere da lei e accetter
quel lavoro allo Student Prince. Forse allora saremo felici.
Forse vivremo una vita serena, e forse non avremo mai
pi bisogno di parlare del passato, degli amori che abbiamo
perso, delle persone che abbiamo ucciso o degli incendi
che abbiamo appiccato. Forse saremo anche noi due
persone normali, due persone che, alla fine di una lunga
giornata di lavoro, non desiderano nient'altro che bere
un goccetto e leggere un libro. E forse, allora, sar in grado
di raccontare quella storia.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Ringraziamenti.
.
Ringrazio i seguenti luoghi, persone e cose:
A Guide to Writers' Homes in New England di Miriam Levine, utilissima
e dal titolo davvero azzeccato.
L'ottimo ristorante Student Prince sulla Fort Street a Springfield,
Massachusetts.
I Giustina di Springfield e i Clarke di Mashapaug, ovunque vi troviate
e con qualunque alias stiate attualmente viaggiando.
La Fondazione Taft, l'Ohio Arts Council e l'Universit di Cincinnati
per il contributo finanziario.
I redattori della New England Review, della Vermont Literary
Review, della failbetter, e della Sarabande Books, che per primi
hanno pubblicato stralci del romanzo, sovente in forma notevolmente
diversa.
Rupert Chisholm, ex analista finanziario.
Chuck Adams, Brunson Hoole, Michael Taeckens, Craig Popelars,
e tutte le altre brave persone della Algonquin, insieme al mio agente
Elizabeth Sheinkman.
E infine, tutti coloro che da sempre mi aiutano e mi sostengono:
voi sapete a chi mi riferisco.
...
.
...
FINE.